Il primo volto, la prima volta, nel caldo di un Agosto che ha piantato i semi della follia. Il rumore di una chiave che chiude la serratura: i miei occhi sbarrati mentre lui penetrava i fumi della mia prima sbornia, la prima volta. Chissà che faccia ha il primo ragazzo che m'ha avuta.
Ricordo l'umiliazione che ha abbracciato quella manciata di volte dopo la prima. Un'orda d'uomini bambini che si lanciavano su di noi, nascosti in letti sconosciuti. O quella volta che ho capito che lui non mi avrebbe amata mai e quindi mi sono lasciata andare, mi sono fatta scopare. Ricordo il letto di mia madre in una mattinata piovosa, con il copriletto a roselline, un giorno in cui sarei dovuta essere a scuola.
Un ragazzo ubriaco e stanco, il suo cazzo informe che cerca vita, la cerca sul mio corpo, nella mia bocca, sul mio seno. Alla fine mi gira e mi scopa il culo. La mia prima volta, ancora, la vita gliel'ha data. Quanto ero innamorata.
Ricordo il primo "ti amo" detto a quello con la faccia di un purosangue inglese. E il cavallo il giorno dopo m'ha lasciata. Non mi ero fatta scopare ancora. A quindici anni non si può aspettare un mese.
Ricordo quello che non voleva rischiare, che me lo disse specificando che soprattutto non voleva farlo con me. Quante cose ci fanno male, tutte le cotte dei ragazzini che sembra che pongano fine alle terre ed al mare.
Mi ricordo lei, i suoi baci speziati sotto il nostro salice piangente. Ricordo quand'è scappata con un'altra, quando poi è tornata a chiedermi scusa e a fumare l'ultima canna insieme. Lei: il mio primo e più dolce attacco di panico. Il primo urlo che m'ha tolto il respiro. E gli ultimi tre, gl'errori più grossi. Uno, il rimpianto sempreverde. Due, il segreto accecante. Tre, la malattia della speranza.
Io mi ricordo i flutti. Io me li ricordo tutti.
E mi fan pianger tutti. Ho avuto più falsi amori che anni sopra al mondo. Eppur non uno s'è fermato a dirmi quanto oro gl'avessi offerto. Il petrolio inquina oceani in cui i cavallucci marini non vivono più. Io speravo d'esser Musa di quegli altri. Alla fine son loro ispirazione mia.
Gli antichi Greci pensavano che gli ippocampi fossero creature che gli dei avevano mandato per salvare i Naufraghi.
Dolce illusione d'un popolo che forse credeva di conoscere le divinità.
E c'ho creduto anch'io, che un esserino arancione e duro comparisse tra le onde, me ne tirasse via. Asciugasse i miei capelli e mi donasse l'aria che il mar m'aveva tolto.
Lui: l'attacco di panico ultimo, l'unica parola che vorrei sentirmi dire. Mitologica creatura che, quando apparirà, sorgerà con una daga fatta apposta per tagliare la mia gola. E neanche lui m'amerà mai.
E da morta, chi potrebbe?!
