Ed eccolo.
Un momento di vuoto.
In cui guardo i fari di una macchina e non li vedo davvero.
Ho riletto tutte le cose che ho scritto. Ricorrono sempre le stesse cose: le mani, le parole, l'amore. Il mio ragazzo che guarda un'altra ragazza, ci parla. Con quegli occhi lì, sbrilluccicosi.
Ed io non capisco nulla di tutto ciò. Quali sono le mani le parole l'amore il ragazzo che mi sfiorano la mente? Vorrei che qualcuno venisse a dirmelo.
Lei è alta il doppio di me.
Lei è fisicamente la meta di me.
Lei ha giocato a basket.
Lei canta la nostra canzone.
Lei mi ruba le lacrime.
Perché Lei è Bella e se piange in pubblico la gente la abbraccia. Le chiede cosa è successo.
Bella. Alta. Romana. Bella.
Magra. Romana. Alta.
Con la voce roca.
Il doppio di me.
Io se piango in pubblico sembro ridicola. Ed io non piango in pubblico. Perché le lacrime sono i miei fantasmi. I miei tesori insieme. Io amo ognuna delle mie lacrime.
Per questo le tengo per me.
O Forse qualcuno lontano da qui mi ha insegnato a fare delle mie lacrime un tesoro.
Cambio stanza.
La sta abbracciando davvero?! Davanti a me?!
Non è così... Sta abbracciando un amico.
Saró mai capace a vivere?
Non è così.
Lui non mi guarda più. Guarda solo lei. Con la cose roca. Le gambe lunghe, allampanate, magre, belle. Magre.
Ed io che ho rimesso questo mezzo chilo...
Ed io che non sono nata per essere donna.
Ed io che sto qua a scrivere. Invece di piangere.
Piango con le dita, piango con voi e resto stronza.
Perché vorrei conforto da gente a cui non so dare conforto.
Sono sempre una nullità. Sempre.
giovedì 27 dicembre 2012
lunedì 10 dicembre 2012
Mani.
E poi mi tocco il viso, che ora mi entra in due mani. Piccole, piccole mani. Piccolo, piccolo viso.
Come ci sono arrivata qua? Con le gambe piccole ed il culo in su e le tette dure. Come ci sono arrivata qua? Sto qua perchè non ho soldi per mangiare. Pasta in bianco. Questo sto mangiando da due mesi a questa parte. Pasta in bianco, senza olio, solo cotta. E vorrei potermi vestire bene per non sembrare sempre la solita barbona. Invece sto qua, col maglione catarifrangente arancione e i pantaloni verdi che ormai mi stanno tre volte. Perchè non ho soldi per vestirmi bene.
E il mio ragazzo mi fa foto nuda con la pelle d'oca, perchè la pelle non si paga e questa almeno spero di potermela tenere stretta.
Vorrei sembrare bella. Essere meno maschia, vergognarmi di più a dire certe cose. Vorrei avere pudore, quel pudore bianco che è più sporco di una fogna. Vorrei avere amiche donne, che non ho, che continuo a non avere; per potermi vergognare a parlare di cazzi con la gente, ma per essere troia con le mie amiche.
Vorrei essere una ragazzina H&M e sabato in tacchi e ubriaca con un cocktail e studiosa e porca di nascosto.
E poi mi tocco il viso: sono una ragazza-ragazzo mercato e sabato con la bottiglia di peroni e ubriaca mai o ubriaca male male e con il cervello ma che non studia mai e porca alla luce del sole.
Ma almeno adesso ho le gambe piccole, che mi stanno quasi in due mani.
Taglia 40 larga. Un altro stupido numero, uno come tanti.
Come ci sono arrivata qua? Con le gambe piccole ed il culo in su e le tette dure. Come ci sono arrivata qua? Sto qua perchè non ho soldi per mangiare. Pasta in bianco. Questo sto mangiando da due mesi a questa parte. Pasta in bianco, senza olio, solo cotta. E vorrei potermi vestire bene per non sembrare sempre la solita barbona. Invece sto qua, col maglione catarifrangente arancione e i pantaloni verdi che ormai mi stanno tre volte. Perchè non ho soldi per vestirmi bene.
E il mio ragazzo mi fa foto nuda con la pelle d'oca, perchè la pelle non si paga e questa almeno spero di potermela tenere stretta.
Vorrei sembrare bella. Essere meno maschia, vergognarmi di più a dire certe cose. Vorrei avere pudore, quel pudore bianco che è più sporco di una fogna. Vorrei avere amiche donne, che non ho, che continuo a non avere; per potermi vergognare a parlare di cazzi con la gente, ma per essere troia con le mie amiche.
Vorrei essere una ragazzina H&M e sabato in tacchi e ubriaca con un cocktail e studiosa e porca di nascosto.
E poi mi tocco il viso: sono una ragazza-ragazzo mercato e sabato con la bottiglia di peroni e ubriaca mai o ubriaca male male e con il cervello ma che non studia mai e porca alla luce del sole.
Ma almeno adesso ho le gambe piccole, che mi stanno quasi in due mani.
Taglia 40 larga. Un altro stupido numero, uno come tanti.
giovedì 8 novembre 2012
Gomma.
Esistenze di città, di città di mare, che la sabbia scende giù con la pioggia, col vento, tutta sulla mia macchina che è del colore dei prati in inverno.
Giro la testa, un odore lontano, mi ricorda qualcosa che non voglio più neanche immaginare. Il mio cane solo lo riconosce.
Nella mia testa quell'odore è della carne, del sudore, d'uomini, di lacrime lasciate appassire sulle labbra di una ragazzina. Nella mia testa quell'odore diventa arabesco, strisciante: volitivo passeggero della mia anima, che mi rende bestia, che mi rende umana.
L'asfalto sotto suole di gomma sessanta euro che getterò nel primo fango d'autunno e sulla testa un cielo grigio solcato di traverso da un airone cinerino, maestoso animale.
Una vita nuova che non arriverà mai e la smania di crescere che mi porta ancora a sbagliare e sbagliare. Perchè esser piccoli significa dover sbagliare ed esser grandi, esser grandi significa esattamente la stessa cosa. Ed io sbaglio oggi e sbaglierò domani a cercare una relazione normale, una relazione d'amore e non di sofferenza e ferite.
Giro la testa, due anni tutti nelle mie orecchie, e di risate il vento non ne ha mai portate.
Giro la testa, un odore lontano, mi ricorda qualcosa che non voglio più neanche immaginare. Il mio cane solo lo riconosce.
Nella mia testa quell'odore è della carne, del sudore, d'uomini, di lacrime lasciate appassire sulle labbra di una ragazzina. Nella mia testa quell'odore diventa arabesco, strisciante: volitivo passeggero della mia anima, che mi rende bestia, che mi rende umana.
L'asfalto sotto suole di gomma sessanta euro che getterò nel primo fango d'autunno e sulla testa un cielo grigio solcato di traverso da un airone cinerino, maestoso animale.
Una vita nuova che non arriverà mai e la smania di crescere che mi porta ancora a sbagliare e sbagliare. Perchè esser piccoli significa dover sbagliare ed esser grandi, esser grandi significa esattamente la stessa cosa. Ed io sbaglio oggi e sbaglierò domani a cercare una relazione normale, una relazione d'amore e non di sofferenza e ferite.
Giro la testa, due anni tutti nelle mie orecchie, e di risate il vento non ne ha mai portate.
domenica 9 settembre 2012
Esiste la parola "scostanza"?
Se esiste è la parola che mi si addice di più: questo blog ne è la testimonianza perfetta.
Ci sono e non ci sono.
Faccio e non faccio.
Vivo, muoio e vivo ancora.
Mi sono auto-esiliata a casa di mio padre in campagna per studiare senza rotture di palle varie (fidanzato, amici, madre petulante e cugina invadente) per il test d'ingresso. Ho studiato più di quanto abbia mai fatto nella mia intera esistenza, sapendo che comunque non entrerò se la sfiga scenderà su di me. Ed è quasi matematico che accada, perché stavolta voglio davvero farla questa cosa e quindi pagherò.
Facilissimo e sicuro.
Con il mio ragazzo va tutto bene, ultimamente ho una strana voglia di scopare. Dico "strana" perché da quando ha fatto quella schifezza lo scorso Gennaio ero diventata frigida, un bel ghiacciolino. E poi l'estate è arrivata a ricordarci che siamo animali e che la stagione degli amori esiste anche per noi umani.
È bello aver ritrovato quella confidenza che sembrava essere stata perduta.
D'altra parte, peró, non può andare tutto bene. Se entrerò in questa benedetta facoltà saró costretta a trasferirmi a Pisa ed il mio signor fidanzato sta già facendo il diavolo a quattro tra sogni che rispecchiano la sua paura che io possa dimostrarmi la puttana che sono tradendolo.
Spero solo che si renda conto delle baggianate di cui è convinto e si metta l'anima in pace: il trasferimento sarà inevitabile. Ho capito da tempo che non è concepibile lasciarsi rovinare la vita dalle altre persone, quindi non lascerò che lui rubi i miei sogni, non più.
Una fra le cose più belle successe ultimamente è stato il prenotare i prossimi due tatuaggi: appuntamento a fine gennaio. Sono così felice!
Poi ovviamente vi beccherete il solito post sull'inchiostro. A pensarci bene devo ancora fare quello sui numeri 2 e 3. Prima o poi lo faró.
Altra notizia è che mi sono ficcata in testa di mettere insieme una decina di persone e creare un giornale, chissà se ce la faró. Appena avrò fatto questo test inizierò a cercare gente disposta a fare delle cose senza essere pagate! Una bella sfida.
E poi?
Ah, giusto!
Ho rosicato con lo psicologo, anche se lui non lo sa.
[ lo chiamo "psicologo" perché così ve l'ho presentato, ma non facciamo sedute da più di un anno ]
Insomma, avevo detto che lui è la mia copia maschile in tutto e per tutto per quanto riguarda il lato del carattere e avevo anche detto che aveva una relazione con una tizia copia identica del mio ragazzo. Quindi, mi ero sempre rivolta a lui per parlare dei miei problemi col fidanzato ecc... E lui sempre molto solidale, sempre molto "sì, fanno così per questo e quello", sempre a dirmi che il mio ragazzo mi avrebbe rovinato la vita, cose del genere che nei momenti di rabbia fanno molto comodo.
Insomma, eravamo amiconi di sventure di cuore (e di video giochi).
Fatto sta che qualche sera fa era uscito da solo con il mio ragazzo e gli ha detto che io gli avrei rovinato la vota e che avrebbe dovuto rendersene conto prima e riprendersi Camilla (una ex di cui era innamoratissimo) che "almeno aveva i soldi".
Che schifezza.
Quando il mio ragazzo me lo ha detto mi è crollato tutto il mito che avevo costruito intorno allo psicologo.
Adesso anche solo il pensiero di doverlo salutare mi fa uscire di senno.
Che palle.
Io non sono fatta per avere amici, ragazze mie. È questa la verità.
Finisce sempre così, che mi viene fatto qualche sfregio sul quale non riesco e non voglio mettere una pietra sopra.
Quindi, "adios" anche allo psicologo.
L'ennesimo "adios".
Ci sono e non ci sono.
Faccio e non faccio.
Vivo, muoio e vivo ancora.
Mi sono auto-esiliata a casa di mio padre in campagna per studiare senza rotture di palle varie (fidanzato, amici, madre petulante e cugina invadente) per il test d'ingresso. Ho studiato più di quanto abbia mai fatto nella mia intera esistenza, sapendo che comunque non entrerò se la sfiga scenderà su di me. Ed è quasi matematico che accada, perché stavolta voglio davvero farla questa cosa e quindi pagherò.
Facilissimo e sicuro.
Con il mio ragazzo va tutto bene, ultimamente ho una strana voglia di scopare. Dico "strana" perché da quando ha fatto quella schifezza lo scorso Gennaio ero diventata frigida, un bel ghiacciolino. E poi l'estate è arrivata a ricordarci che siamo animali e che la stagione degli amori esiste anche per noi umani.
È bello aver ritrovato quella confidenza che sembrava essere stata perduta.
D'altra parte, peró, non può andare tutto bene. Se entrerò in questa benedetta facoltà saró costretta a trasferirmi a Pisa ed il mio signor fidanzato sta già facendo il diavolo a quattro tra sogni che rispecchiano la sua paura che io possa dimostrarmi la puttana che sono tradendolo.
Spero solo che si renda conto delle baggianate di cui è convinto e si metta l'anima in pace: il trasferimento sarà inevitabile. Ho capito da tempo che non è concepibile lasciarsi rovinare la vita dalle altre persone, quindi non lascerò che lui rubi i miei sogni, non più.
Una fra le cose più belle successe ultimamente è stato il prenotare i prossimi due tatuaggi: appuntamento a fine gennaio. Sono così felice!
Poi ovviamente vi beccherete il solito post sull'inchiostro. A pensarci bene devo ancora fare quello sui numeri 2 e 3. Prima o poi lo faró.
Altra notizia è che mi sono ficcata in testa di mettere insieme una decina di persone e creare un giornale, chissà se ce la faró. Appena avrò fatto questo test inizierò a cercare gente disposta a fare delle cose senza essere pagate! Una bella sfida.
E poi?
Ah, giusto!
Ho rosicato con lo psicologo, anche se lui non lo sa.
[ lo chiamo "psicologo" perché così ve l'ho presentato, ma non facciamo sedute da più di un anno ]
Insomma, avevo detto che lui è la mia copia maschile in tutto e per tutto per quanto riguarda il lato del carattere e avevo anche detto che aveva una relazione con una tizia copia identica del mio ragazzo. Quindi, mi ero sempre rivolta a lui per parlare dei miei problemi col fidanzato ecc... E lui sempre molto solidale, sempre molto "sì, fanno così per questo e quello", sempre a dirmi che il mio ragazzo mi avrebbe rovinato la vita, cose del genere che nei momenti di rabbia fanno molto comodo.
Insomma, eravamo amiconi di sventure di cuore (e di video giochi).
Fatto sta che qualche sera fa era uscito da solo con il mio ragazzo e gli ha detto che io gli avrei rovinato la vota e che avrebbe dovuto rendersene conto prima e riprendersi Camilla (una ex di cui era innamoratissimo) che "almeno aveva i soldi".
Che schifezza.
Quando il mio ragazzo me lo ha detto mi è crollato tutto il mito che avevo costruito intorno allo psicologo.
Adesso anche solo il pensiero di doverlo salutare mi fa uscire di senno.
Che palle.
Io non sono fatta per avere amici, ragazze mie. È questa la verità.
Finisce sempre così, che mi viene fatto qualche sfregio sul quale non riesco e non voglio mettere una pietra sopra.
Quindi, "adios" anche allo psicologo.
L'ennesimo "adios".
martedì 4 settembre 2012
Strano (forse pt. 2)
È strano come alcune cose minuscole siano in grado di farci vacillare a magnitudo incredibili per qualunque forza della natura.
Così c'è quella ragazza così brutta che quando si è fidanzata tutta la città si è voltata a guardare l'eroe generazione 91 ed il suo orripilante coraggio.
Poi questa ragazza ha dato 5 baci 4 anni fa al tuo ragazzo. E tu te lo chiedi come cazzo è possibile, dove la si trova la forza di baciare una cosa così.
Sì, sono stronza.
E sono stronza perché sono femmina. E tra femmine, si sa, si sta sempre col coltello tra i denti e le eccezioni sono così rare che inevitabilmente confermano la regola.
E poi la guardi bene: alta, malatamente magra, intelligente, spigliata, spontanea e pazza.
E tu non lo sei.
Allora arriva il terremoto, la cosa più tremenda del mondo e la paura più grande dell'uomo: che tutto tremi così forte da far crollare il cielo sulla testa di tutti.
Tremo anche io con tutto il mondo attorno e questo mondo non ha paura come me.
E mi guardo: bassa, grassa, insulsa e malata di mente. Sono sciapa io, sono scotta io. Sono usata, logora, utilizzata.
E lei no. Lei splende come un diamante grezzo e alla fine io mi convinco che lei è più bella di me.
Solamente grazie a 15 centimetri in più di gambe e 15 chilogrammi in meno di spessore.
È la pioggia, l'inverno o che cosa a farmi regredire così ogni volta, ogni cambio stagione?
Io so solo che l'unica stagione che mi toglie i pensieri dalla testa è l'estate, forse perché il sole è pronto ad asciugare tutto quello che ho da dire.
Ora non più.
Di nuovo.
"Vedi, hai già inserito quella modalità".
Così c'è quella ragazza così brutta che quando si è fidanzata tutta la città si è voltata a guardare l'eroe generazione 91 ed il suo orripilante coraggio.
Poi questa ragazza ha dato 5 baci 4 anni fa al tuo ragazzo. E tu te lo chiedi come cazzo è possibile, dove la si trova la forza di baciare una cosa così.
Sì, sono stronza.
E sono stronza perché sono femmina. E tra femmine, si sa, si sta sempre col coltello tra i denti e le eccezioni sono così rare che inevitabilmente confermano la regola.
E poi la guardi bene: alta, malatamente magra, intelligente, spigliata, spontanea e pazza.
E tu non lo sei.
Allora arriva il terremoto, la cosa più tremenda del mondo e la paura più grande dell'uomo: che tutto tremi così forte da far crollare il cielo sulla testa di tutti.
Tremo anche io con tutto il mondo attorno e questo mondo non ha paura come me.
E mi guardo: bassa, grassa, insulsa e malata di mente. Sono sciapa io, sono scotta io. Sono usata, logora, utilizzata.
E lei no. Lei splende come un diamante grezzo e alla fine io mi convinco che lei è più bella di me.
Solamente grazie a 15 centimetri in più di gambe e 15 chilogrammi in meno di spessore.
È la pioggia, l'inverno o che cosa a farmi regredire così ogni volta, ogni cambio stagione?
Io so solo che l'unica stagione che mi toglie i pensieri dalla testa è l'estate, forse perché il sole è pronto ad asciugare tutto quello che ho da dire.
Ora non più.
Di nuovo.
"Vedi, hai già inserito quella modalità".
sabato 25 agosto 2012
Universi paralleli.
Avete presente quando si incontra una persona per la prima volta e ti sembra di conoscerla da anni?
Mi è successo in questi giorni tra Firenze, la mia città e Roma.
Con Esse.
Io e lei, due impacciate croniche che di femmine ne vediamo di rado e la maggior parte di quelle che vediamo sono racchiuse in schermi di vari tipi.
Più io che lei, certo. Io ho una repulsione insana verso le donne.
Ed eccomi qua a prendere il treno prenotando 12 ore prima di partire per andare a incontrarne una.
Esse.
Non una a caso, una che mi assomiglia:
Che ride come me;
Che fuma come me;
Che è alta come me;
Che è paranoica come me;
Che odia quello che odio io;
Che ha la pressione a puttane come me.
Il mio ragazzo ci guardava come s'osserva un quadro: tra l'interessato e lo sbalordito.
A ragione.
Avete presente quando con una persona che si conosce da tanto tempo non c'è bisogno di troppe parole e alla fine ci si dice solo cazzate?
Questo è quello che è successo.
E si va a dormire senza troppe nenie da ospiti, senza tutte quelle Buona Notti che mi mettono in imbarazzo.
E si cucina senza quasi chiedersi cosa si preferisce oppure si sta semplicemente cinque minuti zitte davanti al frigo, braccia conserte, per arrivare alla stessa conclusione.
E si vuole uccidere il gruppo di turiste spagnole che senza rispetto per nessuno ballano sul lungotevere sbraitando e facendo finta di essere ubriache.
La mia Esse.
Che peró una cosa diversa da me ce l'ha: non è me.
E questo mi lascia come una bambina dopo aver visto la prima stella cadente.
Anche io esprimo un desiderio.
Che probabilmente s'è realizzato in anticipo il giorno in cui ho letto il suo blog e poi le ho mandato una mail vergognosissima e poi le ho mandato i primi messaggi e poi ho preso quel freccia rossa e poi l'ho vista per la prima volta sotto al Duomo con la paura di non riconoscerla.
Eppure l'ho riconosciuta da lontano, senza errori, senza indugi.
Come si riconosce la sagoma di una vecchia amica.
Splendida Esse.
E chi se l'aspettava?!
Io pensavo avremmo parlato di paranoie, di problemi. Non è servito o non abbiamo voluto: non erano cose necessarie, non erano presenti.
È stato bello mangiare con una persona che sa, conosce alla lettera il rapporto che si vive col cibo.
È stato surreale stare affianco ad una persona che ha letto tutto sto blog e che nonostante questo decide di volermi bene.
Esse.
Che dire.
C'è da chiedersi chi è il bastardo che ha deciso di farci nascere lontane.
