Invece mi tocca l'estate più piovosa della mia vita, il fumo nella gola, i ragazzi da nutrire, i cani devono uscire. Io devo tornare.
Mi ricordo che quando ero piccola la cosa più bella dell'estate erano i temporali di fine agosto. Andavamo al mare in bici e ci ricacciavano a casa solamente le prime gocce. Ed eravamo pulcini che scappavano via veloci sotto l'acquazzone, rincorsi da mamme e papà vari, in ritardo perché loro avevano raccattato i palloni, i secchielli, il gommone, i nostri giochi. Le carte da uno. Noi invece pensavamo solo a inseguire l'ebrezza della fuga ed ogni semaforo rosso che ci separava dalla zona pedonale-ciclabile era una punizione di Dio. Ma papà ci urlava dietro "Fermi" e guai a disubbidire.
Che belle estati che erano.
Ora invece gli sgrulloni sono diventati estivi, ovvero che ti scacciano a casa da giugno a settembre. Prima solamente Agosto aveva questo privilegio, che a sua volta dava a noi il nostro: le ginocchia sbucciate ogni volta che cadevamo, che quelle sono le uniche cicatrici che vorrei vedermi infliggere di nuovo.
Ora mi sento vecchia, sepolta sotto anni di caccia alle zanzare, anche se non mi pungono: io le uccido per solidarietà. L'estate non c'è più il mare, la casa in montagna, le follie. Ora d'estate si sta solo fermi, come alberi millenari piantati sul divano. La più grande follia di questa estate è essere tornata a casa, inseguendo l'uomo più bello che abbia mai conosciuto. Re-immergermi nella mia famiglia, nei miei giri vecchi di amicizie, nei battiti di ciglia che mi separano da Settembre: questa sarà la mia fuga. Il mio temporale di agosto me lo donerà Pisa, sconvolgendo di nuovo tutto, obbligandomi a scappare e scappare ridendo come una matta, iniziando a piangere solamente arrivata a casa: quando la svanita adrenalina mi ricorderà che sono scappata dal mare.
E lui è il mio mare, la mia infanzia felice e spericolata, il mio sorriso sbilenco.
Mi sembra di aver iniziato a raccontarmi con più scioltezza, senza nascondere cose e fare intrighi. Cazzo, se sono cresciuta.
Avete presente quando, per la prima volta nella vita, affronti le cose senza la paura di essere rifiutata, emarginata o trattata con sufficienza? Mi sta succedendo ora, mi vedo con occhi più realistici.
Il mio autoritratto su tela non è più quel variegato impressionista di un tempo, ma si avvicina agli affreschi religiosi: dove ogni minimo dettaglio è perfetto e armonioso, mentre l'insieme risulta inquietante e troppo grande da poter sostenere sopra la propria testa quando si percorre la navata principale.
Qualche tempo fa, in una vetrina, ho scorto quella figura familiare ma così diversa che ero io riflessa sul vetro a guardarmi di sfuggita. E mi sono fermata. Di scatto. L'asfalto bagnato sotto i piedi, cappello in testa da generale dell'armata dei fiori. Ero proprio io. E sono rimasta a guardarmi, l'immagine estranea di me non svaniva. Mi guardava anche lei e mi ha sussurrato: "così è come qualcuno potrebbe vederti".
La verità pirandelliana mi ha tagliato la testa. Sono coraggiosa adesso, non ho più paura. Se posso cambiare così tanto ai miei stessi occhi, chissà quali cose strane e belle e brutte vedono gli altri quando mi guardano.
Chissà chi sono per un signore che ho incrociato mentre attraversavo la strada.
Che faccia ho io.
Chissà cosa vedono i suoi occhi meravigliati quando, scansandomi i capelli dalle guance, dice: "quanto sei bella, amore mio".
Poesia.
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