"Ciao, vengo a Roma domani", avevo telefonato per avvertire con la paura che mi chiedesse perché volessi andarmene via dalla mia città nel bel mezzo dell'estate. Il terrore di dover dire ad alta voce ed ad una persona-muro quelle parole e con loro una lacrima per ogni lettera che le componeva.
Arrivo e mi accoglie il casino di qualcun altro ed io mi ci adagio, come se fosse il mio.
Ammucchio i vestiti sparsi dappertutto sulla porzione di letto che decido di non occupare. Le due piazze con me non attaccano, mi viene naturale dormire solo da una parte. Ho provato mille volte a spostarmi pochi centimetri in più verso il centro, ma niente. Stare là in mezzo a quel morbido nulla mi fa sentire troppo insicura, troppo sul punto di cadere, troppo tutto e troppo niente. Non si può fare.
Spalanco la finestra e tiro la tenda bianca quasi trasparente e mi spoglio. Maledetta esibizionista.
Tutto il palazzo davanti a me mi guarda con i suoi occhi di vetro. Magari non c'è nessuno che poserà gli occhi sui capezzoli mediocolore e sul culo nè su nè giù.
Magari una signora o un vecchietto o un bambino o una madre o un ragazzo o una ventenne passerà per caso davanti ad una finestra e, guardando giù di sfuggita, vedrà una macchia bianca ferma in una stanza piena di roba dai colori scuri: grigioneri che possono raccontarti la vita di chi li possiede.
"Ti va il caffè?"
Il caffè mi va sempre e lei me ne porta sempre un po' del suo e mi fa sentire incredibilmente amata ogni volta.
Così, con un gesto semplice, una tazza piena di altro nero, io mi sento amata.
Da quando ho messo piede in questa stanza mi sono accampata sul letto, tutt'ora non trovo ragionevole stare da nessun'altra parte.
Da quando ho messo piede in questa stanza ho pianto già ottomila volte.
Sì, piango perché sto soffrendo. Ma piango anche perché qui sento di poter piangere.
Il lampadario Ikea di carta a forma di pallone gigante mi guarda col suo monocolo di luce gialla. Asciuga le mie lacrime.
Quattro pareti bianche.
Il mio corpo nudo e bianco.
Un armadio bianco che copre metà dello spazio vivibile.
Scrivania bianca.
Letto bianco.
Penso che la vera proprietaria della camera sia una persona strana. Indossa solo vestiti neri, lo capisco spostando tutta questa roba lanciata in aria, esplosa da mani che non vogliono riordinare proprio un bel niente. Eppure, quando torna a casa, sono sicura che anche lei si spoglia come faccio io, per annegare in tutto il bianco che lei ha desiderato in questa stanza.
Apro il quaderno, macchia rossa persa in uno spazio ameba agli occhi di un ipotetico e casuale osservatore. Rileggo tutte quelle parole buttate sui fogli dalle mie scritture sempre diverse.
Non ricordo mai in quale stato d'animo scrivo le cose e, se non lo appuntassi in testa alla pagina, non ricorderei nemmeno perché ho scritto questo o quello. Le mie emozioni me le racconta la mia calligrafia. Polivalente pure lei, vecchia mia.
Lei sorride se sorridevo mentre incidevo il foglio, lei piange se piangevo e lei è euforica se io lo ero. Ci sono alcune pagine in cui lei è calma: tento di imitarla spudoratamente mentre mi cimento nello scrivere l'ennesimo delirio.
Il palazzone mi deride spudoratamente, lui lo sa che non riuscirò mai a stendere con calma questo dolore.
Scrivo comunque, non mi interessa.
Entro nella mia trance in cui sono Zeus, la penna il mio fulmine, il quaderno il misero mondo mortale.
Che dolce illusione, dolce illusione che mi permette di continuare per pagine e pagine.
Sbarro la porta della camera dopo aver ricevuto l'ennesima interruzione caffeina da parte dell'altra ospite di questa casa.
Nessuno può permettersi di vedere le mie calligrafie non ufficiali.
Scrivo in ogni posizione, sul letto è difficile.
E sto sdraiata finchè i gomiti non fanno male e in ginocchio finchè le ginocchia non fanno male.
Rileggo piano piano ai muri quello che ho scritto e finalmente mi sdraio a parlare con loro.
Mi ascoltano, mi guardano pallidi e annuiscono se dico qualcosa di giusto e scuotono la testa se inizio a dire le mie solite cazzate.
"Sapete, non sono mai stata ascoltata così da nessuno. Ascoltata in silenzio, da qualcuno privo del bisogno di porgermi domande comode o scomode, privo della necessità di scavare dietro ad una mia frase".
Col senno di poi, quelle pagine si presentano in un modo nevrotico sin dalla data scritta in alto a destra.
Pagine fitte fitte di parole che non lasciano lo spazio nemmeno ad un quadretto.
Eppure, per una volta mi sembra di essermi tolta tutto di dosso. Non ho gli strascichi classici del mio scrivere maniaco. Sarà che ho scritto per degli amici che mi hanno aiutata, accolta e che saranno sempre pronti a farlo.
Questi muri e questo lampadario da quattro soldi.Non esisterà mai una persona che sappia ascoltare meglio di come sappia farlo un muro. Non esisterà mai al mondo qualcuno in grado di aprire le orecchie e leggere tutto ciò che hai da dire dietro le parole che dici senza chiedere spiegazioni.
Quel muro che t'osserva sempre, nel tuo luogo sicuro, è te stessa. Come questi muri rispecchiano la mia immagine ogni giorno, meglio di qualunque specchio che possiedo.
Se mi metto sdraiata a pancia in su sul letto, sul soffitto riesco a vedere il perfetto ritratto che ho di me stessa nella testa, quell'immagine fissa che si ha di se stessi, e sti cazzi se non sono davvero così.
Si fottano tutti gli specchi del mondo. Qua dentro alla mia testa c'è la bellezza spaventosa e abissale di tutto l'universo.
Senza parole. Hai ragione, è raro incontrare qualcuno in grado di ascoltarti in silenzio, senza fare domande, lasciandoti parlare e sfogare tutto ciò che hai dentro senza scavare ogni tua frase con altre domande. I muri invece sono sempre lì, fermi e silenziosi, ma ti conoscono molto più di quanto tu conosca te stessa. La frase "è come parlare ad un muro" spesso è pronunciata con un certo disprezzo, ma forse se tutti imparassimo ad ascoltare come i muri, questo sarebbe un mondo migliore.
RispondiEliminaUn bacio.