Perché a me già mi manca.
Mi è successo in questi giorni tra Firenze, la mia città e Roma.
Con Esse.
Io e lei, due impacciate croniche che di femmine ne vediamo di rado e la maggior parte di quelle che vediamo sono racchiuse in schermi di vari tipi.
Più io che lei, certo. Io ho una repulsione insana verso le donne.
Ed eccomi qua a prendere il treno prenotando 12 ore prima di partire per andare a incontrarne una.
Esse.
Non una a caso, una che mi assomiglia:
Che ride come me;
Che fuma come me;
Che è alta come me;
Che è paranoica come me;
Che odia quello che odio io;
Che ha la pressione a puttane come me.
Il mio ragazzo ci guardava come s'osserva un quadro: tra l'interessato e lo sbalordito.
A ragione.
Avete presente quando con una persona che si conosce da tanto tempo non c'è bisogno di troppe parole e alla fine ci si dice solo cazzate?
Questo è quello che è successo.
E si va a dormire senza troppe nenie da ospiti, senza tutte quelle Buona Notti che mi mettono in imbarazzo.
E si cucina senza quasi chiedersi cosa si preferisce oppure si sta semplicemente cinque minuti zitte davanti al frigo, braccia conserte, per arrivare alla stessa conclusione.
E si vuole uccidere il gruppo di turiste spagnole che senza rispetto per nessuno ballano sul lungotevere sbraitando e facendo finta di essere ubriache.
La mia Esse.
Che peró una cosa diversa da me ce l'ha: non è me.
E questo mi lascia come una bambina dopo aver visto la prima stella cadente.
Anche io esprimo un desiderio.
Che probabilmente s'è realizzato in anticipo il giorno in cui ho letto il suo blog e poi le ho mandato una mail vergognosissima e poi le ho mandato i primi messaggi e poi ho preso quel freccia rossa e poi l'ho vista per la prima volta sotto al Duomo con la paura di non riconoscerla.
Eppure l'ho riconosciuta da lontano, senza errori, senza indugi.
Come si riconosce la sagoma di una vecchia amica.
Splendida Esse.
E chi se l'aspettava?!
Io pensavo avremmo parlato di paranoie, di problemi. Non è servito o non abbiamo voluto: non erano cose necessarie, non erano presenti.
È stato bello mangiare con una persona che sa, conosce alla lettera il rapporto che si vive col cibo.
È stato surreale stare affianco ad una persona che ha letto tutto sto blog e che nonostante questo decide di volermi bene.
Esse.
Che dire.
C'è da chiedersi chi è il bastardo che ha deciso di farci nascere lontane.
Perché a me già mi manca.
venerdì 17 agosto 2012
Siamo qua.
Firenze, siamo qua. Ore e ore di camminate risolte nell'incontrare l'unica ragazza che non vorrei uccidere.
Spendere soldoni in caffè caldo per me, caffè freddo per te, litri d'acqua per tutti.
Che bella è sta città? Con le viuzze silenziose e le costruzioni maestose. Con i posaceneri attaccati ad ogni cestino della spazzatura.
Con i cavalli che trottano, che a Roma stan sempre fermi in Piazza Navona.
Con le coreane ultravestite, gli arabi che mangiano pizza e pasta per merenda al bar.
Con Esse che mi ruba l'acqua per giocare a fare la stronza.
E poi mi sorride.
Ed io penso, sì lo penso proprio, che sta città è bella e che adesso ha un non-so-che che non avevo colto le altre volte che m'aveva ospitata.
Spendere soldoni in caffè caldo per me, caffè freddo per te, litri d'acqua per tutti.
Che bella è sta città? Con le viuzze silenziose e le costruzioni maestose. Con i posaceneri attaccati ad ogni cestino della spazzatura.
Con i cavalli che trottano, che a Roma stan sempre fermi in Piazza Navona.
Con le coreane ultravestite, gli arabi che mangiano pizza e pasta per merenda al bar.
Con Esse che mi ruba l'acqua per giocare a fare la stronza.
E poi mi sorride.
Ed io penso, sì lo penso proprio, che sta città è bella e che adesso ha un non-so-che che non avevo colto le altre volte che m'aveva ospitata.
domenica 12 agosto 2012
"Inestricabile", che bella parola.
A volte ho paura che tutto il mio mondo si riduca in realistiche proiezioni mentali.
I miei amici? Non esistono.
Lo psicologo? Non esiste.
L'unica cosa che mi sembra reale è la mia surreale relazione con Lui.
Tutto il resto che ho intorno? Meccanismi di fuga creati dalla mia mente, alla quale peró restano inaccessibili ed inalterabili. Come se esistessero davvero.
E allora senza di Lui non muovo un passo, senza di Lui non respiro. Il mio appiglio alla realtà.
Ma è davvero questa la realtà?
Mi trasferirei volentieri nel mondo delle mie proiezioni mentali.
Libere, inestricabilmente semplici.
I miei amici? Non esistono.
Lo psicologo? Non esiste.
L'unica cosa che mi sembra reale è la mia surreale relazione con Lui.
Tutto il resto che ho intorno? Meccanismi di fuga creati dalla mia mente, alla quale peró restano inaccessibili ed inalterabili. Come se esistessero davvero.
E allora senza di Lui non muovo un passo, senza di Lui non respiro. Il mio appiglio alla realtà.
Ma è davvero questa la realtà?
Mi trasferirei volentieri nel mondo delle mie proiezioni mentali.
Libere, inestricabilmente semplici.
venerdì 3 agosto 2012
Alla salute. Memorie casuali messe insieme in armonie.
Amicizie che non te le immagini neppure. Milioni di chilometri e pochi centimetri di cuori ancora vuoti. E quando tu mi scrivi, un "Come stai?" a scoprire i miei orizzonti. Ci esploriamo misurando i nostri complessi giurassici.
E vorrei averti conosciuta dieci anni fa, quando mi serviva una linea guida, quando dopo poco sarebbe crollato tutto il mio mondo, quando ogni donna attorno a me m'avrebbe detto che era finita.
Tu non lo sai cosa mi sta succedendo, quanto è importante quello che stiamo coltivando. E non voglio metterti sulle spalle uno zaino indesiderato, ma mi viene spontaneo amarti più del necessario.
Forse nessuna amica m'ha voluta perché mi spingo un po' troppo in là: io non dico "Ti voglio bene", io t'invito in casa mia: il problema è quanto spaventa tutta questa ospitalità.
Ho sempre paura che qualcuno m'abbandoni, per questo apro manette che nessuno desidera.
Con le donne è ancor più lecito aver il terrore di essere lasciata sola di nuovo.
Il sole nuove a bagnare le nostre gambe messe vicine da chissà quali scherzi del destino.
Destino bastardo, ma che sembra pensare a me.
E vorrei averti conosciuta dieci anni fa, quando mi serviva una linea guida, quando dopo poco sarebbe crollato tutto il mio mondo, quando ogni donna attorno a me m'avrebbe detto che era finita.
Tu non lo sai cosa mi sta succedendo, quanto è importante quello che stiamo coltivando. E non voglio metterti sulle spalle uno zaino indesiderato, ma mi viene spontaneo amarti più del necessario.
Forse nessuna amica m'ha voluta perché mi spingo un po' troppo in là: io non dico "Ti voglio bene", io t'invito in casa mia: il problema è quanto spaventa tutta questa ospitalità.
Ho sempre paura che qualcuno m'abbandoni, per questo apro manette che nessuno desidera.
Con le donne è ancor più lecito aver il terrore di essere lasciata sola di nuovo.
Il sole nuove a bagnare le nostre gambe messe vicine da chissà quali scherzi del destino.
Destino bastardo, ma che sembra pensare a me.
mercoledì 1 agosto 2012
Persone raminghe.
Non so quanto peso. Non tiro fuori la bilancia da sotto il mobile del bagno da almeno un mese e mezzo.
Limbo completo.
Mangio poco.
Non mangio.
Mangio troppo.
Mangio normale.
Vado a caso.
Vado a caso perché quest'estate è andata, ormai ho fatto quello che mi ero ripromessa di non fare: farmi vedere così grassa da tutta sta gente, che comunque con qualche coraggio continua a puntarmi gli occhi addosso.
Sono fatta così.
Dico, dico, dico, ma poi per smuovermi dalle mie abitudine ce ne vuole.
Ci vuole l'aratro, la zappa, poi la gru, per smuovermi.
Ma mi sta andando bene così, mi affido alla beata ignoranza.
Evito gli specchi e le vetrine e mi autoconvinco di essere come mi immagino.
Non lo sono e lo so.
Sono nel limbo.
Quest'inverno riuscirò a pensare a queste cose, ora sono troppo sommersa dalla vita. Fare questo, fare quell'altro, andare di qua e di là, beccare questo e quello.
Intanto il mio corpo va in sfacelo.
E ora ho anche il ciclo, sono gonfia come un gommone ed il mio ragazzo continua a volermi, fisicamente.
Con qualche coraggio che mi sfugge davvero.
Appena sarà finito sto ciclo ho deciso di pesarmi. Tanto per farmi un po' di male.
Il mio masochismo non trova limiti ed il nemmeno gliene do.
Per il resto che dire?!
Non c'è niente di nuovo. Davvero niente.
E mi sta bene così anche quello.
Spero nell'inverno.
Nell'andarmene in Kenya a febbraio.
Magari andare a sciare a gennaio.
Prima della fine dell'estate vorrei andare a cavallo.
Su quei milioni di millimetri animali uno sopra all'altro mi sento sempre una persona migliore.
O almeno una persona.
Depressione mestruale, amica mia.
Limbo completo.
Mangio poco.
Non mangio.
Mangio troppo.
Mangio normale.
Vado a caso.
Vado a caso perché quest'estate è andata, ormai ho fatto quello che mi ero ripromessa di non fare: farmi vedere così grassa da tutta sta gente, che comunque con qualche coraggio continua a puntarmi gli occhi addosso.
Sono fatta così.
Dico, dico, dico, ma poi per smuovermi dalle mie abitudine ce ne vuole.
Ci vuole l'aratro, la zappa, poi la gru, per smuovermi.
Ma mi sta andando bene così, mi affido alla beata ignoranza.
Evito gli specchi e le vetrine e mi autoconvinco di essere come mi immagino.
Non lo sono e lo so.
Sono nel limbo.
Quest'inverno riuscirò a pensare a queste cose, ora sono troppo sommersa dalla vita. Fare questo, fare quell'altro, andare di qua e di là, beccare questo e quello.
Intanto il mio corpo va in sfacelo.
E ora ho anche il ciclo, sono gonfia come un gommone ed il mio ragazzo continua a volermi, fisicamente.
Con qualche coraggio che mi sfugge davvero.
Appena sarà finito sto ciclo ho deciso di pesarmi. Tanto per farmi un po' di male.
Il mio masochismo non trova limiti ed il nemmeno gliene do.
Per il resto che dire?!
Non c'è niente di nuovo. Davvero niente.
E mi sta bene così anche quello.
Spero nell'inverno.
Nell'andarmene in Kenya a febbraio.
Magari andare a sciare a gennaio.
Prima della fine dell'estate vorrei andare a cavallo.
Su quei milioni di millimetri animali uno sopra all'altro mi sento sempre una persona migliore.
O almeno una persona.
Depressione mestruale, amica mia.
giovedì 26 luglio 2012
Lavorare.
Da ieri ho iniziato a risistemare la mia casa in campagna, che versa in condizioni selvagge.
Non c'è più prato, le piante da fiore stanno seccandosi, nessuno raccoglie più le foglie, nessuno più pota.
Un disastro.
Ogni volta che ci vado mi piange il cuore a vedere quanto di quello che c'era è andato in malora.
Mio padre sta lì da solo e lui pensa a tutti gli animali, quindi in teoria l'addetta al giardino dovrebbe essere mia zia... Che non se ne cura affatto. Anzi, cura solo le piante che piacciono a lei. Ma si può?!
Così ieri mi sono caricata il rimorchio del trattore e mi sono messa a spalare le foglie, riempendo il rimorchio per due volte: segno palese che nessuno lo faceva da almeno dieci anni.
Oggi andrò a sradicare le piante morte e a sistemare i rampicanti che ricoprono ormai tutte le aiuole.
Ho interi alberi da tirare giù e già mi fa male tutto dopo quella spalata colossale di ieri, ma sono presa benissimo.
Voglio che la mia unica vera casa sia bella come un tempo.
Mi si spezza il cuore a vederla così ogni volta che vado.
Così trascurata e sola.
Non c'è più prato, le piante da fiore stanno seccandosi, nessuno raccoglie più le foglie, nessuno più pota.
Un disastro.
Ogni volta che ci vado mi piange il cuore a vedere quanto di quello che c'era è andato in malora.
Mio padre sta lì da solo e lui pensa a tutti gli animali, quindi in teoria l'addetta al giardino dovrebbe essere mia zia... Che non se ne cura affatto. Anzi, cura solo le piante che piacciono a lei. Ma si può?!
Così ieri mi sono caricata il rimorchio del trattore e mi sono messa a spalare le foglie, riempendo il rimorchio per due volte: segno palese che nessuno lo faceva da almeno dieci anni.
Oggi andrò a sradicare le piante morte e a sistemare i rampicanti che ricoprono ormai tutte le aiuole.
Ho interi alberi da tirare giù e già mi fa male tutto dopo quella spalata colossale di ieri, ma sono presa benissimo.
Voglio che la mia unica vera casa sia bella come un tempo.
Mi si spezza il cuore a vederla così ogni volta che vado.
Così trascurata e sola.
martedì 24 luglio 2012
Terra bagnata.
L'odore della terra bagnata mi piace da impazzire, mi fa sentire lo scricchiolare delle radici sotto il suolo che calpesto. Non come quell'odore acre che esala dall'asfalto bagnato, quell'odore di polvere batterica e morte di una natura invisibile, che mi fa solo sentire fuori posto.
Piove sulla mia casa in campagna e sui miei cani, piove su tutta la mia terra ed io mi ostino a non entrar dentro casa. Sto seduta fuori, con i polpacci e le ginocchia a prender le gocce e ad assaporare le grida dei panni stesi condannati a non asciugarsi più.
Dalla grondaia della cantina esce un bel fiumiciattolo d'acqua pulita, così pulita che pulisce tutto ciò su cui cade.
In città da me, quando piove, tutto diventa più sporco, più puzzolente, più macabro.
E qua invece il cielo è nero, ma delimitato da un orizzonte dorato che promette l'oro del grano e l'arancione delle albicocche.
Ogni tanto un tuono ulula a tutti di stare attenti, per poi andarsi a posare lontano, minacciando qualche albero sperduto nei campi.
Vien su dalla terra il mio sorriso e in su dalla terra il mio corpo. Tutto si bagna e non c'è afa, non c'è zanzara, non c'è traffico a disturbare le foglie piegate e i cani tremanti ed il trattore che in silenzio guarda i suoi regni, come un re fiero durante una festa in suo onore.
Capisco perché tanti poeti, tanti scrittori hanno cercato di descrivere il suono delle gocce di pioggia che sbattono sulle foglie spesse e dure di
una magnolia.
Capisco perché tanti pittori hanno tentato di riprodurre il colore greve e trionfante del fiore di una ortensia sotto l'acquazzone.
Oggi, sono sicura, il cielo mi donerà un bell'arcobaleno. A ricordarmi quanta magia c'è nella cosa più semplice e complicata e completa del mondo: la terra su cui vivo, su cui viviamo tutti.
Piove sulla mia casa in campagna e sui miei cani, piove su tutta la mia terra ed io mi ostino a non entrar dentro casa. Sto seduta fuori, con i polpacci e le ginocchia a prender le gocce e ad assaporare le grida dei panni stesi condannati a non asciugarsi più.
Dalla grondaia della cantina esce un bel fiumiciattolo d'acqua pulita, così pulita che pulisce tutto ciò su cui cade.
In città da me, quando piove, tutto diventa più sporco, più puzzolente, più macabro.
E qua invece il cielo è nero, ma delimitato da un orizzonte dorato che promette l'oro del grano e l'arancione delle albicocche.
Ogni tanto un tuono ulula a tutti di stare attenti, per poi andarsi a posare lontano, minacciando qualche albero sperduto nei campi.
Vien su dalla terra il mio sorriso e in su dalla terra il mio corpo. Tutto si bagna e non c'è afa, non c'è zanzara, non c'è traffico a disturbare le foglie piegate e i cani tremanti ed il trattore che in silenzio guarda i suoi regni, come un re fiero durante una festa in suo onore.
Capisco perché tanti poeti, tanti scrittori hanno cercato di descrivere il suono delle gocce di pioggia che sbattono sulle foglie spesse e dure di
una magnolia.
Capisco perché tanti pittori hanno tentato di riprodurre il colore greve e trionfante del fiore di una ortensia sotto l'acquazzone.
Oggi, sono sicura, il cielo mi donerà un bell'arcobaleno. A ricordarmi quanta magia c'è nella cosa più semplice e complicata e completa del mondo: la terra su cui vivo, su cui viviamo tutti.
lunedì 23 luglio 2012
Eddaje!
Finalmente piove! Grazie Dio, grazie Gesù e grazie a tutti gli altri che mi hanno dato un buon motivo per ricominciare a studiare.
Sembra di aver fatto un balzo a settembre. Mio fratello dorme addirittura con la felpa.
In ogni caso magari questo cambio improvviso mi farà riaccendere il cervello, non si può mai sapere no?!
Per ora mi sono appena svegliata, ebbene sì, e ho appena mangiato il solito yogurt per colazione.
La donna delle pulizie più disastrosa del mondo si aggira per casa spruzzando di tutto.
Ho quasi sbranato una tizia che distribuiva moduli per luce e gas. Mi ha guardata terrorizzata.
A volte mi sembra di essere il Grinch.
Sembra di aver fatto un balzo a settembre. Mio fratello dorme addirittura con la felpa.
In ogni caso magari questo cambio improvviso mi farà riaccendere il cervello, non si può mai sapere no?!
Per ora mi sono appena svegliata, ebbene sì, e ho appena mangiato il solito yogurt per colazione.
La donna delle pulizie più disastrosa del mondo si aggira per casa spruzzando di tutto.
Ho quasi sbranato una tizia che distribuiva moduli per luce e gas. Mi ha guardata terrorizzata.
A volte mi sembra di essere il Grinch.
sabato 21 luglio 2012
Le prime tre cose.
La prima cosa che faccio di sabato mattina è correre a comprare il tabacco, finito consumando un libro fantastico di Carol O' Connel.
La seconda cosa che faccio di sabato mattina è correre a La Feltrinelli a cercare altri libri della stessa autrice, che scrive a metà tra me e Stefano Benni e che mi ha fatto trascorrere due giorni in un delirio di 300 pagine la cui fine è un incubo.
Il mio problema con i libri è che vorrei non finissero mai, vorrei conoscere i personaggi fino all'ultimo dettaglio, fino al loro ultimo respiro.
Per questo amo le saghe, le collane. Amo tutto ciò che si allunga.
E Carol O' Connel mi dà questa possibilità. Mi dà la possibilità di innamorarmi del detective Riker, con il suo abuso di alcool, la sua brutalità nei gesti e nelle parole.
Mi dà la possibilità di fingermi amica di Mallory, di scrutare i suoi occhi verde elettrico e terrorizzarmi ed eccitarmi allo stesso tempo.
La terza cosa che faccio di sabato mattina è sedermi al bar della mia compagnia da sola. Ci siamo io ed un signore sui 55 che beve Moretti e legge un libro sull'archeologia del Lazio.
Passano ragazzi sconvolti dal venerdì sera che mi guardano come se fossi un'aliena, ed io me ne accorgo senza neanche alzare lo sguardo.
Aliena da loro è quello che sono, la mia essenza prima.
La barista mi guarda allibita quando le dico che non sto aspettando nessuno ed il suo sorriso iniziale si trasforma in una specie di smorfia di dolore, dolore per me. Come se servisse necessariamente qualcun altro per sedersi ad un bar.
Apro il libro, inizio a leggere e nonostante tutti i miei grazie, quando mi viene portato il caffè, la ragazza mi guarda con disgusto. Come se io fossi lì per leggere "Tre metri sopra il cielo" fingendomi un'intellettuale.
Non posso biasimarla, alla fine è la moda di questi ultimi anni che ha trasformato tutti in pseudo artistoidi/intellettualoidi. Tutti scrivono poesie, tutti leggono, tutti cuciono e tutti suonano la chitarra.
E io che ste cose le faccio dal grembo materno finisco raggruppata insieme alla marmaglia con ciuffo o frangetta.
Vorrei spiegarle che libro sto leggendo e perché. Invece prendo il cellulare interrompendo la lettura e scrivo a voi.
