mercoledì 26 agosto 2015

Stappo l'amaro.

Ho il pavimento di cotto ed il suo freddo mi anestetizza i calli sotto i piedi da zingara.
Tre settimane: ho coperto tutta l'Italia.
L'hai coperta anche tu.
La vedo colorata come un mandala dipinto a pennarelli: i colori degli stolti.
Ho coperto tutta l'Italia. L'hai coperta anche tu.
Laggiù ci sei, quassù io.
Siamo così lontane che ti porto sempre in giro con me a guardare l'Arno gonfiarsi e riempire questa mia seconda palude. Il fiume di nessuno e di tutti, chissà quanti sospiri ha annusato: e fiati d'alcool "Oddio amore mio", una mano a sfiorar da fuori le mutande; e fiati d'erba "Oh Madonna", una mano a stringere il collo.
Un bacio così grande.
Mi fermo sul fiume, sempre quelle maledette luci gialle, e per una volta, questa volta, vorrei appoggiarmi sul ponte assieme a te.
Dire: "Guarda, laggiù c'è casa mia", "Guarda quei ragazzi come ridono".
Guardare il nostro riflesso nell'acqua torbida e vedere più  chiaro che mai.
Come specchiarsi in un lago dimenticato da Dio, che non ha nemmeno il nome e vive di pellegrini come me, come noi, che andiamo a bagnarci i piedi nella sabbia fine e ocra soffocando piano piano.
 Il pizzico di una zanzara poi un altro, io stappo l'amaro almeno non mi gratto più.
Oggi mi sono svegliata presto e fatto le mie cose, vivendo ogni secondo nell'attesa di qualcosa, ma non c'era ansia in questa sospensione: era come una certezza che qualcosa dovesse arrivare.
Forse ho vissuto appesa tutta la mia vita.
Arriverà arriverà.
Ma m'è sempre scivolato tutto tra le dita.
"M'ama, non m'ama": io che deturpo una povera margherita.
La mia faccia nera ricoperta dalla tua matita.
Forse sono nata col cappio al collo, in punta di piedi su una sedia e gli occhi stretti mentre cerco aria.
Morir lenti aspettando solo di poter amare.
E aspettavo il calcio sulle gambe di quella sedia o aspettavo qualcuno che mi prendesse in braccio.
Le mani strette sotto al culo:
Sollevami un centimetro, ti prego.

E poi tu mi fai volare.

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