Beatrice, non aver paura.
Battezzata sotto un nome di cui mi vergogno: Maria. Prima Maria, solamente poi Beatrice.
Come si può vivere bene nascendo nella vergogna? Io mi sono vergognata davanti a Dio, mentre mi veniva bagnata la testa con l'acqua Santa e mi facevo la pipì addosso.
Beatrice, esponiti.
Sabbia incandescente. Quattordici del pomeriggio intasate, oberate. Ascelle, tette, cosce sudate. Onde calme accolgono questo corpo che si ostina a non cambiare. Lo smalto rovinato sulle unghie dei miei piedi affoga nella sabbia del bagno asciuga, mi vergogno di quelle crepe negligenti.
Ogni volta che infilo la testa sott'acqua mi sembra di compiere un nuovo Battesimo. Ogni volta.
Mi vergogno e al mare ci vado. Alzo la testa, il sole mi scotta la frangia e mi dice che tanto a lui di me non importa. Ed è di questo che a me importa. Cinquantasette chili abbondanti, parte della natura: perfetti proprio per questo. Una semplicità che non accetto e che accetto.
Beatrice, sfogati.
Pompa manuale bianca di plastica. Sta maledetta ruota che non vuole saperne di gonfiarsi. Mi basta alzare il telefono: papà è ancora qui per me. Prende, ribalta, sbatacchia la bici. La bici torna viva. Viva e pronta a regalarmi l'aria calda delle sette di sera sulla pista ciclabile. Un'amica che mi chiama per un giro in pattini. I libri che restano chiusi. Sesso soddisfacente dopo mesi. E una litigata furiosa che mi fa sentire Dio.
E una nuova canzone da scrivere. L'ennesimo esperimento per la mia BIC.
Beatrice, vestiti.
Bisogna uscire di nuovo. Bisogna di nuovo mangiare fuori. Friggiamo i pesci e le piante e la frutta. Tutto ciò che non viene fritto è inevitabilmente annegato, cosparso, imbevuto in extra vergine d'oliva uscito direttamente dai frantoi di Dio. Di birra non ce n'è mai abbastanza e si mangia e si beve. Il vinsanto lo vuoi? Che domande mi fai. Di vinsanto non ce n'è mai abbastanza.
E prima di tutto questo.
Sventrare la valigia senza ritegno cercando qualcosa che si abbini ad un azzardato smalto arancione. Ad una collana mai messa. Alle scarpe nuove. Tacchi o ciabatte? Gonna o pantaloni? O pantaloncini? Reggiseno normale o a fascia o body o corpetto? Ma che ne so.
Vestito marrone reinventato che tira fuori tutti i tatuaggi, tranne il più prezioso: le poche cose interessanti di me. Rossetto arancione, tanto un pagliaccio già mi ci sento.
Ma poi scendo sotto casa. Lui mi guarda e mi dice: "Se ti presenti vestita così allora dobbiamo prima scopare".
Scopare è l'unica cosa che mi può rincuorare.
Beatrice, sfidati.
Un ragazzo mi guarda e penso mi trovi ridicola. Eppure io lo guardo ancora e faccio l'indifferente stronza ammaliante puttana con cocktail in mano e quelle tette che tanto mi bastano per scopare con chi cazzo mi pare. Una ragazza mi guarda storto ed io penso che mi trovi ridicola. Eppure le passo davanti e alzo il mento e mentre me ne vado mi giro; lei abbassa la testa e io sono la solita tossica trasformata in tizia in gonnella che tanto lo sanno tutti che è una puttana, ma la mia testa è alta e lei ha la coda tra le gambe: lo sa che potrei sbranarla con mezza parola e denti affilati in anni di lotte.
Un nuovo alcolico, troppo dolce ed io lo bevo lo stesso. E abbracciare il barista al suo compleanno. Il solito pazzo che mi urla in faccia per strada e la polizia che non arriva mai ed io penso che prima o poi mi ucciderà: lo guardo un secondo e si dilegua.
Bar della bella gente, unico aperto ed io ho bisogno di cartine. Due tre quattro tutte le persone mi guardano. Non muovo lo sguardo dalla vetrata della porta. Non ho paura. Beatrice, tu non hai paura. Stupido mantra che mi porta dentro a calpestare il marmo con le mie ciabatte di plastica dura e la mia puzza di cloro e sudore e cani dopo una giornata in campagna.
"Rizla argento corte".
E sangue.
Grazie.
Beatrice, ammazzati.
Sogno o son desta? Ogni cartone animato, telefilm, film. Ogni ragazzo, ragazza, trans. Ogni fidanzato, fidanzata, migliore amico o amica. Ogni cazzo, ogni fica, ogni tetta. Ogni fottuto pelo, capello, pelle strappati. Ogni buco inflittomi o inflitto ad altri.
Ogni parola, canzone, sogno o son desta.
La notte accoglie il mio cervello macero d'avvenire e di passato, di vorrei/ho voluto/vorrò. La notte accoglie le mie dita sporche d'ogni cosa al mondo, i miei piedi resistenti e i gomiti spigolosi. La notte accoglie le mie tette un po' calate. La cicatrice che i cani mi hanno lasciato sulla coscia. I capelli tagliati controvoglia. La bocca troppo piccola. Le sopracciglia troppo basse. La stupida testa grossa e rotonda. La notte accoglie le mie dita corte ingiallite dalla mia morte ideale. Gli occhi truccati male. La mancanza di femminilità in ogni mio gesto. Quel filo di cellulite che inizia a comparire sotto il culo.
La notte non riesce ad inghiottirmi tanto son grossa.
E così la inghiotto io e la sputo su un foglio virtuale che non leggerà un cazzo di nessuno.
Perchè quando scrivi "Beatrice" scrivi "Nessuno".
Ho i brividi...farai carriera, se deciderai di pubblicare cose.
RispondiEliminaMolto bello =)
RispondiEliminaBellissimo, davvero.
RispondiEliminaNon ho parole!
Ti seguo, Olivia.
hai un modo di scrivere stupendo, ogni tuo post mi sorprende sempre di più.. davvero bello, brava!
RispondiEliminaChe non lo leggera' nessuno non è vero, certo che se dal foglio virtuale lo trasferisci su un foglio di carta da inviare ad una casa editrice sarebbe un'altra cosa!!!
RispondiEliminaNon smetterò mai di leggere e sospirare ed ammirare ogni tua parola e vedere nella mia mente tutto ciò che descrivi, e accorgermi ogni volta che le provo anch'io le cose che scrivi ma non so mai come esprimerle... Tu mi fai sempre capire molte cose di me, le racconti al posto mio, me le fai rivevere e riscoprire... per quanto siano dolorose, per quanta vergogna io provi, come te.
RispondiEliminaUn abbraccio,
Victoria
tu... tu hai una capacità di scrivere che non ha dell'umano......
RispondiEliminaè bellissimo il commento che mi hai fatto..sull'interpretazione delle 'foglioline'..non sai quanto ne avevo bisogno..
RispondiEliminagrazie davvero..
baci