Adesso lei mi guarda come se fossi un essere umano.
La seconda cosa che faccio di sabato mattina è correre a La Feltrinelli a cercare altri libri della stessa autrice, che scrive a metà tra me e Stefano Benni e che mi ha fatto trascorrere due giorni in un delirio di 300 pagine la cui fine è un incubo.
Il mio problema con i libri è che vorrei non finissero mai, vorrei conoscere i personaggi fino all'ultimo dettaglio, fino al loro ultimo respiro.
Per questo amo le saghe, le collane. Amo tutto ciò che si allunga.
E Carol O' Connel mi dà questa possibilità. Mi dà la possibilità di innamorarmi del detective Riker, con il suo abuso di alcool, la sua brutalità nei gesti e nelle parole.
Mi dà la possibilità di fingermi amica di Mallory, di scrutare i suoi occhi verde elettrico e terrorizzarmi ed eccitarmi allo stesso tempo.
La terza cosa che faccio di sabato mattina è sedermi al bar della mia compagnia da sola. Ci siamo io ed un signore sui 55 che beve Moretti e legge un libro sull'archeologia del Lazio.
Passano ragazzi sconvolti dal venerdì sera che mi guardano come se fossi un'aliena, ed io me ne accorgo senza neanche alzare lo sguardo.
Aliena da loro è quello che sono, la mia essenza prima.
La barista mi guarda allibita quando le dico che non sto aspettando nessuno ed il suo sorriso iniziale si trasforma in una specie di smorfia di dolore, dolore per me. Come se servisse necessariamente qualcun altro per sedersi ad un bar.
Apro il libro, inizio a leggere e nonostante tutti i miei grazie, quando mi viene portato il caffè, la ragazza mi guarda con disgusto. Come se io fossi lì per leggere "Tre metri sopra il cielo" fingendomi un'intellettuale.
Non posso biasimarla, alla fine è la moda di questi ultimi anni che ha trasformato tutti in pseudo artistoidi/intellettualoidi. Tutti scrivono poesie, tutti leggono, tutti cuciono e tutti suonano la chitarra.
E io che ste cose le faccio dal grembo materno finisco raggruppata insieme alla marmaglia con ciuffo o frangetta.
Vorrei spiegarle che libro sto leggendo e perché. Invece prendo il cellulare interrompendo la lettura e scrivo a voi.
Adesso lei mi guarda come se fossi un essere umano.
venerdì 20 luglio 2012
Notizie generali dalla palude.
So che questo blog sta andando a puttane e principalmente è mia la colpa. Quest'estate mi ha risucchiata in milioni di impegni e non riesco mai a seguirvi in modo decente, quindi è più che giusto che sti post restino inascoltati.
In ogni caso, l'altro giorno sono andata a casa mia in campagna per sistemare una vasca per la tartaruga d'acqua di mio fratello che tenevamo in una scatola di plastica gigante in balcone. Ho lavorato con mio padre. Preso la vasca, disposto sassi e mattoni per fare nascondigli e piattaforme e alla fine abbiamo liberato la bestiaccia, che tra le altre cose è l'animale più puzzolente al mondo. Mi sono divertita, mi piace fare queste, toccare il ferro della carriola e tentare di far smettere i cani di fare le feste non appena metto piede in fattoria. La mia estate la sto passando lì, in pace tra le cicale e quello che una volta era un bel giardino e che ora sta là secco e spoglio a ricordarmi che mia madre non ci mette più mano da anni.
Peró ci sto bene lo stesso. È una vita più semplice, che si riassume tutta tra l'orto, la stalla e la propria casa.
E allora prendo tutti i cani e li porto lì, a fare i cani veri, invece che pupazzetti in appartamento, che è una cosa che mi spezza il cuore.
Da due settimane mio fratello è tornato a casa con noi, abbandonando mio padre. Di nuovo.
Dorme nel letto sopra al mio, quel poco che dorme tra pizze surgelate, computer, birra, cannoni d'erbe spaziali, mare, amici, cose varie. È strano riaverlo qui. Sembra essere tornati a tantissimi anni fa. Quando lui era un cucciolo spaurito che dormiva nel letto accanto al mio ed io spegnendo la luce lo guardavo ed in silenzio gli chiedevo di non aver paura.
Almeno tu.
In ogni caso, l'altro giorno sono andata a casa mia in campagna per sistemare una vasca per la tartaruga d'acqua di mio fratello che tenevamo in una scatola di plastica gigante in balcone. Ho lavorato con mio padre. Preso la vasca, disposto sassi e mattoni per fare nascondigli e piattaforme e alla fine abbiamo liberato la bestiaccia, che tra le altre cose è l'animale più puzzolente al mondo. Mi sono divertita, mi piace fare queste, toccare il ferro della carriola e tentare di far smettere i cani di fare le feste non appena metto piede in fattoria. La mia estate la sto passando lì, in pace tra le cicale e quello che una volta era un bel giardino e che ora sta là secco e spoglio a ricordarmi che mia madre non ci mette più mano da anni.
Peró ci sto bene lo stesso. È una vita più semplice, che si riassume tutta tra l'orto, la stalla e la propria casa.
E allora prendo tutti i cani e li porto lì, a fare i cani veri, invece che pupazzetti in appartamento, che è una cosa che mi spezza il cuore.
Da due settimane mio fratello è tornato a casa con noi, abbandonando mio padre. Di nuovo.
Dorme nel letto sopra al mio, quel poco che dorme tra pizze surgelate, computer, birra, cannoni d'erbe spaziali, mare, amici, cose varie. È strano riaverlo qui. Sembra essere tornati a tantissimi anni fa. Quando lui era un cucciolo spaurito che dormiva nel letto accanto al mio ed io spegnendo la luce lo guardavo ed in silenzio gli chiedevo di non aver paura.
Almeno tu.
lunedì 16 luglio 2012
La mia "amica di penna".
Dama di un ghiaccio che s'è sciolto al primo sole che l'ha baciata. Occhi tristi: un azzurro che non riesce più a pensare, un colore spaventoso a coprire tutto il bello che c'è dietro fasce muscolari e terrori auto-indotti. Il collo teso dall'ennesimo sguardo altrui che erroneamente si sente ricadere sulla nuca.
E le braccia e le mani e le unghie colorate: la dolcezza infinita del suo essere umana.
Il cuore bloccato in gola dai soliti motivi.
Ha paura dell'amore perchè nessuno ha mai avuto il coraggio di dargliene e piange e si dispera perchè pensa d'essere sbagliata, di non meritar niente, di non essere nessuno. Eppure si vede, nella foto di una stanza, un'angolo di luce ambrata dove, felice e triste, siede lei e lei dà vita a tutto il quadro, al quadro imperfetto che ogni foto ritrae: la vita.
Ha paura delle nuove conoscenze perchè dovrebbe celare i suoi segreti ad altre persone e ha paura di incontrare quella che finalmente riuscirà a farle le domande giuste, a leggere ogni segno che quei segreti le hanno lasciato addosso. Eppure si sente, tra le decine di risate, una un po' più tenue, che s'insinua da chissà dove nelle orecchie d'ognuno. E di lei è quella risata: un suono che rievoca i fiori e il sole e la terra nuda e la neve, tutto assieme. Come quando si ascolta un usignolo: l'uditor si chiede se varrebbe la pena di privarlo della libertà pur di gioire di quel suono ogni giorno.
Dama di un fuoco che dorme nei tizzoni. Aspetta il primo vento che la faccia risvegliare. Occhi aperti: un azzurro in costante ricerca di chi è e di cosa vuole e di cosa otterrà, un colore devastante che cerca di spiegare alla gente che ha bisogno di una parola in più. Le gambe diritte sull'asfalto più caldo del mondo per scappare da tutto quello che potrebbe uccidere. Le caviglie ossute a ricordarle qualcosa che non avrebbe mai voluto vivere.
Vuol ricercar la perfezione in se stessa forse per far diventare perfetto il mondo che ha intorno.
Dama che non s'accorge di quanta perfezione ci sia nell'errore, nella normalità, nella sua fragilità.
*daje*
E le braccia e le mani e le unghie colorate: la dolcezza infinita del suo essere umana.
Il cuore bloccato in gola dai soliti motivi.
Ha paura dell'amore perchè nessuno ha mai avuto il coraggio di dargliene e piange e si dispera perchè pensa d'essere sbagliata, di non meritar niente, di non essere nessuno. Eppure si vede, nella foto di una stanza, un'angolo di luce ambrata dove, felice e triste, siede lei e lei dà vita a tutto il quadro, al quadro imperfetto che ogni foto ritrae: la vita.
Ha paura delle nuove conoscenze perchè dovrebbe celare i suoi segreti ad altre persone e ha paura di incontrare quella che finalmente riuscirà a farle le domande giuste, a leggere ogni segno che quei segreti le hanno lasciato addosso. Eppure si sente, tra le decine di risate, una un po' più tenue, che s'insinua da chissà dove nelle orecchie d'ognuno. E di lei è quella risata: un suono che rievoca i fiori e il sole e la terra nuda e la neve, tutto assieme. Come quando si ascolta un usignolo: l'uditor si chiede se varrebbe la pena di privarlo della libertà pur di gioire di quel suono ogni giorno.
Dama di un fuoco che dorme nei tizzoni. Aspetta il primo vento che la faccia risvegliare. Occhi aperti: un azzurro in costante ricerca di chi è e di cosa vuole e di cosa otterrà, un colore devastante che cerca di spiegare alla gente che ha bisogno di una parola in più. Le gambe diritte sull'asfalto più caldo del mondo per scappare da tutto quello che potrebbe uccidere. Le caviglie ossute a ricordarle qualcosa che non avrebbe mai voluto vivere.
Vuol ricercar la perfezione in se stessa forse per far diventare perfetto il mondo che ha intorno.
Dama che non s'accorge di quanta perfezione ci sia nell'errore, nella normalità, nella sua fragilità.
*daje*
giovedì 12 luglio 2012
Gli amici immaginari.
Ho sempre avuto il vizio di parlare da sola, ricostruendo attimi imperfetti della mia vita col senno di poi. C'ho sempre provato a riplasmare il mio fango a mio piacimento, finendo poi per stringere solo fredda guazza di terra e acqua e di morte della mia persona.
Nelle sere in cui gracidavano ancora le rane sopra la mai testa sognavo arrivasse qualcuno di notte a darmi un bacio d'amore, come nei cartoni animati. In quello stesso letto ho consumato il primo vero delitto ai danni di me stessa.
Nei giorni di pioggia tendenzialmente mi vien da sorridere, sorridere ad un cielo che piange al posto mio. Posso delegare il mio dolore a qualcuno, per una volta.
Che amore è quello che mi pugnala ogni giorno?
Che amore è quello che non capisce che dovrebbe essere come uno dei miei amici immaginari?
Parlarmi come voglio io, stringermi come voglio io, amarmi come voglio io.
Invece no.
Lenzuola verdi ad imitare un prato che è così lontano da me da non riuscirne più a carpirne l'odore ed il cuscino basso che mi fa addormentare subito e mi dà questi mal di schiena, amici per sempre, aggravati dalle mie manie futuristiche e infantili.
Ho il cervello così inceppato che mi dico di voler scrivere anche se non sono assolutamente in grado di farlo.
Un file .txt mi guarda dal Desktop e mi biasima per non averlo mai aperto nell'ultimo mese.
Un giorno un mio amico mi ha chiesto: "Chi è che ti dà la penna?", domanda lecita che mi fa capire che senza i miei antichi dolori non saprei andare a parare da nessuna parte.
Eppure ci sono periodi in cui mi sento una persona nuova, una persona bianca e senza macchie, una persona che di quello che ha fatto porta le cicatrici fieramente: "Questo è ciò a cui ho resistito."
Nel caso questo fosse vero non accadrebbe più che un solo nome, una sola discussione riguardo il mio passato, mi tagli la testa con una mannaia arrugginita. Non accadrebbe più.
Ed eccomi qua, di nuovo decapitata a scrivere solamente seguendo ste dita che mi strapperei a morsi, con le lacrime appoggiate nelle palpebre inferiori che sembrano bruciare ed invece non bruciano mai.
Che amore è quello che pretende ciecamente?
Che amore è quello che non si concede mai, come una vergine timorata di Dio?
Solitudini devastanti mi abbracciano e con le loro dita d'ossa mi graffiano la schiena.
Ed io sto zitta di nuovo.
Leggo ogni giorno persone dichiarare che il silenzio è il loro migliore amico. Persone che dichiarano questa cosa e che non sanno star zitte un secondo, che non sanno tenere la bocca chiusa su niente.
E vorrei spiegarglielo io cosa vuol dir sentire i propri ingranaggi stridere e assordarti, tendando invano di trovare le parole adatte per parlare di quello stridore e invece star zitti e muti perchè di parole giuste non ce ne sono. Perchè il suono della mia voce distruggerebbe quel poetico stridore.
Tutte le poesie del mio dolore assordante.
Sono ancora i piccoli gesti a tirare su la mia giornata, a costruirla senza che io possa farci niente.
Dalla voce delle persone non potrò mai essere in grado di capire niente.
Piuttosto, fatemi vedere se vi tremano le mani quando dite la parola "amore".
Piuttosto, fatemi appoggiare il mio orecchio sul vostro, convincetemi che dietro al timpano c'è metallo in amore.
Nelle sere in cui gracidavano ancora le rane sopra la mai testa sognavo arrivasse qualcuno di notte a darmi un bacio d'amore, come nei cartoni animati. In quello stesso letto ho consumato il primo vero delitto ai danni di me stessa.
Nei giorni di pioggia tendenzialmente mi vien da sorridere, sorridere ad un cielo che piange al posto mio. Posso delegare il mio dolore a qualcuno, per una volta.
Che amore è quello che mi pugnala ogni giorno?
Che amore è quello che non capisce che dovrebbe essere come uno dei miei amici immaginari?
Parlarmi come voglio io, stringermi come voglio io, amarmi come voglio io.
Invece no.
Lenzuola verdi ad imitare un prato che è così lontano da me da non riuscirne più a carpirne l'odore ed il cuscino basso che mi fa addormentare subito e mi dà questi mal di schiena, amici per sempre, aggravati dalle mie manie futuristiche e infantili.
Ho il cervello così inceppato che mi dico di voler scrivere anche se non sono assolutamente in grado di farlo.
Un file .txt mi guarda dal Desktop e mi biasima per non averlo mai aperto nell'ultimo mese.
Un giorno un mio amico mi ha chiesto: "Chi è che ti dà la penna?", domanda lecita che mi fa capire che senza i miei antichi dolori non saprei andare a parare da nessuna parte.
Eppure ci sono periodi in cui mi sento una persona nuova, una persona bianca e senza macchie, una persona che di quello che ha fatto porta le cicatrici fieramente: "Questo è ciò a cui ho resistito."
Nel caso questo fosse vero non accadrebbe più che un solo nome, una sola discussione riguardo il mio passato, mi tagli la testa con una mannaia arrugginita. Non accadrebbe più.
Ed eccomi qua, di nuovo decapitata a scrivere solamente seguendo ste dita che mi strapperei a morsi, con le lacrime appoggiate nelle palpebre inferiori che sembrano bruciare ed invece non bruciano mai.
Che amore è quello che pretende ciecamente?
Che amore è quello che non si concede mai, come una vergine timorata di Dio?
Solitudini devastanti mi abbracciano e con le loro dita d'ossa mi graffiano la schiena.
Ed io sto zitta di nuovo.
Leggo ogni giorno persone dichiarare che il silenzio è il loro migliore amico. Persone che dichiarano questa cosa e che non sanno star zitte un secondo, che non sanno tenere la bocca chiusa su niente.
E vorrei spiegarglielo io cosa vuol dir sentire i propri ingranaggi stridere e assordarti, tendando invano di trovare le parole adatte per parlare di quello stridore e invece star zitti e muti perchè di parole giuste non ce ne sono. Perchè il suono della mia voce distruggerebbe quel poetico stridore.
Tutte le poesie del mio dolore assordante.
Sono ancora i piccoli gesti a tirare su la mia giornata, a costruirla senza che io possa farci niente.
Dalla voce delle persone non potrò mai essere in grado di capire niente.
Piuttosto, fatemi vedere se vi tremano le mani quando dite la parola "amore".
Piuttosto, fatemi appoggiare il mio orecchio sul vostro, convincetemi che dietro al timpano c'è metallo in amore.
venerdì 6 luglio 2012
Che estate è?
È già volato via un mese di questa estate strana, inconcludente e calda come il fuoco.
Non sto combinando niente.
L'unica cosa che è tornata a trovarmi è la mia inappetenza estiva che mi porta sull'orlo di svenimenti epici quasi ogni giorno. Ogni volta che metto in bocca qualcosa mi viene la tachicardia e cosi faccio colazione, pranzo e cena con frutta e ancora frutta. E di nuovo frutta. Ho superato un ciclo senza quasi ingerire carne ed oggi ne sto risentendo da morire.
In ogni caso non so se sto dimagrendo o meno. Ho una paura devastante di salire sulla bilancia. E se segnasse un numero che non voglio leggere?
A questo proposito voglio riportare una pubblicità uscita ultimamente che ritengo geniale. Quella in cui la tizia sale sulla bilancia ed invece di un numero esce la scritta "fiducia" seguita da altre parole.
Quanto mi servirebbe quella bilancia là. Ci salirei ogni minuto e, chissà, magari poi lo specchio mi direbbe che sono bella, o almeno carina.
Tra le novità vale la pena citare un ragazzo uscito dalla cerchia del nostro Zio Paperone. È un cretino, maniaco della palestra, recentemente depresso perché si è lasciato con la ragazza dopo tre anni. Giovedì e venerdì sera lo hanno affidato alle mie cure di creatura metà donna metà uomo. Dai discorsi emerge una personalità che non mi piace ed una spavalderia ostentata che mi irrita come nient'altro al mondo.
Ed ora vi svelo un altro lato di me: io prendo per il culo tantissimo. E mi fa piacere essere presa per il culo, mi diverte, e chi mi conosce mi regge questo gioco di sarcasmi e battute, soprattutto quelli della mia cerchia più stretta (i tossici, lo psicologo e Zio Paperone), proprio perché sanno che quando ti do il "permesso" di prendermi per il culo, prendendoti per il culo, allora significa che ti considero un amico.
Insomma, ho sfottuto questo tizio per due sere, intervallando il gioco con nozioni della mia esperienza personale riguardo le odiate relazioni interpersonali e amorose.
L'altro ieri sera siamo usciti e si è unito anche lui, con le sue solite sbruffonate da imbecille. Tra una cosa e l'altra mi ha detto che l'ho spaventato. Non capisco perché, peró. Gli ho detto solamente quello che penso riguardo un rapporto di tre anni condito con sesso tradizionale e sciapo: non sono stati insieme. Lo psicologo mi ha dato man forte al riguardo, come tutti gli altri suoi amici.
Pensavo fosse una cosa che lo potesse un minimo consolare.
E invece l'ho terrorizzato.
Tutto ciò è seguito da due miei sogni in cui compariva lui e una richiesta d'amicizia da parte sua.
Mi mette un sentore strano tutta sta diatriba. Come se dovessi aspettarmi qualcosa che non voglio vedere arrivare nemmeno da lontano.
Tutto il resto è estate.
Non sto combinando niente.
L'unica cosa che è tornata a trovarmi è la mia inappetenza estiva che mi porta sull'orlo di svenimenti epici quasi ogni giorno. Ogni volta che metto in bocca qualcosa mi viene la tachicardia e cosi faccio colazione, pranzo e cena con frutta e ancora frutta. E di nuovo frutta. Ho superato un ciclo senza quasi ingerire carne ed oggi ne sto risentendo da morire.
In ogni caso non so se sto dimagrendo o meno. Ho una paura devastante di salire sulla bilancia. E se segnasse un numero che non voglio leggere?
A questo proposito voglio riportare una pubblicità uscita ultimamente che ritengo geniale. Quella in cui la tizia sale sulla bilancia ed invece di un numero esce la scritta "fiducia" seguita da altre parole.
Quanto mi servirebbe quella bilancia là. Ci salirei ogni minuto e, chissà, magari poi lo specchio mi direbbe che sono bella, o almeno carina.
Tra le novità vale la pena citare un ragazzo uscito dalla cerchia del nostro Zio Paperone. È un cretino, maniaco della palestra, recentemente depresso perché si è lasciato con la ragazza dopo tre anni. Giovedì e venerdì sera lo hanno affidato alle mie cure di creatura metà donna metà uomo. Dai discorsi emerge una personalità che non mi piace ed una spavalderia ostentata che mi irrita come nient'altro al mondo.
Ed ora vi svelo un altro lato di me: io prendo per il culo tantissimo. E mi fa piacere essere presa per il culo, mi diverte, e chi mi conosce mi regge questo gioco di sarcasmi e battute, soprattutto quelli della mia cerchia più stretta (i tossici, lo psicologo e Zio Paperone), proprio perché sanno che quando ti do il "permesso" di prendermi per il culo, prendendoti per il culo, allora significa che ti considero un amico.
Insomma, ho sfottuto questo tizio per due sere, intervallando il gioco con nozioni della mia esperienza personale riguardo le odiate relazioni interpersonali e amorose.
L'altro ieri sera siamo usciti e si è unito anche lui, con le sue solite sbruffonate da imbecille. Tra una cosa e l'altra mi ha detto che l'ho spaventato. Non capisco perché, peró. Gli ho detto solamente quello che penso riguardo un rapporto di tre anni condito con sesso tradizionale e sciapo: non sono stati insieme. Lo psicologo mi ha dato man forte al riguardo, come tutti gli altri suoi amici.
Pensavo fosse una cosa che lo potesse un minimo consolare.
E invece l'ho terrorizzato.
Tutto ciò è seguito da due miei sogni in cui compariva lui e una richiesta d'amicizia da parte sua.
Mi mette un sentore strano tutta sta diatriba. Come se dovessi aspettarmi qualcosa che non voglio vedere arrivare nemmeno da lontano.
Tutto il resto è estate.
lunedì 25 giugno 2012
La filosofia della vergogna.
Beatrice, non aver paura.
Battezzata sotto un nome di cui mi vergogno: Maria. Prima Maria, solamente poi Beatrice.
Come si può vivere bene nascendo nella vergogna? Io mi sono vergognata davanti a Dio, mentre mi veniva bagnata la testa con l'acqua Santa e mi facevo la pipì addosso.
Beatrice, esponiti.
Sabbia incandescente. Quattordici del pomeriggio intasate, oberate. Ascelle, tette, cosce sudate. Onde calme accolgono questo corpo che si ostina a non cambiare. Lo smalto rovinato sulle unghie dei miei piedi affoga nella sabbia del bagno asciuga, mi vergogno di quelle crepe negligenti.
Ogni volta che infilo la testa sott'acqua mi sembra di compiere un nuovo Battesimo. Ogni volta.
Mi vergogno e al mare ci vado. Alzo la testa, il sole mi scotta la frangia e mi dice che tanto a lui di me non importa. Ed è di questo che a me importa. Cinquantasette chili abbondanti, parte della natura: perfetti proprio per questo. Una semplicità che non accetto e che accetto.
Beatrice, sfogati.
Pompa manuale bianca di plastica. Sta maledetta ruota che non vuole saperne di gonfiarsi. Mi basta alzare il telefono: papà è ancora qui per me. Prende, ribalta, sbatacchia la bici. La bici torna viva. Viva e pronta a regalarmi l'aria calda delle sette di sera sulla pista ciclabile. Un'amica che mi chiama per un giro in pattini. I libri che restano chiusi. Sesso soddisfacente dopo mesi. E una litigata furiosa che mi fa sentire Dio.
E una nuova canzone da scrivere. L'ennesimo esperimento per la mia BIC.
Beatrice, vestiti.
Bisogna uscire di nuovo. Bisogna di nuovo mangiare fuori. Friggiamo i pesci e le piante e la frutta. Tutto ciò che non viene fritto è inevitabilmente annegato, cosparso, imbevuto in extra vergine d'oliva uscito direttamente dai frantoi di Dio. Di birra non ce n'è mai abbastanza e si mangia e si beve. Il vinsanto lo vuoi? Che domande mi fai. Di vinsanto non ce n'è mai abbastanza.
E prima di tutto questo.
Sventrare la valigia senza ritegno cercando qualcosa che si abbini ad un azzardato smalto arancione. Ad una collana mai messa. Alle scarpe nuove. Tacchi o ciabatte? Gonna o pantaloni? O pantaloncini? Reggiseno normale o a fascia o body o corpetto? Ma che ne so.
Vestito marrone reinventato che tira fuori tutti i tatuaggi, tranne il più prezioso: le poche cose interessanti di me. Rossetto arancione, tanto un pagliaccio già mi ci sento.
Ma poi scendo sotto casa. Lui mi guarda e mi dice: "Se ti presenti vestita così allora dobbiamo prima scopare".
Scopare è l'unica cosa che mi può rincuorare.
Beatrice, sfidati.
Un ragazzo mi guarda e penso mi trovi ridicola. Eppure io lo guardo ancora e faccio l'indifferente stronza ammaliante puttana con cocktail in mano e quelle tette che tanto mi bastano per scopare con chi cazzo mi pare. Una ragazza mi guarda storto ed io penso che mi trovi ridicola. Eppure le passo davanti e alzo il mento e mentre me ne vado mi giro; lei abbassa la testa e io sono la solita tossica trasformata in tizia in gonnella che tanto lo sanno tutti che è una puttana, ma la mia testa è alta e lei ha la coda tra le gambe: lo sa che potrei sbranarla con mezza parola e denti affilati in anni di lotte.
Un nuovo alcolico, troppo dolce ed io lo bevo lo stesso. E abbracciare il barista al suo compleanno. Il solito pazzo che mi urla in faccia per strada e la polizia che non arriva mai ed io penso che prima o poi mi ucciderà: lo guardo un secondo e si dilegua.
Bar della bella gente, unico aperto ed io ho bisogno di cartine. Due tre quattro tutte le persone mi guardano. Non muovo lo sguardo dalla vetrata della porta. Non ho paura. Beatrice, tu non hai paura. Stupido mantra che mi porta dentro a calpestare il marmo con le mie ciabatte di plastica dura e la mia puzza di cloro e sudore e cani dopo una giornata in campagna.
"Rizla argento corte".
E sangue.
Grazie.
Beatrice, ammazzati.
Sogno o son desta? Ogni cartone animato, telefilm, film. Ogni ragazzo, ragazza, trans. Ogni fidanzato, fidanzata, migliore amico o amica. Ogni cazzo, ogni fica, ogni tetta. Ogni fottuto pelo, capello, pelle strappati. Ogni buco inflittomi o inflitto ad altri.
Ogni parola, canzone, sogno o son desta.
La notte accoglie il mio cervello macero d'avvenire e di passato, di vorrei/ho voluto/vorrò. La notte accoglie le mie dita sporche d'ogni cosa al mondo, i miei piedi resistenti e i gomiti spigolosi. La notte accoglie le mie tette un po' calate. La cicatrice che i cani mi hanno lasciato sulla coscia. I capelli tagliati controvoglia. La bocca troppo piccola. Le sopracciglia troppo basse. La stupida testa grossa e rotonda. La notte accoglie le mie dita corte ingiallite dalla mia morte ideale. Gli occhi truccati male. La mancanza di femminilità in ogni mio gesto. Quel filo di cellulite che inizia a comparire sotto il culo.
La notte non riesce ad inghiottirmi tanto son grossa.
E così la inghiotto io e la sputo su un foglio virtuale che non leggerà un cazzo di nessuno.
Perchè quando scrivi "Beatrice" scrivi "Nessuno".
Battezzata sotto un nome di cui mi vergogno: Maria. Prima Maria, solamente poi Beatrice.
Come si può vivere bene nascendo nella vergogna? Io mi sono vergognata davanti a Dio, mentre mi veniva bagnata la testa con l'acqua Santa e mi facevo la pipì addosso.
Beatrice, esponiti.
Sabbia incandescente. Quattordici del pomeriggio intasate, oberate. Ascelle, tette, cosce sudate. Onde calme accolgono questo corpo che si ostina a non cambiare. Lo smalto rovinato sulle unghie dei miei piedi affoga nella sabbia del bagno asciuga, mi vergogno di quelle crepe negligenti.
Ogni volta che infilo la testa sott'acqua mi sembra di compiere un nuovo Battesimo. Ogni volta.
Mi vergogno e al mare ci vado. Alzo la testa, il sole mi scotta la frangia e mi dice che tanto a lui di me non importa. Ed è di questo che a me importa. Cinquantasette chili abbondanti, parte della natura: perfetti proprio per questo. Una semplicità che non accetto e che accetto.
Beatrice, sfogati.
Pompa manuale bianca di plastica. Sta maledetta ruota che non vuole saperne di gonfiarsi. Mi basta alzare il telefono: papà è ancora qui per me. Prende, ribalta, sbatacchia la bici. La bici torna viva. Viva e pronta a regalarmi l'aria calda delle sette di sera sulla pista ciclabile. Un'amica che mi chiama per un giro in pattini. I libri che restano chiusi. Sesso soddisfacente dopo mesi. E una litigata furiosa che mi fa sentire Dio.
E una nuova canzone da scrivere. L'ennesimo esperimento per la mia BIC.
Beatrice, vestiti.
Bisogna uscire di nuovo. Bisogna di nuovo mangiare fuori. Friggiamo i pesci e le piante e la frutta. Tutto ciò che non viene fritto è inevitabilmente annegato, cosparso, imbevuto in extra vergine d'oliva uscito direttamente dai frantoi di Dio. Di birra non ce n'è mai abbastanza e si mangia e si beve. Il vinsanto lo vuoi? Che domande mi fai. Di vinsanto non ce n'è mai abbastanza.
E prima di tutto questo.
Sventrare la valigia senza ritegno cercando qualcosa che si abbini ad un azzardato smalto arancione. Ad una collana mai messa. Alle scarpe nuove. Tacchi o ciabatte? Gonna o pantaloni? O pantaloncini? Reggiseno normale o a fascia o body o corpetto? Ma che ne so.
Vestito marrone reinventato che tira fuori tutti i tatuaggi, tranne il più prezioso: le poche cose interessanti di me. Rossetto arancione, tanto un pagliaccio già mi ci sento.
Ma poi scendo sotto casa. Lui mi guarda e mi dice: "Se ti presenti vestita così allora dobbiamo prima scopare".
Scopare è l'unica cosa che mi può rincuorare.
Beatrice, sfidati.
Un ragazzo mi guarda e penso mi trovi ridicola. Eppure io lo guardo ancora e faccio l'indifferente stronza ammaliante puttana con cocktail in mano e quelle tette che tanto mi bastano per scopare con chi cazzo mi pare. Una ragazza mi guarda storto ed io penso che mi trovi ridicola. Eppure le passo davanti e alzo il mento e mentre me ne vado mi giro; lei abbassa la testa e io sono la solita tossica trasformata in tizia in gonnella che tanto lo sanno tutti che è una puttana, ma la mia testa è alta e lei ha la coda tra le gambe: lo sa che potrei sbranarla con mezza parola e denti affilati in anni di lotte.
Un nuovo alcolico, troppo dolce ed io lo bevo lo stesso. E abbracciare il barista al suo compleanno. Il solito pazzo che mi urla in faccia per strada e la polizia che non arriva mai ed io penso che prima o poi mi ucciderà: lo guardo un secondo e si dilegua.
Bar della bella gente, unico aperto ed io ho bisogno di cartine. Due tre quattro tutte le persone mi guardano. Non muovo lo sguardo dalla vetrata della porta. Non ho paura. Beatrice, tu non hai paura. Stupido mantra che mi porta dentro a calpestare il marmo con le mie ciabatte di plastica dura e la mia puzza di cloro e sudore e cani dopo una giornata in campagna.
"Rizla argento corte".
E sangue.
Grazie.
Beatrice, ammazzati.
Sogno o son desta? Ogni cartone animato, telefilm, film. Ogni ragazzo, ragazza, trans. Ogni fidanzato, fidanzata, migliore amico o amica. Ogni cazzo, ogni fica, ogni tetta. Ogni fottuto pelo, capello, pelle strappati. Ogni buco inflittomi o inflitto ad altri.
Ogni parola, canzone, sogno o son desta.
La notte accoglie il mio cervello macero d'avvenire e di passato, di vorrei/ho voluto/vorrò. La notte accoglie le mie dita sporche d'ogni cosa al mondo, i miei piedi resistenti e i gomiti spigolosi. La notte accoglie le mie tette un po' calate. La cicatrice che i cani mi hanno lasciato sulla coscia. I capelli tagliati controvoglia. La bocca troppo piccola. Le sopracciglia troppo basse. La stupida testa grossa e rotonda. La notte accoglie le mie dita corte ingiallite dalla mia morte ideale. Gli occhi truccati male. La mancanza di femminilità in ogni mio gesto. Quel filo di cellulite che inizia a comparire sotto il culo.
La notte non riesce ad inghiottirmi tanto son grossa.
E così la inghiotto io e la sputo su un foglio virtuale che non leggerà un cazzo di nessuno.
Perchè quando scrivi "Beatrice" scrivi "Nessuno".
giovedì 14 giugno 2012
La colpa è sempre mia: facile!
Stamattina esco con il cane, verso le 9. Mi ferma per strada il benzinaio e mi chiede se ho visto che la mia macchina è stata rimossa. Gli chiedo che macchina era e dove stava parcheggiata. "Audi A2, davanti al negozio di giocattoli", la macchina del mio ragazzo. Perfetto.
Nel momento stesso in cui il benzinaio me l'ha detto avevo già iniziato a sentire le urla che mi sarei dovuta sorbire.
Rientro a casa e aspetto che si svegli GM; ci manca solo che lo faccio alzare per dargli questa notizia...
Si sveglia da solo, fa colazione e glielo dico.
Ed ecco le urla.
Perché io nella vita non faccio un cazzo e avrei dovuto prestarci attenzione io; perché dato che me l'ha prestata due volte dovevo farci attenzione io; perché non me ne frega un cazzo che i soldi ora li spende lui. E quante altre cazzate ha sputato da quella stupidissima testa di cazzo che ha.
Allora io gli vorrei dire che non ha mai fatto la spesa da quando sta qua, che ho appena cacciato 70€ per la SUA parte di bolletta, che non paga l'affitto, che ho appena cacciato 400€ per aiutarlo a comprarsi quel maledetto campionatore che tanto desiderava.
VORREI DIRGLI CHE LA MALEDETTA MACCHINA È SUA E SONO CAZZI SUOI.
CHE OGNI GIORNO CHE USCIVA DI CASA POTEVA LEGGERE GLI AVVISI CHE AVEVANO AFFISSO DAPPERTUTTO.
CHE NON È COLPA MIA.
Invece sto zitta, ancora.
Perché non voglio farlo arrabbiare di più.
Perché di una cosa la colpa è mia: sono una sottomessa del cazzo con lui.
Che vergogna. E che rabbia.
Nel momento stesso in cui il benzinaio me l'ha detto avevo già iniziato a sentire le urla che mi sarei dovuta sorbire.
Rientro a casa e aspetto che si svegli GM; ci manca solo che lo faccio alzare per dargli questa notizia...
Si sveglia da solo, fa colazione e glielo dico.
Ed ecco le urla.
Perché io nella vita non faccio un cazzo e avrei dovuto prestarci attenzione io; perché dato che me l'ha prestata due volte dovevo farci attenzione io; perché non me ne frega un cazzo che i soldi ora li spende lui. E quante altre cazzate ha sputato da quella stupidissima testa di cazzo che ha.
Allora io gli vorrei dire che non ha mai fatto la spesa da quando sta qua, che ho appena cacciato 70€ per la SUA parte di bolletta, che non paga l'affitto, che ho appena cacciato 400€ per aiutarlo a comprarsi quel maledetto campionatore che tanto desiderava.
VORREI DIRGLI CHE LA MALEDETTA MACCHINA È SUA E SONO CAZZI SUOI.
CHE OGNI GIORNO CHE USCIVA DI CASA POTEVA LEGGERE GLI AVVISI CHE AVEVANO AFFISSO DAPPERTUTTO.
CHE NON È COLPA MIA.
Invece sto zitta, ancora.
Perché non voglio farlo arrabbiare di più.
Perché di una cosa la colpa è mia: sono una sottomessa del cazzo con lui.
Che vergogna. E che rabbia.
lunedì 11 giugno 2012
This must be the place.
Ogni volta che qualcuno usa l'espressione "è come parlare ad un muro" per indicare una persona che non riesce ad ascoltare, blindata in se stessa e nelle sue idee, a me riviene in mente questa stanza:
"Ciao, vengo a Roma domani", avevo telefonato per avvertire con la paura che mi chiedesse perché volessi andarmene via dalla mia città nel bel mezzo dell'estate. Il terrore di dover dire ad alta voce ed ad una persona-muro quelle parole e con loro una lacrima per ogni lettera che le componeva.
Arrivo e mi accoglie il casino di qualcun altro ed io mi ci adagio, come se fosse il mio.
Ammucchio i vestiti sparsi dappertutto sulla porzione di letto che decido di non occupare. Le due piazze con me non attaccano, mi viene naturale dormire solo da una parte. Ho provato mille volte a spostarmi pochi centimetri in più verso il centro, ma niente. Stare là in mezzo a quel morbido nulla mi fa sentire troppo insicura, troppo sul punto di cadere, troppo tutto e troppo niente. Non si può fare.
Spalanco la finestra e tiro la tenda bianca quasi trasparente e mi spoglio. Maledetta esibizionista.
Tutto il palazzo davanti a me mi guarda con i suoi occhi di vetro. Magari non c'è nessuno che poserà gli occhi sui capezzoli mediocolore e sul culo nè su nè giù.
Magari una signora o un vecchietto o un bambino o una madre o un ragazzo o una ventenne passerà per caso davanti ad una finestra e, guardando giù di sfuggita, vedrà una macchia bianca ferma in una stanza piena di roba dai colori scuri: grigioneri che possono raccontarti la vita di chi li possiede.
"Ti va il caffè?"
Il caffè mi va sempre e lei me ne porta sempre un po' del suo e mi fa sentire incredibilmente amata ogni volta.
Così, con un gesto semplice, una tazza piena di altro nero, io mi sento amata.
Da quando ho messo piede in questa stanza mi sono accampata sul letto, tutt'ora non trovo ragionevole stare da nessun'altra parte.
Da quando ho messo piede in questa stanza ho pianto già ottomila volte.
Sì, piango perché sto soffrendo. Ma piango anche perché qui sento di poter piangere.
Il lampadario Ikea di carta a forma di pallone gigante mi guarda col suo monocolo di luce gialla. Asciuga le mie lacrime.
Quattro pareti bianche.
Il mio corpo nudo e bianco.
Un armadio bianco che copre metà dello spazio vivibile.
Scrivania bianca.
Letto bianco.
Penso che la vera proprietaria della camera sia una persona strana. Indossa solo vestiti neri, lo capisco spostando tutta questa roba lanciata in aria, esplosa da mani che non vogliono riordinare proprio un bel niente. Eppure, quando torna a casa, sono sicura che anche lei si spoglia come faccio io, per annegare in tutto il bianco che lei ha desiderato in questa stanza.
Apro il quaderno, macchia rossa persa in uno spazio ameba agli occhi di un ipotetico e casuale osservatore. Rileggo tutte quelle parole buttate sui fogli dalle mie scritture sempre diverse.
Non ricordo mai in quale stato d'animo scrivo le cose e, se non lo appuntassi in testa alla pagina, non ricorderei nemmeno perché ho scritto questo o quello. Le mie emozioni me le racconta la mia calligrafia. Polivalente pure lei, vecchia mia.
Lei sorride se sorridevo mentre incidevo il foglio, lei piange se piangevo e lei è euforica se io lo ero. Ci sono alcune pagine in cui lei è calma: tento di imitarla spudoratamente mentre mi cimento nello scrivere l'ennesimo delirio.
Il palazzone mi deride spudoratamente, lui lo sa che non riuscirò mai a stendere con calma questo dolore.
Scrivo comunque, non mi interessa.
Entro nella mia trance in cui sono Zeus, la penna il mio fulmine, il quaderno il misero mondo mortale.
Che dolce illusione, dolce illusione che mi permette di continuare per pagine e pagine.
Sbarro la porta della camera dopo aver ricevuto l'ennesima interruzione caffeina da parte dell'altra ospite di questa casa.
Nessuno può permettersi di vedere le mie calligrafie non ufficiali.
Scrivo in ogni posizione, sul letto è difficile.
E sto sdraiata finchè i gomiti non fanno male e in ginocchio finchè le ginocchia non fanno male.
Rileggo piano piano ai muri quello che ho scritto e finalmente mi sdraio a parlare con loro.
Mi ascoltano, mi guardano pallidi e annuiscono se dico qualcosa di giusto e scuotono la testa se inizio a dire le mie solite cazzate.
"Sapete, non sono mai stata ascoltata così da nessuno. Ascoltata in silenzio, da qualcuno privo del bisogno di porgermi domande comode o scomode, privo della necessità di scavare dietro ad una mia frase".
Col senno di poi, quelle pagine si presentano in un modo nevrotico sin dalla data scritta in alto a destra.
Pagine fitte fitte di parole che non lasciano lo spazio nemmeno ad un quadretto.
Eppure, per una volta mi sembra di essermi tolta tutto di dosso. Non ho gli strascichi classici del mio scrivere maniaco. Sarà che ho scritto per degli amici che mi hanno aiutata, accolta e che saranno sempre pronti a farlo.
Questi muri e questo lampadario da quattro soldi.
Non esisterà mai una persona che sappia ascoltare meglio di come sappia farlo un muro. Non esisterà mai al mondo qualcuno in grado di aprire le orecchie e leggere tutto ciò che hai da dire dietro le parole che dici senza chiedere spiegazioni.
Quel muro che t'osserva sempre, nel tuo luogo sicuro, è te stessa. Come questi muri rispecchiano la mia immagine ogni giorno, meglio di qualunque specchio che possiedo.
Se mi metto sdraiata a pancia in su sul letto, sul soffitto riesco a vedere il perfetto ritratto che ho di me stessa nella testa, quell'immagine fissa che si ha di se stessi, e sti cazzi se non sono davvero così.
Si fottano tutti gli specchi del mondo. Qua dentro alla mia testa c'è la bellezza spaventosa e abissale di tutto l'universo.
"Ciao, vengo a Roma domani", avevo telefonato per avvertire con la paura che mi chiedesse perché volessi andarmene via dalla mia città nel bel mezzo dell'estate. Il terrore di dover dire ad alta voce ed ad una persona-muro quelle parole e con loro una lacrima per ogni lettera che le componeva.
Arrivo e mi accoglie il casino di qualcun altro ed io mi ci adagio, come se fosse il mio.
Ammucchio i vestiti sparsi dappertutto sulla porzione di letto che decido di non occupare. Le due piazze con me non attaccano, mi viene naturale dormire solo da una parte. Ho provato mille volte a spostarmi pochi centimetri in più verso il centro, ma niente. Stare là in mezzo a quel morbido nulla mi fa sentire troppo insicura, troppo sul punto di cadere, troppo tutto e troppo niente. Non si può fare.
Spalanco la finestra e tiro la tenda bianca quasi trasparente e mi spoglio. Maledetta esibizionista.
Tutto il palazzo davanti a me mi guarda con i suoi occhi di vetro. Magari non c'è nessuno che poserà gli occhi sui capezzoli mediocolore e sul culo nè su nè giù.
Magari una signora o un vecchietto o un bambino o una madre o un ragazzo o una ventenne passerà per caso davanti ad una finestra e, guardando giù di sfuggita, vedrà una macchia bianca ferma in una stanza piena di roba dai colori scuri: grigioneri che possono raccontarti la vita di chi li possiede.
"Ti va il caffè?"
Il caffè mi va sempre e lei me ne porta sempre un po' del suo e mi fa sentire incredibilmente amata ogni volta.
Così, con un gesto semplice, una tazza piena di altro nero, io mi sento amata.
Da quando ho messo piede in questa stanza mi sono accampata sul letto, tutt'ora non trovo ragionevole stare da nessun'altra parte.
Da quando ho messo piede in questa stanza ho pianto già ottomila volte.
Sì, piango perché sto soffrendo. Ma piango anche perché qui sento di poter piangere.
Il lampadario Ikea di carta a forma di pallone gigante mi guarda col suo monocolo di luce gialla. Asciuga le mie lacrime.
Quattro pareti bianche.
Il mio corpo nudo e bianco.
Un armadio bianco che copre metà dello spazio vivibile.
Scrivania bianca.
Letto bianco.
Penso che la vera proprietaria della camera sia una persona strana. Indossa solo vestiti neri, lo capisco spostando tutta questa roba lanciata in aria, esplosa da mani che non vogliono riordinare proprio un bel niente. Eppure, quando torna a casa, sono sicura che anche lei si spoglia come faccio io, per annegare in tutto il bianco che lei ha desiderato in questa stanza.
Apro il quaderno, macchia rossa persa in uno spazio ameba agli occhi di un ipotetico e casuale osservatore. Rileggo tutte quelle parole buttate sui fogli dalle mie scritture sempre diverse.
Non ricordo mai in quale stato d'animo scrivo le cose e, se non lo appuntassi in testa alla pagina, non ricorderei nemmeno perché ho scritto questo o quello. Le mie emozioni me le racconta la mia calligrafia. Polivalente pure lei, vecchia mia.
Lei sorride se sorridevo mentre incidevo il foglio, lei piange se piangevo e lei è euforica se io lo ero. Ci sono alcune pagine in cui lei è calma: tento di imitarla spudoratamente mentre mi cimento nello scrivere l'ennesimo delirio.
Il palazzone mi deride spudoratamente, lui lo sa che non riuscirò mai a stendere con calma questo dolore.
Scrivo comunque, non mi interessa.
Entro nella mia trance in cui sono Zeus, la penna il mio fulmine, il quaderno il misero mondo mortale.
Che dolce illusione, dolce illusione che mi permette di continuare per pagine e pagine.
Sbarro la porta della camera dopo aver ricevuto l'ennesima interruzione caffeina da parte dell'altra ospite di questa casa.
Nessuno può permettersi di vedere le mie calligrafie non ufficiali.
Scrivo in ogni posizione, sul letto è difficile.
E sto sdraiata finchè i gomiti non fanno male e in ginocchio finchè le ginocchia non fanno male.
Rileggo piano piano ai muri quello che ho scritto e finalmente mi sdraio a parlare con loro.
Mi ascoltano, mi guardano pallidi e annuiscono se dico qualcosa di giusto e scuotono la testa se inizio a dire le mie solite cazzate.
"Sapete, non sono mai stata ascoltata così da nessuno. Ascoltata in silenzio, da qualcuno privo del bisogno di porgermi domande comode o scomode, privo della necessità di scavare dietro ad una mia frase".
Col senno di poi, quelle pagine si presentano in un modo nevrotico sin dalla data scritta in alto a destra.
Pagine fitte fitte di parole che non lasciano lo spazio nemmeno ad un quadretto.
Eppure, per una volta mi sembra di essermi tolta tutto di dosso. Non ho gli strascichi classici del mio scrivere maniaco. Sarà che ho scritto per degli amici che mi hanno aiutata, accolta e che saranno sempre pronti a farlo.
Questi muri e questo lampadario da quattro soldi.Non esisterà mai una persona che sappia ascoltare meglio di come sappia farlo un muro. Non esisterà mai al mondo qualcuno in grado di aprire le orecchie e leggere tutto ciò che hai da dire dietro le parole che dici senza chiedere spiegazioni.
Quel muro che t'osserva sempre, nel tuo luogo sicuro, è te stessa. Come questi muri rispecchiano la mia immagine ogni giorno, meglio di qualunque specchio che possiedo.
Se mi metto sdraiata a pancia in su sul letto, sul soffitto riesco a vedere il perfetto ritratto che ho di me stessa nella testa, quell'immagine fissa che si ha di se stessi, e sti cazzi se non sono davvero così.
Si fottano tutti gli specchi del mondo. Qua dentro alla mia testa c'è la bellezza spaventosa e abissale di tutto l'universo.
domenica 10 giugno 2012
Che ci posso fare, sono fatta così.
Titolo del post dovuto alla mia interminabile assenza. Ogni giorno mi sono seduta al pc con l'intenzione di comparire di nuovo qui, almeno con qualche parola. E invece niente: ho tenuto le dita al loro posto.
Quindi ora mi scuso con voi, perchè non sono stata pronta a darvi man forte nei vostri problemi, nonostante siate state tutte adorabili sempre quando ho esposto i miei. Ho tentato di recuperare commentando quanto più ho potuto nei post degli ultimi giorni. Scusatemi davvero.
Purtroppo ogni volta che mi capita un episodio "Simone" (vd. post prima di questo) ci metto una marea a riprendermi. Mi scendono nel cuore un'angoscia e un'apatia che resto a casa spaventata, aggrappata al divano e a stupide commedie americane che mi spengono il cervello e placano la voglia di mettermi alla gogna da sola.
La mia vita al momento è vuota, nessuna novità, nessun avvenimento.
Avrei una voglia matta di un'estate da single, come tanti anni fa quando prendevo il treno da sola e partivo per Torino/Milano/Firenze/Roma senza nessun appoggio e nessun amico. Esploravo l'Italia da sola e mi fermavo a parlare al bar del treno per sei ore con un ragazzo conosciuto davanti al bagno, anche lui tabagista incallito.
O ballavo con un francese in mezzo alla strada. O urlavo di notte in mezzo a Piazza Navona. O mi stupivo perchè nessuno mi guardava mai, nonostante l'aria da barbona e gli occhi da tossica.
Mi mancano queste cose.
Mi manca la mia spontaneità nel fare tutte queste cose senza fregarmene di nulla, senza aver paura del mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Lasciamo perdere, che mi riprende a male.
Tutte queste cose sono uscite fuori qualche giorno fa, ma le voglio accantonare subito.
Al momento non ho nessun altro al mondo se non proprio il mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Il mio migliore amico me lo sono giocato.
Il gruppo di tossici con cui sono uscita per tre anni sono troppo tossici per capire la parola "amicizia".
La bella signorina è troppo piccola e troppo legata alle regole di sua madre.
Le mie due amiche di scuola, due ragazze matte e intelligenti, sono troppo poco avventuriere e troppo impegnate con i loro fidanzati per curarsi di me.
Il mio (primo) migliore amico è in esilio a Firenze.
Non c'è proprio nessuno.
Solo questo figlio/fidanzato che mi ritrovo.
Mi sento davvero sola. Fottutamente, maledettamente sola.
Appesa alla mia gogna: la mia vita, anzi, la mia vita passata.
E di questo passo io quest'estate crepo di dolore.
Scrivevo tempo fa:
"Sto seduta in una stanza arancione, qualcosa ride.
Ho ritrovato dei vecchi ricordi e li sto spolverando soffiandoci sopra il fumo; ho l'anima così densa e pesante.
Stacco e attacco carte su carte, leccate carte.
Questo colore mi accieca, immagino di girarmi e rigirarmi nel letto: non mi piace il seguito.
Ho bisogno di un secondo per pensare e vengo a sedermi qui dove tutto è più morbido e tutto più caldo.
Ho freddo. Questo colore mi accieca.
Spesso si pensa e si è convinti di poter venire capiti dalle persone che si hanno affianco.
Pallide illusioni.
Questo suono di trombe mi appesantisce il cuore, continuo a spolverare ma non riesco a respirare.
Se siete qui è perchè credete, è perchè avete un'equivocabile fede nel lavoro di gruppo.
Questa è la vita, ci si prende a braccetto e si va: pallida illusione.
Illeso non se ne esce mai.
Qualcuno cade e si trascina via quello alla sua destra e quello alla sua sinistra.
Continuo a cercare aria, boccheggio.
Piccolo pesce in un grande mare.
L'immaginazione mi è finita, resta solo il lacerato strascico dei brutti momenti.
Sei nato forgiato per me, sei stato incastonato su di me.
Maledetta mente, maledetto te.
Aah, dieci "anni"."
Quindi ora mi scuso con voi, perchè non sono stata pronta a darvi man forte nei vostri problemi, nonostante siate state tutte adorabili sempre quando ho esposto i miei. Ho tentato di recuperare commentando quanto più ho potuto nei post degli ultimi giorni. Scusatemi davvero.
Purtroppo ogni volta che mi capita un episodio "Simone" (vd. post prima di questo) ci metto una marea a riprendermi. Mi scendono nel cuore un'angoscia e un'apatia che resto a casa spaventata, aggrappata al divano e a stupide commedie americane che mi spengono il cervello e placano la voglia di mettermi alla gogna da sola.
La mia vita al momento è vuota, nessuna novità, nessun avvenimento.
Avrei una voglia matta di un'estate da single, come tanti anni fa quando prendevo il treno da sola e partivo per Torino/Milano/Firenze/Roma senza nessun appoggio e nessun amico. Esploravo l'Italia da sola e mi fermavo a parlare al bar del treno per sei ore con un ragazzo conosciuto davanti al bagno, anche lui tabagista incallito.
O ballavo con un francese in mezzo alla strada. O urlavo di notte in mezzo a Piazza Navona. O mi stupivo perchè nessuno mi guardava mai, nonostante l'aria da barbona e gli occhi da tossica.
Mi mancano queste cose.
Mi manca la mia spontaneità nel fare tutte queste cose senza fregarmene di nulla, senza aver paura del mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Lasciamo perdere, che mi riprende a male.
Tutte queste cose sono uscite fuori qualche giorno fa, ma le voglio accantonare subito.
Al momento non ho nessun altro al mondo se non proprio il mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Il mio migliore amico me lo sono giocato.
Il gruppo di tossici con cui sono uscita per tre anni sono troppo tossici per capire la parola "amicizia".
La bella signorina è troppo piccola e troppo legata alle regole di sua madre.
Le mie due amiche di scuola, due ragazze matte e intelligenti, sono troppo poco avventuriere e troppo impegnate con i loro fidanzati per curarsi di me.
Il mio (primo) migliore amico è in esilio a Firenze.
Non c'è proprio nessuno.
Solo questo figlio/fidanzato che mi ritrovo.
Mi sento davvero sola. Fottutamente, maledettamente sola.
Appesa alla mia gogna: la mia vita, anzi, la mia vita passata.
E di questo passo io quest'estate crepo di dolore.
Scrivevo tempo fa:
"Sto seduta in una stanza arancione, qualcosa ride.
Ho ritrovato dei vecchi ricordi e li sto spolverando soffiandoci sopra il fumo; ho l'anima così densa e pesante.
Stacco e attacco carte su carte, leccate carte.
Questo colore mi accieca, immagino di girarmi e rigirarmi nel letto: non mi piace il seguito.
Ho bisogno di un secondo per pensare e vengo a sedermi qui dove tutto è più morbido e tutto più caldo.
Ho freddo. Questo colore mi accieca.
Spesso si pensa e si è convinti di poter venire capiti dalle persone che si hanno affianco.
Pallide illusioni.
Questo suono di trombe mi appesantisce il cuore, continuo a spolverare ma non riesco a respirare.
Se siete qui è perchè credete, è perchè avete un'equivocabile fede nel lavoro di gruppo.
Questa è la vita, ci si prende a braccetto e si va: pallida illusione.
Illeso non se ne esce mai.
Qualcuno cade e si trascina via quello alla sua destra e quello alla sua sinistra.
Continuo a cercare aria, boccheggio.
Piccolo pesce in un grande mare.
L'immaginazione mi è finita, resta solo il lacerato strascico dei brutti momenti.
Sei nato forgiato per me, sei stato incastonato su di me.
Maledetta mente, maledetto te.
Aah, dieci "anni"."
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| Questa foto viene dall'estate del 2007. |
domenica 3 giugno 2012
Simone: l'errore più grande della mia vita.
Questo sarà un post lungo e, probabilmente, noioso per la maggior parte di voi. Ma stanotte è di questo che ho bisogno di sfogarmi, di parlare. Vorrei salire sul tetto e urlare, urlare a tutti questa storia.
Una storia che invece racconto adesso a voi.
Non siete le uniche persone a conoscerla. Purtroppo ha fatto il giro di tantissime bocche. Il gioco del telefono spietato di questa città.
Tanto tempo fa, nel 2008, avevo una specie di migliore amico. Per "migliore amico" intendo un tizio con cui mi vedevo spesso e con cui potevo parlare di ciò che volevo.
Moro col ciuffo, parecchio stempiato per il suoi 19 anni. Un paio di jeans, una maglietta nera, un soprannome che lo rendeva riconoscibile a chiunque uscisse nella mia cricca: un bar pieno di ragazzi della mia età che erano diventati il surrogato della mia famiglia.
Lo chiamavamo "Drugo". Un soprannomeclassico che adesso va di moda, ma che prima (qui) aveva solamente lui e lo possedeva da anni.
Con Drugo ci promettevamo da anni che avremmo scopato, da secoli. E' un ragazzo non troppo bello, ma affiscinante. Affascinante perchè cinico e spietato. Un animale.
Non lo avevo mai toccato nonostante la mia ninfomania dilagante dell'epoca. Questo perchè piaceva ad una tizia che (col senno di poi) definirei una "ragazza con cui prendevo piacevoli caffè lunghi un'ora precisa il sabato pomeriggio". Niente di più, a pensarci ora; eppure prima le volevo bene. Io che mi affeziono subito e do tutto subito. Io che avevo dato tutto pure a lei.
[
Non dico queste cose per lavarmi le macchie che ho addosso, delle quali Simone è solo la più grande. Le mie macchie me le tengo e sono felice di tentare di grattarle via ogni mattina. Felice, certo, nel modo felice in cui lo sono i muratori sottopagati e stranieri. Dico che a lei avevo dato tutto perchè odio le donne, ci avevo scritto su poco tempo fa, ed in quel periodo ancora di più. E lei la adoravo, davvero. Per me questo era un miracolo, un miracolo di quelli fatti da Gesù nei Vangeli, un miracolo di quelli veri: io volevo bene ad una ragazza, dopo quell'inferno di Francesca finito l'anno prima. Quindi, le avevo dato tutto quello che potevo darle. Come è mio solito fare con i ragazzi.
]
Lei stava dietro a questo mio migliore amico da tanto ed io ho sempre sottovalutato le cotte, sempre.
Lui la chiamava per farsi succhiare il cazzo una volta al mese. Un pompino senza ingoio e senza amore: rubato da labbra che avrebbero voluto incontrare labbra e collo e capezzoli e peli e pancia e ombelico e chissà quante altre cose prima di incotrare una cappella gonfia. Io non capivo questa dinamica, come non la capisco neanche ora. Io sono una che quello che vuole se lo prende. Subito. E mi vergogno dell'aria da sbruffona che aleggia sopra queste parole, addirittura quando le scrivo: mi vergogno infinitamente. Ma quella è la verità. Sono un toro: abbasso la testa e corro incontro a ciò che mi ha fatto perdere la ragione. Che fosse per rabbia, per amore, per attrazione o per curiosità poco importava all'epoca. Quindi non comprendevo il fatto che dopo cinque anni di pompini ancora lei non riuscesse a farsi dare neanche un bacio. Non lo capivo e non lo accettavo. Ripeto: la mia regola era "tutto e subito". Non c'è stata una volta in cui non la seguii, questa regola del cazzo.
Dopo tanti anni, quando lei conubbe me, era arrivata al punto di svolta: aveva detto basta a Drugo. Mai più, mai più Drugo. Io iniziavo proprio in quel periodo a prendere con lei "caffè piacevoli della durata di un'ora il sabato pomeriggio", ecc ecc.
Credevo a lei non interessasse più e quindi, dopo secoli che ce lo promettevamo, alla fine scopammo.
Una sera che ero a casa, d'estate, mi venne a trovare. Scesi e aveva due birre e andammo a berle in un parcheggio che è qui dietro casa mia.
Su una panchina, in mezzo alla strada e alla svelta, scopammo. L'apoteosi del termine "scopare" fu quell'esperienza. Nulla di più secco e asettico. Dicevo in un altro post "seriale" e non c'è nessun altro termine che si addica di più a quella... Non saprei come definirla.
Mi portò, pochi giorni dopo, ad una festa di compleanno di un suo compagno di classe. Io imbucata in prima linea in mezzo ad un gruppo di gente amica da dieci anni, ero come una balena nel lago di Como: impossibile non notarla.
Lì incontrai Simone. Non lo sapevo ancora, ma avrei rimpianto per tutta la vita quella notte.
Questa parte, davvero, non l'ho mai raccontata a nessuno.
Ci rinchiudemmo in camera dei genitori del festeggiato: io e Drugo, Simone e la ragazza che stava frequentando.
Con due fustini di birra il risultato era ovvio.
Scopai di nuovo con Drugo, nel lettone, affianco a Simone che tentava di (almeno) toccare la sua tizia.
Lui non riuscì a concludere niente e lo sentivamo sbuffare incazzato ogni secondo e lei "No-no-no" e io che tentavo di tenere la bocca chiusa e Drugo di muoversi il meno evidentemente possibile.
Due giorni dopo da quella festa facemmo sega da scuola io, Drugo e Simone.
Vedemmo un film, "Funny games" (ma non quello nuovo, quello vero), alla fine del quale era già passata una mezz'ora da quando Simone mi aveva preso la mano, stringedola e accarezzandola piano piano, per non farci vedere da Drugo a fare i tredicenni.
Simone: altezza nella media, magromagromagromagro ed un gran pisello; Simone era ed è il mio tipo ideale: con la faccia da tossico (che era) e solo la carne sulle ossa, le labbra morbide e sode, la lingua veloce ed impalpabile, quelle anche che mi facevano male. I capelli e gl'occhi neri da siciliano. Mi piaceva da morire.
Nel giro di una settimana stavamo insieme, avevamo scopato e quant'altro.
Dopo poco mi disse che mi amava.
Io la solita crocerossina. Suo padre in depressione da anni e sua madre ossessiva compulsiva. Mi odiavano tutti in quella casa e chi non mi odiava mi ignorava. Eppure, passando per il nero salotto davanti a sua madre, trovavo tutta la luce nella camera e nei baci di Simone.
Mi piaceva da morire x2.
Facevamo un sesso pieno di affetto, di affetto che si prova verso chi salva la vita o la rende giusto un poco meno peggio.
E un giorno quel sesso fu "troppo rumoroso". "Così rumoroso" che l'orecchio della madre, sempre attaccato alla porta della camera di Simone, riuscì a sentire: praticamente stavamo solo respirando tentando di tenere un ritmo normale.
Fummo interrotti da sua madre e sua sorella: la prima piangeva a dirotto urlando, la seconda cercava di capire e chiamava Simone per chiarimenti.
Fui sbattuta fuori a calci e ci tornai solo poche volte.
Mai più un'umiliazione del genere mi è capitata fino ad ora.
Lui si trasferì a casa mia, chiedendo il permesso a mia madre, con tutte le premure del mondo.
Stette da me un solo mese ed in quel mese la sua pazzesca madre chiamava la mia ogni giorno per dire traviavo suo figlio: "Sua figlia è una puttana senza scrupoli. Mi ha rubato mio figlio! Sua figlia "di qua e di là" ".
Noi facevamo finta di niente, ci amavamo e passavamo il capodanno insieme da soli a casa mia in montagna. Scopammo e fumammo e poi lui bevve e mi scopò e fumammo e così via.
Quando lui tornò a casa sua la situazione degenerò. Sua madre chiamava me per insultarmi e, nel frattempo, lui si ubriacava di peroni versate su flaconi sani di antidepressivi di suo padre.
Non avevo ancora la macchina e dovevo andarlo a cercare per la città a piedi, a Luglio, a qualunque ora. Perchè antidepressivi e alcool non sono una miscela poco rischiosa. Avrebbe potuto morire. Ed io mi preoccupavo e sua madre in lacrime al telefono che mi pregava di cercarlo.
Lo trovavo sempre. Che sbiascicava da solo in qualche bar.
Iniziammo a spacciare fumo e erba. Due tette ed una canna e guadagnavamo soldi mai visti senza far nulla. Facevo tutto io, ovvio, le tette lui mica ce le aveva. Lui stava meglio: aveva smesso con gli antidepressivi, con l'md, con la cocaina, con tanta altra merda.
Il fumo veniva sempre a chiedercelo un suo amico di scuola: il famigerato (col senno di poi) Pazzo Maniaco.
Anche lui la solita faccia da tossico, il solito corpo magrissimo.
La mia ninfomania venne a salvarmi dal disastro familiare in cui mi aveva tirata Simone.
Il ragionamento animalesco: "Ti piace?" - "Scopaci".
Con sotterfugi di varia natura riuscii a vederlo più volte da sola.
Alla fine, una sera, ci scopai.
E stavo ancora con Simone.
Con Simone che mi vedeva come un'ancora di salvezza.
Ed io l'ho tradito così.
L'ho illuso e tradito.
Lo lascia il giorno dopo. Senza scrupoli.
Con un sms.
E quando si presentò sotto casa mia a chiedermi spiegazioni io lo baciai.
Senza scrupoli e con affetto.
E quando mi riportò le mie cose avrei voluto baciarlo ancora.
Senza scrupoli e con rimorso.
Sono stata una merda. Una vera merda.
E la parola "puttana" me la meriterò per tutta la vita, sempre e solo per questo.
Tra i miei sogni ricorrenti ce n'è uno in cui sto insieme a Simone ed un altro in cui per tutta la notte gli chiedo in ginocchio di perdonarmi, ma non per riconquistarlo. Semplicemente per chiedergli scusa.
E sogno anche ad occhi aperti di incontrarlo e baciare il suolo su cui cammina pur di allieviargli un po' il male che gli ho fatto e che altri mi hanno riferito.
Dopo di me ha iniziato a prendere tutti i tipi di droghe di cui si faceva prima, in aggiunta i trip: prima uno ogni due mesi, poi uno a settimana, poi uno al giorno, poi ancora di più.
Quando lo incontro mi guarda ancora sofferente ed una volta si fermò a salutare il mio attuale ragazzo e scappò guardandomi e dicendo a lui: "Scusa, ma soffro troppo".
Non mi perdonerò mai per il male che gli ho fatto.
Dopo averlo lasciato venne a sapersi il perchè, non so come, dato che io ed il PazzoManiaco vivevamo in segreto assoluto.
Il P.M. si prese uno schiaffo da Simone.
A me Drugo disse: "A me e tutti quelli che conosco fai schifo".
Loro dissero alla signorina dei piacevoli caffè che avevo scopato con Drugo.
In un lampo avevo litigato con una città intera. Qui funziona così.
Litigo con te?
Gli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici degli amici dei tuoi amici litigheranno con me.
Ero da sola col Pazzo Maniazo e con l'orrore di essere venuta meno ai miei impegni da crocerossina, per la prima volta.
E con il peso di sapere di aver lasciato l'unica creatura che davvero mi amava, che davvero aveva bisogno di me.
Stasera ho incontrato Drugo.
Dal 2009 non mi salutava.
Mi ha guardata ed io ho distolto lo sguardo, l'attacco di ansia/panico iniziava a brulicarmi nello stomaco e negli occhi.
Mi ha detto: "Che fai, mi guardi e non mi saluti?".
Mi ha dato due baci sulle guance, aggiungendo: "Sei dimagrita tantissimo".
"Non è vero cazzo!"
Io in questa città non ci devo più tornare.
So che ora anche voi mi "penserete" con occhi diversi.
Da mesi scrivo di essere una persona di merda.
Lo sono.
Ed ora sapete il mio più grande errore.
Il marchio a fuoco, incisomi in fronte come ad una strega nel Medioevo.
E di questo marchio mi vergogno.
E per questo marchio non cammino più a testa alta.
E grazie a questo marchio sono cresciuta.
E per colpa di questo marchio sono morta.
Una storia che invece racconto adesso a voi.
Non siete le uniche persone a conoscerla. Purtroppo ha fatto il giro di tantissime bocche. Il gioco del telefono spietato di questa città.
Tanto tempo fa, nel 2008, avevo una specie di migliore amico. Per "migliore amico" intendo un tizio con cui mi vedevo spesso e con cui potevo parlare di ciò che volevo.
Moro col ciuffo, parecchio stempiato per il suoi 19 anni. Un paio di jeans, una maglietta nera, un soprannome che lo rendeva riconoscibile a chiunque uscisse nella mia cricca: un bar pieno di ragazzi della mia età che erano diventati il surrogato della mia famiglia.
Lo chiamavamo "Drugo". Un soprannome
Con Drugo ci promettevamo da anni che avremmo scopato, da secoli. E' un ragazzo non troppo bello, ma affiscinante. Affascinante perchè cinico e spietato. Un animale.
Non lo avevo mai toccato nonostante la mia ninfomania dilagante dell'epoca. Questo perchè piaceva ad una tizia che (col senno di poi) definirei una "ragazza con cui prendevo piacevoli caffè lunghi un'ora precisa il sabato pomeriggio". Niente di più, a pensarci ora; eppure prima le volevo bene. Io che mi affeziono subito e do tutto subito. Io che avevo dato tutto pure a lei.
[
Non dico queste cose per lavarmi le macchie che ho addosso, delle quali Simone è solo la più grande. Le mie macchie me le tengo e sono felice di tentare di grattarle via ogni mattina. Felice, certo, nel modo felice in cui lo sono i muratori sottopagati e stranieri. Dico che a lei avevo dato tutto perchè odio le donne, ci avevo scritto su poco tempo fa, ed in quel periodo ancora di più. E lei la adoravo, davvero. Per me questo era un miracolo, un miracolo di quelli fatti da Gesù nei Vangeli, un miracolo di quelli veri: io volevo bene ad una ragazza, dopo quell'inferno di Francesca finito l'anno prima. Quindi, le avevo dato tutto quello che potevo darle. Come è mio solito fare con i ragazzi.
]
Lei stava dietro a questo mio migliore amico da tanto ed io ho sempre sottovalutato le cotte, sempre.
Lui la chiamava per farsi succhiare il cazzo una volta al mese. Un pompino senza ingoio e senza amore: rubato da labbra che avrebbero voluto incontrare labbra e collo e capezzoli e peli e pancia e ombelico e chissà quante altre cose prima di incotrare una cappella gonfia. Io non capivo questa dinamica, come non la capisco neanche ora. Io sono una che quello che vuole se lo prende. Subito. E mi vergogno dell'aria da sbruffona che aleggia sopra queste parole, addirittura quando le scrivo: mi vergogno infinitamente. Ma quella è la verità. Sono un toro: abbasso la testa e corro incontro a ciò che mi ha fatto perdere la ragione. Che fosse per rabbia, per amore, per attrazione o per curiosità poco importava all'epoca. Quindi non comprendevo il fatto che dopo cinque anni di pompini ancora lei non riuscesse a farsi dare neanche un bacio. Non lo capivo e non lo accettavo. Ripeto: la mia regola era "tutto e subito". Non c'è stata una volta in cui non la seguii, questa regola del cazzo.
Dopo tanti anni, quando lei conubbe me, era arrivata al punto di svolta: aveva detto basta a Drugo. Mai più, mai più Drugo. Io iniziavo proprio in quel periodo a prendere con lei "caffè piacevoli della durata di un'ora il sabato pomeriggio", ecc ecc.
Credevo a lei non interessasse più e quindi, dopo secoli che ce lo promettevamo, alla fine scopammo.
Una sera che ero a casa, d'estate, mi venne a trovare. Scesi e aveva due birre e andammo a berle in un parcheggio che è qui dietro casa mia.
Su una panchina, in mezzo alla strada e alla svelta, scopammo. L'apoteosi del termine "scopare" fu quell'esperienza. Nulla di più secco e asettico. Dicevo in un altro post "seriale" e non c'è nessun altro termine che si addica di più a quella... Non saprei come definirla.
Mi portò, pochi giorni dopo, ad una festa di compleanno di un suo compagno di classe. Io imbucata in prima linea in mezzo ad un gruppo di gente amica da dieci anni, ero come una balena nel lago di Como: impossibile non notarla.
Lì incontrai Simone. Non lo sapevo ancora, ma avrei rimpianto per tutta la vita quella notte.
Questa parte, davvero, non l'ho mai raccontata a nessuno.
Ci rinchiudemmo in camera dei genitori del festeggiato: io e Drugo, Simone e la ragazza che stava frequentando.
Con due fustini di birra il risultato era ovvio.
Scopai di nuovo con Drugo, nel lettone, affianco a Simone che tentava di (almeno) toccare la sua tizia.
Lui non riuscì a concludere niente e lo sentivamo sbuffare incazzato ogni secondo e lei "No-no-no" e io che tentavo di tenere la bocca chiusa e Drugo di muoversi il meno evidentemente possibile.
Due giorni dopo da quella festa facemmo sega da scuola io, Drugo e Simone.
Vedemmo un film, "Funny games" (ma non quello nuovo, quello vero), alla fine del quale era già passata una mezz'ora da quando Simone mi aveva preso la mano, stringedola e accarezzandola piano piano, per non farci vedere da Drugo a fare i tredicenni.
Simone: altezza nella media, magromagromagromagro ed un gran pisello; Simone era ed è il mio tipo ideale: con la faccia da tossico (che era) e solo la carne sulle ossa, le labbra morbide e sode, la lingua veloce ed impalpabile, quelle anche che mi facevano male. I capelli e gl'occhi neri da siciliano. Mi piaceva da morire.
Nel giro di una settimana stavamo insieme, avevamo scopato e quant'altro.
Dopo poco mi disse che mi amava.
Io la solita crocerossina. Suo padre in depressione da anni e sua madre ossessiva compulsiva. Mi odiavano tutti in quella casa e chi non mi odiava mi ignorava. Eppure, passando per il nero salotto davanti a sua madre, trovavo tutta la luce nella camera e nei baci di Simone.
Mi piaceva da morire x2.
Facevamo un sesso pieno di affetto, di affetto che si prova verso chi salva la vita o la rende giusto un poco meno peggio.
E un giorno quel sesso fu "troppo rumoroso". "Così rumoroso" che l'orecchio della madre, sempre attaccato alla porta della camera di Simone, riuscì a sentire: praticamente stavamo solo respirando tentando di tenere un ritmo normale.
Fummo interrotti da sua madre e sua sorella: la prima piangeva a dirotto urlando, la seconda cercava di capire e chiamava Simone per chiarimenti.
Fui sbattuta fuori a calci e ci tornai solo poche volte.
Mai più un'umiliazione del genere mi è capitata fino ad ora.
Lui si trasferì a casa mia, chiedendo il permesso a mia madre, con tutte le premure del mondo.
Stette da me un solo mese ed in quel mese la sua pazzesca madre chiamava la mia ogni giorno per dire traviavo suo figlio: "Sua figlia è una puttana senza scrupoli. Mi ha rubato mio figlio! Sua figlia "di qua e di là" ".
Noi facevamo finta di niente, ci amavamo e passavamo il capodanno insieme da soli a casa mia in montagna. Scopammo e fumammo e poi lui bevve e mi scopò e fumammo e così via.
Quando lui tornò a casa sua la situazione degenerò. Sua madre chiamava me per insultarmi e, nel frattempo, lui si ubriacava di peroni versate su flaconi sani di antidepressivi di suo padre.
Non avevo ancora la macchina e dovevo andarlo a cercare per la città a piedi, a Luglio, a qualunque ora. Perchè antidepressivi e alcool non sono una miscela poco rischiosa. Avrebbe potuto morire. Ed io mi preoccupavo e sua madre in lacrime al telefono che mi pregava di cercarlo.
Lo trovavo sempre. Che sbiascicava da solo in qualche bar.
Iniziammo a spacciare fumo e erba. Due tette ed una canna e guadagnavamo soldi mai visti senza far nulla. Facevo tutto io, ovvio, le tette lui mica ce le aveva. Lui stava meglio: aveva smesso con gli antidepressivi, con l'md, con la cocaina, con tanta altra merda.
Il fumo veniva sempre a chiedercelo un suo amico di scuola: il famigerato (col senno di poi) Pazzo Maniaco.
Anche lui la solita faccia da tossico, il solito corpo magrissimo.
La mia ninfomania venne a salvarmi dal disastro familiare in cui mi aveva tirata Simone.
Il ragionamento animalesco: "Ti piace?" - "Scopaci".
Con sotterfugi di varia natura riuscii a vederlo più volte da sola.
Alla fine, una sera, ci scopai.
E stavo ancora con Simone.
Con Simone che mi vedeva come un'ancora di salvezza.
Ed io l'ho tradito così.
L'ho illuso e tradito.
Lo lascia il giorno dopo. Senza scrupoli.
Con un sms.
E quando si presentò sotto casa mia a chiedermi spiegazioni io lo baciai.
Senza scrupoli e con affetto.
E quando mi riportò le mie cose avrei voluto baciarlo ancora.
Senza scrupoli e con rimorso.
Sono stata una merda. Una vera merda.
E la parola "puttana" me la meriterò per tutta la vita, sempre e solo per questo.
Tra i miei sogni ricorrenti ce n'è uno in cui sto insieme a Simone ed un altro in cui per tutta la notte gli chiedo in ginocchio di perdonarmi, ma non per riconquistarlo. Semplicemente per chiedergli scusa.
E sogno anche ad occhi aperti di incontrarlo e baciare il suolo su cui cammina pur di allieviargli un po' il male che gli ho fatto e che altri mi hanno riferito.
Dopo di me ha iniziato a prendere tutti i tipi di droghe di cui si faceva prima, in aggiunta i trip: prima uno ogni due mesi, poi uno a settimana, poi uno al giorno, poi ancora di più.
Quando lo incontro mi guarda ancora sofferente ed una volta si fermò a salutare il mio attuale ragazzo e scappò guardandomi e dicendo a lui: "Scusa, ma soffro troppo".
Non mi perdonerò mai per il male che gli ho fatto.
Dopo averlo lasciato venne a sapersi il perchè, non so come, dato che io ed il PazzoManiaco vivevamo in segreto assoluto.
Il P.M. si prese uno schiaffo da Simone.
A me Drugo disse: "A me e tutti quelli che conosco fai schifo".
Loro dissero alla signorina dei piacevoli caffè che avevo scopato con Drugo.
In un lampo avevo litigato con una città intera. Qui funziona così.
Litigo con te?
Gli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici degli amici dei tuoi amici litigheranno con me.
Ero da sola col Pazzo Maniazo e con l'orrore di essere venuta meno ai miei impegni da crocerossina, per la prima volta.
E con il peso di sapere di aver lasciato l'unica creatura che davvero mi amava, che davvero aveva bisogno di me.
Stasera ho incontrato Drugo.
Dal 2009 non mi salutava.
Mi ha guardata ed io ho distolto lo sguardo, l'attacco di ansia/panico iniziava a brulicarmi nello stomaco e negli occhi.
Mi ha detto: "Che fai, mi guardi e non mi saluti?".
Mi ha dato due baci sulle guance, aggiungendo: "Sei dimagrita tantissimo".
"Non è vero cazzo!"
Io in questa città non ci devo più tornare.
So che ora anche voi mi "penserete" con occhi diversi.
Da mesi scrivo di essere una persona di merda.
Lo sono.
Ed ora sapete il mio più grande errore.
Il marchio a fuoco, incisomi in fronte come ad una strega nel Medioevo.
E di questo marchio mi vergogno.
E per questo marchio non cammino più a testa alta.
E grazie a questo marchio sono cresciuta.
E per colpa di questo marchio sono morta.
giovedì 31 maggio 2012
Ansia mattutina.
Non so perché stamattina mi sono svegliata con un'ansia spaventosa. Come se avessi l'acqua alla gola. Ho la sensazione di dover fare qualcosa di impossibile, ma in realtà non è così. Non ho niente da fare a parte studiare e studiare l'ansia non me la mette.
Boh, avrò fatto qualche sogno strano, che purtroppo non ricordo, ma che mi ha fatto svegliare così: col nodo in gola e lo stomaco duro dalla paura.
La mia serietà alimentare è andata a farsi fottere nella forma di un chilo di riso trasformato in insalata di riso, con la quale faccio anche colazione.
"Viva me!", diceva una ritardata giapponese in un telefilm per bambini.
E quindi "Viva me!" dico io: ritardata e bambina in una vita che potrebbe stare in tv.
Boh.
"Tanto sono grassa, tanto vale mangiare."
Bacioni a tutte voi.
Vi ringrazio per i vostri commenti e vi ringrazia anche Braciola per tutti i complimenti che gli avete fatto.
Per fare alcune precisazioni sull'ultimo post, lui non è di taglia grande, è un Cao de agua e loro sono di taglia media, poi con tutto il pelo sembrano grossi, ma poi in realtà sotto sono dei sorci!
Per quelle che mi hanno detto che mi faccio sottomettere dal mio ragazzo: è la pura verità, ma sono io che sono fatta così; dalle persone che amo mi faccio mettere i piedi in testa, anche a costo di rimetterci. Sono poche le persone che possono permettersi di farlo, ma quelle poche possono davvero manovrarmi come un burattino.
Ho l'ansia dell'abbandono come un cane preso al canile. E questa mi fotte.
Prima o poi cambierò, anche se non ne sono del tutto certa!
<3 vi amo tutte!
E buona giornata ragazzuole *
Boh, avrò fatto qualche sogno strano, che purtroppo non ricordo, ma che mi ha fatto svegliare così: col nodo in gola e lo stomaco duro dalla paura.
La mia serietà alimentare è andata a farsi fottere nella forma di un chilo di riso trasformato in insalata di riso, con la quale faccio anche colazione.
"Viva me!", diceva una ritardata giapponese in un telefilm per bambini.
E quindi "Viva me!" dico io: ritardata e bambina in una vita che potrebbe stare in tv.
Boh.
"Tanto sono grassa, tanto vale mangiare."
Bacioni a tutte voi.
Vi ringrazio per i vostri commenti e vi ringrazia anche Braciola per tutti i complimenti che gli avete fatto.
Per fare alcune precisazioni sull'ultimo post, lui non è di taglia grande, è un Cao de agua e loro sono di taglia media, poi con tutto il pelo sembrano grossi, ma poi in realtà sotto sono dei sorci!
Per quelle che mi hanno detto che mi faccio sottomettere dal mio ragazzo: è la pura verità, ma sono io che sono fatta così; dalle persone che amo mi faccio mettere i piedi in testa, anche a costo di rimetterci. Sono poche le persone che possono permettersi di farlo, ma quelle poche possono davvero manovrarmi come un burattino.
Ho l'ansia dell'abbandono come un cane preso al canile. E questa mi fotte.
Prima o poi cambierò, anche se non ne sono del tutto certa!
<3 vi amo tutte!
E buona giornata ragazzuole *
martedì 29 maggio 2012
Il mio cane e dintorni pt. 2
Oggi ci mettiamo in marcia e torniamo a Roma! Che gioia! Ogni volta che torno nella mia città, più che altro a casa mia, mi passa la voglia di vivere. Ed al mio cane pure.
Poverino, qui sono costretta a portarlo solo in passeggiata, dato che non ci sono aree cani e dato che ai giardinetti vicino casa non sai mai chi ci potrai incontrare. Qui c'è gente che scioglie pure cani assassini come se nulla fosse, infatti una volta siamo stati braccati (letteralmente) da un hamstaff e due cani corso. Gli intelligentissimi padroni di questi cani mi urlavano ridendo da lontano "Scusaciiii! Fanno brancoooo!", senza nemmeno degnarsi di richiamare le loro bestie che dopo dieci minuti si sono stancati di stare in cerchio attorno a noi, ringhiandoci, e se ne sono andati.
Vabbè, questo per dire che la mia povera bestia si deve accontentare della scarsa libertà di venire sciolto per le vie dei pub la sera, dove fa il diavolo a quattro ed è diventato la mascotte dei giovani ubriaconi. Ormai tutti quelli che non mi conoscono mi salutano usando il nome del mio cane: "Braciola". Figo eh?! ._.
In questi giorni, quindi, non ho fatto altro che vedere film grazie al magico servizio on demand di Alice ADSL, che almeno una cosa giusta la fa: fornirmi tutti i film di cui ho bisogno quando decido di ubriacarmi da sola.
Quest'estate vorrei andarmene in vacanza in un posto di mare, a fare proprio la turista, tipo: 8 giorni dentro un villaggio con spiaggia privata e piscine senza degnarmi minimamente di mettere piede fuori da questo. Già so che non accadrà e mi toccherà andare a Copenaghen con il mio ragazzo che, lo dico sempre, è una specie di zombie onnivoro e quindi odia il sole, il caldo, l'estate, il mare, la sabbia, la gente al mare, il costume, me in costume, i costumi degli altri. Insomma, lui odia praticamente tutto ciò che riguarda l'estate, tranne il gelato. E quindi mi toccherà farmi un'altra vacanza ad Agosto con la pioggia di un altro paese ed i fottuti gradi invernali di un altro paese. L'anno scorso siamo andati a Praga e per 7 giorni siamo stati a 10 gradi. I cechi andavano in giro in infradito ed io con le calzamaglie.
La nota positiva è che quest'estate progetterò il giardino (di due ettari) della nuova casa al mare di mio "suocero", che mi ha assunta in virtù del mio pollice verde! Questa sarà la cosa più divertente dell'estate 2012.
Ho sperato fino all'ultimo che qualcuno venisse a dirmi, con certezza, che a dicembre il mondo finirà. Almeno avrei potuto farmi un anno fottendomene di tutto e sperperando tutto in quello che c'è di bello nella vita e nel mondo.
Invece niente.
Mi toccherà morire di altre cose e tra tanti anni. La sola idea mi annoia.
Poverino, qui sono costretta a portarlo solo in passeggiata, dato che non ci sono aree cani e dato che ai giardinetti vicino casa non sai mai chi ci potrai incontrare. Qui c'è gente che scioglie pure cani assassini come se nulla fosse, infatti una volta siamo stati braccati (letteralmente) da un hamstaff e due cani corso. Gli intelligentissimi padroni di questi cani mi urlavano ridendo da lontano "Scusaciiii! Fanno brancoooo!", senza nemmeno degnarsi di richiamare le loro bestie che dopo dieci minuti si sono stancati di stare in cerchio attorno a noi, ringhiandoci, e se ne sono andati.
Vabbè, questo per dire che la mia povera bestia si deve accontentare della scarsa libertà di venire sciolto per le vie dei pub la sera, dove fa il diavolo a quattro ed è diventato la mascotte dei giovani ubriaconi. Ormai tutti quelli che non mi conoscono mi salutano usando il nome del mio cane: "Braciola". Figo eh?! ._.
In questi giorni, quindi, non ho fatto altro che vedere film grazie al magico servizio on demand di Alice ADSL, che almeno una cosa giusta la fa: fornirmi tutti i film di cui ho bisogno quando decido di ubriacarmi da sola.
Quest'estate vorrei andarmene in vacanza in un posto di mare, a fare proprio la turista, tipo: 8 giorni dentro un villaggio con spiaggia privata e piscine senza degnarmi minimamente di mettere piede fuori da questo. Già so che non accadrà e mi toccherà andare a Copenaghen con il mio ragazzo che, lo dico sempre, è una specie di zombie onnivoro e quindi odia il sole, il caldo, l'estate, il mare, la sabbia, la gente al mare, il costume, me in costume, i costumi degli altri. Insomma, lui odia praticamente tutto ciò che riguarda l'estate, tranne il gelato. E quindi mi toccherà farmi un'altra vacanza ad Agosto con la pioggia di un altro paese ed i fottuti gradi invernali di un altro paese. L'anno scorso siamo andati a Praga e per 7 giorni siamo stati a 10 gradi. I cechi andavano in giro in infradito ed io con le calzamaglie.
La nota positiva è che quest'estate progetterò il giardino (di due ettari) della nuova casa al mare di mio "suocero", che mi ha assunta in virtù del mio pollice verde! Questa sarà la cosa più divertente dell'estate 2012.
Ho sperato fino all'ultimo che qualcuno venisse a dirmi, con certezza, che a dicembre il mondo finirà. Almeno avrei potuto farmi un anno fottendomene di tutto e sperperando tutto in quello che c'è di bello nella vita e nel mondo.
Invece niente.
Mi toccherà morire di altre cose e tra tanti anni. La sola idea mi annoia.
lunedì 28 maggio 2012
The versatile blogger.
Grazie mille Dony che mi hai passato questo premio <3 è stata davvero una cosa carina! Allora dovrei scrivere sette cose di me che ancora non sapete e questa sarà una bella sfida. Inizio da qui, dopo passerò il premio ad altre 15 bloggers.
1) Sono sbadata da morire, dimentico tutto dappertutto e mi dimentico pure dove sono e con chi e mi dimentico cosa sto dicendo MENTRE lo sto dicendo. Ad esempio, capita spesso e volentieri che esca a far fare la passeggiata al cane senza cane: esco di casa, dopo il portone mi rendo conto che mi sono scordata "qualcosa" e torno dentro e lo trovo che mi aspetta dietro la porta con tanto di pettorina e guinzaglio addosso. Questa cosa mi fa vivere senza tempo: non so mai che giorno è nè in che mese si è e a volte mi dimentico anche in che anno siamo.
2) Il mio sogno è aprire un allevamento di cani, prima o poi. Per questo mi sono imbarcata in una grande avventura per riuscire a far ottenere un certificato di tipicità di razza al mio splendido orsetto nero. In modo che se volessi potrei iniziare da lui. Il nostro gran giorno sarà il primo luglio. In caso vada tutto come deve andare quest'inverno prenderò anche la femminuccia.
3) Sono un'inguaribile cazzona. So che da quello che scrivo qui non sembrerebbe proprio, ma io sono una cazzona totale. Viaggio tra l'umorismo sconcio e l'autoironia e stupide canzoncine con soggetto qualche mio amico. Insomma, l'avevo scritto da qualche parte che sono il buffone della classe ed io lo sono davvero, con tutti i requisiti di quell'odioso pagliaccio.
4) Sono vergognosamente socevole e vergognosamente innocente. Molto spesso mi dimentico che il mio modo esagerato di parlare potrebbe trarre in inganno certi arrapati, ma che ci posso fare?! Io parlo così, io muovo le mani così e non ci trovo niente di male a parlare di "certe cose" ad alta voce. Cazzi loro se si fanno ipnotizzare. Questo mio aspetto mi porta a furiose litigate con il mio ragazzo (lo capisco in fondo), che è il contrario di me: silenzioso, riservato, misterioso. Non capisce il perchè io senta il bisogno di parlare con altre persone, soprattutto "in quel modo".
5) Sono schifosamente curiosa. E' un pregio e un difetto, è risaputo. E' un pregio perchè nello studio non mi fermo finchè non scopro cosa c'è sotto a questo o quel concetto. E' un difetto perchè metto naso e zampino dappertutto. Con gli anni, dato che curiosa ci sono nata, ho imparato ad avere molto contegno, ma se c'è qualcosa che mi fa scattare la molla allora niente e nessuno può fermarmi. Questa è una cosa che mi fa schifo di me stessa. Ma per me deve stare tutto alla luce del sole.
6) Sono maniaca dell'Olocausto. Ho letto centinaia di libri sull'argomento tra saggi, testimonianze, relazioni, dati statistici e quant'altro. L'anno scorso, dato che io ho solo sogni ricorrenti, sognavo ogni notte di essere in un lager. Da lì ho allentato un po' la presa con quelle letture, iniziate in quinta elementare con il classico Diario di Anna Frank. Per colpa di o grazie a quello che so ho paura del razzismo e una paura fottuta della guerra. Mi chiedo sempre cosa potrebbe succedere se quelle cose si ripetessero oggi; dove si potrebbe arrivare con i mezzi che abbiamo oggi.
7) Sono una maniaca dell'accumulo in erba. La mia camera è abbastanza piccola ed è piena di cose che non riesco a buttare. Sotto il letto ho delle scatole contenenti ogni singolo bigliettino passato tra i banchi di elementari, medie e superiori. Ho tenuto i test di gravidanza fatti in passato, i vestiti che le persone hanno lasciato qui a casa mia, le carte di ogni preservativo scartato, bottiglie di birra e super alcolici vuoti. Fino a qualche tempo fa avevo anche dei bicchieri sporchi dai quali aveva bevuto questa o quella persona. A questi ultimi sono riuscita a rinunciarci dopo anni che stazionavano su una mensola che sta sopra al mio letto.
Passo il premio a:
- Effe.
- Barbara
- Rena
- Vì∞
- mariana
- Elle.
- Oasi
- JeSS
- Victoria
- Nebbia
Ho escluso le ragazze che ho visto l'avevano già ricevuto. Devo ammettere che sceglierne solo quindici è stata dura, perchè siete tutte le mie preferite. Quindi, ho deciso di scegliere chi parla meno delle altre delle proprie cose (si veda al punto (5) ).
Ora vi lascio, vengo a commentarvi :)
Un bacione a tutte.
Vi adoro come sempre *
domenica 27 maggio 2012
Io odio il sabato sera.
Qui nella mia città c'è un unico posto in cui si esce a meno che non si voglia andare a ballare in posti squallidi pieni di gente poco raccomandabile addirittura ad un deliquente.
E' una via a Y dove ci sono una ventina di pub, uno dietro l'altro. Ovviamente tutta la gioventù bella e brutta si riunisce tutta in questa via dal giovedì alla domenica d'inverno, dal lunedì alla domenica d'estate.
L'atmosfera è figa, devo ammetterlo. Si beve al primo pub, ci si alza, si prende un'altra cosa al secondo pub e te la bevi per strada mentre chiacchieri con mille persone, cammini per prendere da bere di là, incontri questo, parli con quello. Insomma, effettivamente ci si diverte.
Il mio problema non sono il giovedì, il venerdì e la domenica.
IL MIO PROBLEMA E' IL SABATO SERA.
Io alla saturday night fever ci piscio sopra, detta in parole povere.
Dovendo andare in questa famigerata via dei pub, ovviamente ci si ritrova anche con tutti i ragazzini delle scuole in libera uscita. Ed io li detesto.
Sono un branco di fannulloni creati ad immagine e somiglianza del finto alternativo di ste palle, che va tanto di moda ora. E quindi devo vedere gente che si finge OPEN MIND, che si finge VISSUTA, che si finge ARTISTA-DROGATA-FIGLIA DEL MONDO, quando invece gli anni in cui ho avuto i dread non si azzardavano nemmeno a camminarmi vicino, per quanto mi schifavano.
Lo posso dire?
Io odio il ragazzo con ciuffo e la camicia a quadri; odio il ragazzo col gilet di jeans e i pantaloni alla zompa fosso.
Io odio la ragazza con la gonna a vita alta ed il nastrino sulla fronte; odio la ragazza con le stampe floreali e gli accessori a forma di croce.
ODIO LA MODA DI QUESTI ULTIMI ANNI.
Il motivo?
Il motivo è che io mi vesto così da quando sono nata, esclusi gli accessori a forma di croce CHE SCHIFO, e sono sempre stata presa per il culo. Sempre.
"Oddio guarda quella con il giubotto di jeans: dieci anni indietro."
"Oddio guarda quella con quei jeans a vita alta: venti anni indietro."
"Oddio guarda quella come si è fatta la coda: trenta anni indietro."
"Oddio guarda quella che si compra la roba al mercatino americano: quaranta anni indietro."
E adesso, ragazze mie, QUESTA E' LA MODA.
Vaffanculo cazzo.
Questa cosa mi fa uscire di me.
Ogni tanto vorrei fare la stilista, inventare una moda in cui bisogna andare in giro con costumi a forma di cazzo. Sono certa che in questa merda di città durante questi merdosissimi sabato sera, non ne mancherebbe all'appello uno di imbecille vestito da fallo.
Ci posso mettere mani e piedi sul fuoco.
Uscire e ritrovarmi bloccata in mezzo a questa gente mi fa soffocare, mi passa anche la voglia di bere; tutto quello che posso desiderare viene rimpiazzato dalla voglia di sangue. Nel vero senso della parola.
Non so, sarà che io non ho mai ascoltato nessuno in fatto di vestiti;
sarà che compro la roba al mercato perchè so che SE COMPRO UNA MAGLIA SIGNIFICA CHE L'AVRO' SOLO IO;
sarà che l'omologazione mi fa ribrezzo;
sarà che mi sentirei uno schifo ad uscire e vedere il mio riflesso ad ogni angolo della strada.
Ma io la moda non la capisco. Per me la moda è arte. Per molti altri, quasi tutti, la moda è la strada giusta per essere un vincente.
Posso dirlo?
Avere una borsa che hanno altre 8mila persone, fa di te solamente un "vincente" tra settemilanovecentonovantanove "vincenti", ovvero un perdente tra gli altri perdenti.
Non mi interessano i bei vestiti e la bella macchina.
L'ho sempre detto: se mai farò i soldi andrò a spenderli al mercato e prenderò la mia punto verde e la farò mettere completamente a nuovo.
Il resto dei soldi li sputtanerei per una casa come Cristo comanda. Ed uscirei vestita da barbona come ho sempre fatto.
Questa città mi farà diventare matta.
Il sabato sera in questa città mi farà diventare una terrorista.
E' una via a Y dove ci sono una ventina di pub, uno dietro l'altro. Ovviamente tutta la gioventù bella e brutta si riunisce tutta in questa via dal giovedì alla domenica d'inverno, dal lunedì alla domenica d'estate.
L'atmosfera è figa, devo ammetterlo. Si beve al primo pub, ci si alza, si prende un'altra cosa al secondo pub e te la bevi per strada mentre chiacchieri con mille persone, cammini per prendere da bere di là, incontri questo, parli con quello. Insomma, effettivamente ci si diverte.
Il mio problema non sono il giovedì, il venerdì e la domenica.
IL MIO PROBLEMA E' IL SABATO SERA.
Io alla saturday night fever ci piscio sopra, detta in parole povere.
Dovendo andare in questa famigerata via dei pub, ovviamente ci si ritrova anche con tutti i ragazzini delle scuole in libera uscita. Ed io li detesto.
Sono un branco di fannulloni creati ad immagine e somiglianza del finto alternativo di ste palle, che va tanto di moda ora. E quindi devo vedere gente che si finge OPEN MIND, che si finge VISSUTA, che si finge ARTISTA-DROGATA-FIGLIA DEL MONDO, quando invece gli anni in cui ho avuto i dread non si azzardavano nemmeno a camminarmi vicino, per quanto mi schifavano.
Lo posso dire?
Io odio il ragazzo con ciuffo e la camicia a quadri; odio il ragazzo col gilet di jeans e i pantaloni alla zompa fosso.
Io odio la ragazza con la gonna a vita alta ed il nastrino sulla fronte; odio la ragazza con le stampe floreali e gli accessori a forma di croce.
ODIO LA MODA DI QUESTI ULTIMI ANNI.
Il motivo?
Il motivo è che io mi vesto così da quando sono nata, esclusi gli accessori a forma di croce CHE SCHIFO, e sono sempre stata presa per il culo. Sempre.
"Oddio guarda quella con il giubotto di jeans: dieci anni indietro."
"Oddio guarda quella con quei jeans a vita alta: venti anni indietro."
"Oddio guarda quella come si è fatta la coda: trenta anni indietro."
"Oddio guarda quella che si compra la roba al mercatino americano: quaranta anni indietro."
E adesso, ragazze mie, QUESTA E' LA MODA.
Vaffanculo cazzo.
Questa cosa mi fa uscire di me.
Ogni tanto vorrei fare la stilista, inventare una moda in cui bisogna andare in giro con costumi a forma di cazzo. Sono certa che in questa merda di città durante questi merdosissimi sabato sera, non ne mancherebbe all'appello uno di imbecille vestito da fallo.
Ci posso mettere mani e piedi sul fuoco.
Uscire e ritrovarmi bloccata in mezzo a questa gente mi fa soffocare, mi passa anche la voglia di bere; tutto quello che posso desiderare viene rimpiazzato dalla voglia di sangue. Nel vero senso della parola.
Non so, sarà che io non ho mai ascoltato nessuno in fatto di vestiti;
sarà che compro la roba al mercato perchè so che SE COMPRO UNA MAGLIA SIGNIFICA CHE L'AVRO' SOLO IO;
sarà che l'omologazione mi fa ribrezzo;
sarà che mi sentirei uno schifo ad uscire e vedere il mio riflesso ad ogni angolo della strada.
Ma io la moda non la capisco. Per me la moda è arte. Per molti altri, quasi tutti, la moda è la strada giusta per essere un vincente.
Posso dirlo?
Avere una borsa che hanno altre 8mila persone, fa di te solamente un "vincente" tra settemilanovecentonovantanove "vincenti", ovvero un perdente tra gli altri perdenti.
Non mi interessano i bei vestiti e la bella macchina.
L'ho sempre detto: se mai farò i soldi andrò a spenderli al mercato e prenderò la mia punto verde e la farò mettere completamente a nuovo.
Il resto dei soldi li sputtanerei per una casa come Cristo comanda. Ed uscirei vestita da barbona come ho sempre fatto.
Questa città mi farà diventare matta.
Il sabato sera in questa città mi farà diventare una terrorista.
venerdì 25 maggio 2012
Venerdì sera, menefreghismo e le solite cose.
Ultimamente mangio in modo scostante e strano.
Sono stata tutta la settimana a pulire casa senza fermarmi un attimo finendo per digiunare inconsapevolmente due giorni sì e uno no non avendo neanche un secondo per fermarmi. Ho davvero infilato le mani negli angoli più infami di quel tugurio che ci ostiniamo a chiamare casa. Vabbè. A quanto pare sto dimagrendo, ma secondo i miei malatissimi occhi sono sempre più grassa. Una vera goduria =.=
Martedì e mercoledì abbiamo festeggiato il compleanno del mio ragazzo. Ho passato 10 ore per fargli una torta a forma di tastiera, dato che lui fa musica. Ho radunato gente da tutte le parti del Lazio, organizzato regali e speso soldi per l'alcool. Ciò non mi ha impedito di subire due ore di insulti mercoledì notte per il seguente motivo:
Eravamo tutti ubriachi, compreso lui, a parlare di sesso e ragazze in salotto. Alle 5 lui va a lavarsi i denti e noi continuiamo a parlare.
Il risultato è stato che per due ore mi ha urlato "Puttana-Troia-mignotta-zozza-mi fai schifo", alternando gli insulti. L'ho lasciato e l'ho fatto dormire sul pavimento. Che figlio di puttana.
La mattina dopo ha pianto per 3 ore e mezza chiedendomi scusa.
Ed io stupidamente l'ho perdonato.
Perché sono fatta così e con i ragazzi ci spero sempre fino all'ultimo. Costantemente alla ricerca di un amore vero in cui io credo come una bambina che ha appena visto Cenerentola.
Oggi siamo tornati in questa merda di città. Di nuovo.
Ed io finirò per ubriacarmi. Di nuovo.
In più ho litigato con il mio migliore amico che mostra i primi segni di psicosi. Ripone le sue fiducie in una detta settecentesca che a suo dire riesce anche ad uccidere la gente con la forza del pensiero ed in qualunque angolo del mondo; fra gli sconfinati talenti questa setta vanta la possibilità di poter gestire il clima e scatenate i terremoti e le varie catastrofi naturali recentemente abbattutesi sul pianeta.
E lui dice di non avere problemi mentali.
Fatto sta che io mi sono stufata di spiegargli le cose per essere derisa dalla sua faccia da pipistrello.
Nessuno mi dà mai retta. Nemmeno quando parlo di cose che ho fatto ottocento mila volte.
Vorrei dormire per tutta la vita.
O crepare giovane.
Ed il mio ragazzo mi dice:
"Fumi troppo, devi regolarti" non capendo che nel tumore c'è il mio suicidio perfetto.
Sono stata tutta la settimana a pulire casa senza fermarmi un attimo finendo per digiunare inconsapevolmente due giorni sì e uno no non avendo neanche un secondo per fermarmi. Ho davvero infilato le mani negli angoli più infami di quel tugurio che ci ostiniamo a chiamare casa. Vabbè. A quanto pare sto dimagrendo, ma secondo i miei malatissimi occhi sono sempre più grassa. Una vera goduria =.=
Martedì e mercoledì abbiamo festeggiato il compleanno del mio ragazzo. Ho passato 10 ore per fargli una torta a forma di tastiera, dato che lui fa musica. Ho radunato gente da tutte le parti del Lazio, organizzato regali e speso soldi per l'alcool. Ciò non mi ha impedito di subire due ore di insulti mercoledì notte per il seguente motivo:
Eravamo tutti ubriachi, compreso lui, a parlare di sesso e ragazze in salotto. Alle 5 lui va a lavarsi i denti e noi continuiamo a parlare.
Il risultato è stato che per due ore mi ha urlato "Puttana-Troia-mignotta-zozza-mi fai schifo", alternando gli insulti. L'ho lasciato e l'ho fatto dormire sul pavimento. Che figlio di puttana.
La mattina dopo ha pianto per 3 ore e mezza chiedendomi scusa.
Ed io stupidamente l'ho perdonato.
Perché sono fatta così e con i ragazzi ci spero sempre fino all'ultimo. Costantemente alla ricerca di un amore vero in cui io credo come una bambina che ha appena visto Cenerentola.
Oggi siamo tornati in questa merda di città. Di nuovo.
Ed io finirò per ubriacarmi. Di nuovo.
In più ho litigato con il mio migliore amico che mostra i primi segni di psicosi. Ripone le sue fiducie in una detta settecentesca che a suo dire riesce anche ad uccidere la gente con la forza del pensiero ed in qualunque angolo del mondo; fra gli sconfinati talenti questa setta vanta la possibilità di poter gestire il clima e scatenate i terremoti e le varie catastrofi naturali recentemente abbattutesi sul pianeta.
E lui dice di non avere problemi mentali.
Fatto sta che io mi sono stufata di spiegargli le cose per essere derisa dalla sua faccia da pipistrello.
Nessuno mi dà mai retta. Nemmeno quando parlo di cose che ho fatto ottocento mila volte.
Vorrei dormire per tutta la vita.
O crepare giovane.
Ed il mio ragazzo mi dice:
"Fumi troppo, devi regolarti" non capendo che nel tumore c'è il mio suicidio perfetto.
lunedì 21 maggio 2012
Il mio primo miglior amico.
A diciassette anni gli occhi di un vedovo, le mani grandi di chi vuole sognare ancora un po' e s'aggrappa al cuscino ed ad immaginarie corde REM.
A diciassette anni una casa tutta per lui ed ogni angolo riempito di pile di fogli disegnati dalla sua mente che sapeva viaggiare anche oltre il nostro Universo.
La sua fidanzata, molto più piccola di lui, che lui non si filava mai.
E per vedere me mandava a fanculo tutto, mandava a fanculo anche lei e lei soffriva e io gli dicevo sempre "Ma guarda che siete fidanzati, dovrete pur vedervi!".
Ogni volta sentirmi dire "Sti cazzi! Meglio un caffè con la mia Beatrix".
Non sono in grado di scrivere in modo lineare il nostro rapporto. Siamo stati così tanto amici, per così tanto tempo. Poi d'improvviso e nello stesso momento, davanti ad un cappuccino, ci siamo guardati e piaciuti. Io piacevo a lui che era stato per anni a criticarmi perchè ero bella cicciottella. A me piaceva lui, il "bello e impossibile" di sto cazzo, che avevo sempre preso in giro per i suoi modi altezzosi ed i cambi d'umore improvvisi.
Ci siamo girati intorno per anni.
Facendo finta che quello sguardo sopra la schiuma di latte non fosse mai esistito.
Un bacio c'è stato sì. Un bacio passato sotto completo silenzio e messo dentro a quel cassetto speciale dell'oblio, quel cassetto etichettato "proibito".
Poi lui si è trasferito, non troppo lontano, ma lontano abbastanza da non poter più vivere insieme.
Ma io lo andavo a trovare.
Ho dormito un milione di volte da lui, nel suo letto. Fra mille abbracci, strusciandoci.
Entrambi eccitati. Lui lo sentivo benissimo e, beh, io ero nella mia fase ninfomane, quindi mi sentivo anch'io.
E' stato l'unico ragazzo con cui ho dormito, ma che non mi ha mai scopata. Mai.
Questa è la sua cosa più speciale. Lui non ha impulsi sessuali e, quando li ha, li reprime.
Perchè lui per toccarti deve essere sicuro di poterti dare il meglio di sè, di poterti dare l'amore più grande del mondo. E purtroppo, mentre rotolavamo nel suo letto, lui non era nel pieno delle sue facoltà mentali.
Purtroppo, davvero.
Dopo un po' ci siamo allontanati. Lui ha iniziato a costruirsi la sua vita, dopo anni a far nulla. Ed io stavo andando per le mie vie del cazzo, tra mille fidanzati gelosi tutti di lui.
Non senza motivo.
Io l'ho sempre dichiarato senza vergogna che, comunque vadano le cose, io mi sposerò con lui.
E lui ha sempre fatto lo stesso.
Quante ragazze mi hanno aggiunto su facebook, sue fidanzate, solo per potermi tacitamente odiare, sommerse da valanghe di pixel della mia faccia da cazzo. Tante. Tante perchè lui continua a dire loro che sposerà me, di mettersi subito l'anima in pace.
Ad un certo punto abbiamo litigato, non ricordo più perchè. E nello stesso periodo è morta sua madre, una donna d'oro. Ci siamo visti al suo funerale, di sbieco e sotto le lacrime. Perchè lei era stata una mamma anche per me in quegli anni difficili.
Continuammo comunque a non paralrci, fino a che non svanì la rabbia.
Dopo qualche mese ci siamo rivisti.
Quella sera non me la potrò dimenticare mai più in tutta la mia vita.
Abbiamo guardato i soliti stupidi cartoni animati che noi tanto amiamo;
abbiamo parlato di cazzate;
abbiamo preso il solito caffè notturno che alla fine lui non beve mai;
abbiamo riso e ricordato insieme tanti clamorosi personaggi di quando lui viveva ancora nella mia palude.
Poi mi ha preso la mano.
E siamo stati zitti e ci siamo accarezzati.
E siamo stati zitti mentre facevamo "i gatti", strusciando la mia guancia contro la sua e viceversa e poi la fronte e baciandoci gli occhi a vicenda.
Dandoci dei baci infantili messi apposta in quei punti dove perdono ogni tipo d'innocenza.
Non un labbro è stato sfiorato.
Ed era già ora di tornare a casa.
Scavalchiamo il recinto perchè siamo pigri a fare tutta la strada di sotto, lo siamo sempre stati.
Attraversiamo quel vialetto con l'erba perennemente altezza ginocchio.
Davanti alla mia macchina mi prende ancora la mano, iniziamo a salutarci, a stabilire il prossimo incontro.
Lui mi dice che si sta rendendo conto di quanto sono fondamentale.
Io faccio la modesta, rido un po' dicendogli che non è vero, che sta bene anche senza di me.
E lui mi dice "Ma sta zitta, cretina".
Mi abbraccia così forte che mi si staccano i piedi da terra.
E mi ritrovo a baciarlo. A baciare quella bocca Pallmall blu, piena di ferri. Così fottutamente bella e così fottutamente sua.
Cristo, a ripensarci mi esplode il cuore.
Torno a casa.
Ci scriviamo sms che non si toglieranno mai dalle nostre coscenze.
Mi dice che mi ama, mi dice che se ne deve andare.
Gli dico che tanto il destino ci farà tornare insieme.
Gli dico tante cose che sembrano bugie, ma che sono le verità più assolute tra tutte quelle che io abbia mai detto.
"Buona notte sbarbera".
E sbarbera (io) se ne va a dormire.
E lui si trasferisce a Firenze ed intanto io mi fidanzo con il mio G. e lui con una tizia bella, bianca e tatuata.
Ieri ci siamo sentiti.
E siamo finiti, come ogni volta, a dirci che ci manchiamo, che ci dobbiamo vedere.
Ma io ho paura a vederlo, come lui ha paura di vedere me.
Perchè se ci vedremo ci baceremo ancora, come quella sera.
Perchè lui è l'unica persona che potrebbe spingermi a mandare a fanculo qualunque cosa e per lui vale questa stessa equazione.
Lei = non mi serve nient'altro.
Lui = non mi serve nient'altro.
A Giugno, però, combatterò la paura di fare cazzate e lo andrò a trovare.
Alla fine, comunque vadano le cose, è il destino che ci riporta sempre vicini, sempre con quel qualcosa negli occhi. Sempre gatti, sempre bambini.
Il mio primo migliore amico è stato ed è questo: il primo posto nel mio cuore, prima di chiunque altro al mondo.
Perchè ci siamo tirati fuori dall'abisso a vicenda.
Perchè quell'abisso l'abbiamo riempito di bei ricordi e grandi sentimenti.
Il mio primo migliore amico, mio futuro marito.

Questo è un suo autoritratto, fedelissimo direi.
Me lo diede un volta che mi aveva fatto così incazzare che gli avevo vietato di parlare.
Lo fece in un minuto su un tovagliolino da bar, davanti a me, livida di rabbia.
E' una delle cose più preziose che ho.
A diciassette anni una casa tutta per lui ed ogni angolo riempito di pile di fogli disegnati dalla sua mente che sapeva viaggiare anche oltre il nostro Universo.
La sua fidanzata, molto più piccola di lui, che lui non si filava mai.
E per vedere me mandava a fanculo tutto, mandava a fanculo anche lei e lei soffriva e io gli dicevo sempre "Ma guarda che siete fidanzati, dovrete pur vedervi!".
Ogni volta sentirmi dire "Sti cazzi! Meglio un caffè con la mia Beatrix".
Non sono in grado di scrivere in modo lineare il nostro rapporto. Siamo stati così tanto amici, per così tanto tempo. Poi d'improvviso e nello stesso momento, davanti ad un cappuccino, ci siamo guardati e piaciuti. Io piacevo a lui che era stato per anni a criticarmi perchè ero bella cicciottella. A me piaceva lui, il "bello e impossibile" di sto cazzo, che avevo sempre preso in giro per i suoi modi altezzosi ed i cambi d'umore improvvisi.
Ci siamo girati intorno per anni.
Facendo finta che quello sguardo sopra la schiuma di latte non fosse mai esistito.
Un bacio c'è stato sì. Un bacio passato sotto completo silenzio e messo dentro a quel cassetto speciale dell'oblio, quel cassetto etichettato "proibito".
Poi lui si è trasferito, non troppo lontano, ma lontano abbastanza da non poter più vivere insieme.
Ma io lo andavo a trovare.
Ho dormito un milione di volte da lui, nel suo letto. Fra mille abbracci, strusciandoci.
Entrambi eccitati. Lui lo sentivo benissimo e, beh, io ero nella mia fase ninfomane, quindi mi sentivo anch'io.
E' stato l'unico ragazzo con cui ho dormito, ma che non mi ha mai scopata. Mai.
Questa è la sua cosa più speciale. Lui non ha impulsi sessuali e, quando li ha, li reprime.
Perchè lui per toccarti deve essere sicuro di poterti dare il meglio di sè, di poterti dare l'amore più grande del mondo. E purtroppo, mentre rotolavamo nel suo letto, lui non era nel pieno delle sue facoltà mentali.
Purtroppo, davvero.
Dopo un po' ci siamo allontanati. Lui ha iniziato a costruirsi la sua vita, dopo anni a far nulla. Ed io stavo andando per le mie vie del cazzo, tra mille fidanzati gelosi tutti di lui.
Non senza motivo.
Io l'ho sempre dichiarato senza vergogna che, comunque vadano le cose, io mi sposerò con lui.
E lui ha sempre fatto lo stesso.
Quante ragazze mi hanno aggiunto su facebook, sue fidanzate, solo per potermi tacitamente odiare, sommerse da valanghe di pixel della mia faccia da cazzo. Tante. Tante perchè lui continua a dire loro che sposerà me, di mettersi subito l'anima in pace.
Ad un certo punto abbiamo litigato, non ricordo più perchè. E nello stesso periodo è morta sua madre, una donna d'oro. Ci siamo visti al suo funerale, di sbieco e sotto le lacrime. Perchè lei era stata una mamma anche per me in quegli anni difficili.
Continuammo comunque a non paralrci, fino a che non svanì la rabbia.
Dopo qualche mese ci siamo rivisti.
Quella sera non me la potrò dimenticare mai più in tutta la mia vita.
Abbiamo guardato i soliti stupidi cartoni animati che noi tanto amiamo;
abbiamo parlato di cazzate;
abbiamo preso il solito caffè notturno che alla fine lui non beve mai;
abbiamo riso e ricordato insieme tanti clamorosi personaggi di quando lui viveva ancora nella mia palude.
Poi mi ha preso la mano.
E siamo stati zitti e ci siamo accarezzati.
E siamo stati zitti mentre facevamo "i gatti", strusciando la mia guancia contro la sua e viceversa e poi la fronte e baciandoci gli occhi a vicenda.
Dandoci dei baci infantili messi apposta in quei punti dove perdono ogni tipo d'innocenza.
Non un labbro è stato sfiorato.
Ed era già ora di tornare a casa.
Scavalchiamo il recinto perchè siamo pigri a fare tutta la strada di sotto, lo siamo sempre stati.
Attraversiamo quel vialetto con l'erba perennemente altezza ginocchio.
Davanti alla mia macchina mi prende ancora la mano, iniziamo a salutarci, a stabilire il prossimo incontro.
Lui mi dice che si sta rendendo conto di quanto sono fondamentale.
Io faccio la modesta, rido un po' dicendogli che non è vero, che sta bene anche senza di me.
E lui mi dice "Ma sta zitta, cretina".
Mi abbraccia così forte che mi si staccano i piedi da terra.
E mi ritrovo a baciarlo. A baciare quella bocca Pallmall blu, piena di ferri. Così fottutamente bella e così fottutamente sua.
Cristo, a ripensarci mi esplode il cuore.
Torno a casa.
Ci scriviamo sms che non si toglieranno mai dalle nostre coscenze.
Mi dice che mi ama, mi dice che se ne deve andare.
Gli dico che tanto il destino ci farà tornare insieme.
Gli dico tante cose che sembrano bugie, ma che sono le verità più assolute tra tutte quelle che io abbia mai detto.
"Buona notte sbarbera".
E sbarbera (io) se ne va a dormire.
E lui si trasferisce a Firenze ed intanto io mi fidanzo con il mio G. e lui con una tizia bella, bianca e tatuata.
Ieri ci siamo sentiti.
E siamo finiti, come ogni volta, a dirci che ci manchiamo, che ci dobbiamo vedere.
Ma io ho paura a vederlo, come lui ha paura di vedere me.
Perchè se ci vedremo ci baceremo ancora, come quella sera.
Perchè lui è l'unica persona che potrebbe spingermi a mandare a fanculo qualunque cosa e per lui vale questa stessa equazione.
Lei = non mi serve nient'altro.
Lui = non mi serve nient'altro.
A Giugno, però, combatterò la paura di fare cazzate e lo andrò a trovare.
Alla fine, comunque vadano le cose, è il destino che ci riporta sempre vicini, sempre con quel qualcosa negli occhi. Sempre gatti, sempre bambini.
Il mio primo migliore amico è stato ed è questo: il primo posto nel mio cuore, prima di chiunque altro al mondo.
Perchè ci siamo tirati fuori dall'abisso a vicenda.
Perchè quell'abisso l'abbiamo riempito di bei ricordi e grandi sentimenti.
Il mio primo migliore amico, mio futuro marito.
Questo è un suo autoritratto, fedelissimo direi.
Me lo diede un volta che mi aveva fatto così incazzare che gli avevo vietato di parlare.
Lo fece in un minuto su un tovagliolino da bar, davanti a me, livida di rabbia.
E' una delle cose più preziose che ho.
lunedì 14 maggio 2012
Il faro.
Il faro sulla strada dei pub si accende solo ora. Chissà cosa speravano di trovare: mani impegnate in rollii illegali, sangue sparso su catene da bicicletta, quella botta ancora acchittata sul pianalino dello specchio al bagno. Qui, proprio qui.
Il mio cane mi guarda. È stanco anche lui di tutto questo schifo. Del mio ragazzo che non pensa mai a me, dei miei amici che non mi degnano di uno sguardo. Di rabbie assassine che mi uccidono il cuore e mi fanno venire voglia di saltare giù da un buon decimo piano. Potrei andarmene ora e sparirei nel nulla. Ma perché, perché nessuna di queste insulse persone si accorge che mi stanno uccidendo. Con i loro discorsi stupidi, le loro location borghesi, i loro modi di fare bigotti.
Il faro sulla strada dei pub si accende solo ora. Il mio angolino da disadattata, accaparrato senza fatica, risplende della luce spettrale e gialla e chissà cosa volevano trovare grazie a lei: cocktail illegalmente versati in vetro, cane sciolto che non può vivere come dovrebbe, un uccellino morto sull'altro lato della strada, la mia sensibilità adagiata su squallide piastrelle e calpestata ancora. Ancora, proprio da questi volti e cervelli e anime che mi dovrebbero conoscere.
La mia inutilità nella loro vita mi spiazza.
Il marmo dei portici accoglie di nuovo le mie lacrime. È strano come io non faccia altro che ripetermi.
Vorrei trovare qualcuno a cui poter dire cosa mi ferisce solo una volta, una persona a cui non serve sentirselo dire un milione di volte.
Mi alzo in piedi.
"Vado a far bere il cane".
Me ne vado sapendo che crollerò dietro al primo angolo.
Me ne vado sapendo di essere ridicola.
Ancora fottutamente ridicola.
Ancora fottutamente sola nella città che dorme.
Solo il mio cane mi segue, dimostrando il detto "chi mi ama mi segua".
Il mio cane mi guarda. È stanco anche lui di tutto questo schifo. Del mio ragazzo che non pensa mai a me, dei miei amici che non mi degnano di uno sguardo. Di rabbie assassine che mi uccidono il cuore e mi fanno venire voglia di saltare giù da un buon decimo piano. Potrei andarmene ora e sparirei nel nulla. Ma perché, perché nessuna di queste insulse persone si accorge che mi stanno uccidendo. Con i loro discorsi stupidi, le loro location borghesi, i loro modi di fare bigotti.
Il faro sulla strada dei pub si accende solo ora. Il mio angolino da disadattata, accaparrato senza fatica, risplende della luce spettrale e gialla e chissà cosa volevano trovare grazie a lei: cocktail illegalmente versati in vetro, cane sciolto che non può vivere come dovrebbe, un uccellino morto sull'altro lato della strada, la mia sensibilità adagiata su squallide piastrelle e calpestata ancora. Ancora, proprio da questi volti e cervelli e anime che mi dovrebbero conoscere.
La mia inutilità nella loro vita mi spiazza.
Il marmo dei portici accoglie di nuovo le mie lacrime. È strano come io non faccia altro che ripetermi.
Vorrei trovare qualcuno a cui poter dire cosa mi ferisce solo una volta, una persona a cui non serve sentirselo dire un milione di volte.
Mi alzo in piedi.
"Vado a far bere il cane".
Me ne vado sapendo che crollerò dietro al primo angolo.
Me ne vado sapendo di essere ridicola.
Ancora fottutamente ridicola.
Ancora fottutamente sola nella città che dorme.
Solo il mio cane mi segue, dimostrando il detto "chi mi ama mi segua".
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