mercoledì 8 luglio 2015

La speranza è sempre l'ultima a morire, dicono.

E' estate. E l'estate, la mia, ha questa particolarità qui: l'estate, ogni estate, arriva qualcosa che mi toglie qualunque voglia di vivere.
Sono ubriaca da due mesi, ininterrottamente: da quando ho visto i primi 40° C; da quando, di nuovo, mi sono presa l'ennesima bastonata in testa. Un altro ragazzo, sempre la stessa storia: mi manca qualche pezzo fondamentale che spinga le persone a legarsi totalmente a me.
Nessuno capisce che sono un essere umano?! Anche io soffro, anche io spero, anche io posso essere felice.

L'ho conosciuto di notte, dopo qualche birra e un po' di rum. L'ho rintracciato, ho iniziato a parlarci. Era carino, educato e scemo almeno quanto me. Bello, ma di quelle bellezze particolari, non era bello e basta come alcuni pupazzetti che mi sono passati per le mani. Era bello in un modo che ti affascina. Il ritmo della sua camminata mi faceva impazzire, sembrava a tratti un po' zoppo e camminava lentissimo. Il primo ragazzo che non si affretta a stare quattro passi davanti a me. Quando camminava mi dava la mano, spesso, e mi abbracciava anche, a volte addirittura risultando un po' fuori luogo. Mi voleva toccare e a me piaceva, anche quando per toccarci stavamo scomodi.
Un giorno è sbucato nell'erba alta del campo dove portavo i miei cani, tutti i giorni. E' semplicemente apparso, mi ha salutata e si è sdraiato affianco a me: "Sei tu quel puntino rosso in mezza all'erba?". Ero io.
Regnava e ha sempre regnato uno stato di pace assoluta, lui parlava con la voce bassa: io non ci sono abituata. Abbiamo sempre dormito abbracciati, nudi, belli cazzo. Cazzo, se eravamo belli messi vicini. Quando non mi andava di cucinare lo faceva lui, in silenzio, ed in cucina si sentiva un po' di tensione. Lo voleva fare bene, si vedeva. E scopavamo con una foga strana, che era violenta e dolce. Carezze e morsi. Baci e schiaffoni. Sempre pieni di lividi e col cuore gonfio ne uscivamo.
Mi fidavo.
Sono così dispiaciuta che sia andata come ogni volta. Non so, era tanto che non ci credevo così tanto. Non ci voleva. Cazzo se non ci voleva.

La mia estate ha questa particolarità qui: soffro d'estate, soffro un male di vivere e di essere che farebbe invidia a Pessoa. Sono ubriaca da due mesi, ininterrottamente: non mangio, non esco. Sudo e soffro: estate di merda. Quando esco esagero sempre e finisco con lo scopare con qualcuno a caso, mi infilo in situazioni strane: perchè tutti questi scemi che scopo e basta si innamorano e quelli di cui mi innamoro mi scopano e basta?!
Soffro, scopo e sudo.
La mia estate ha questa particolarità qui: mi sento un animale da circo e non faccio mai nulla per smentire questa sensazione.

E quindi, forse, sono davvero solo un animale.
Sono un cagnaccio randagio. Io.

sabato 6 giugno 2015

Gramigna.

Altro giro, altra corsa, si dice. Io piuttosto dire altro giro, stessa corsa. Nella mia vita si ripetono eventi tutti uguali, come le stagioni dell'anno: gli alberi buttano via le foglie, arriva il freddo e i rami sono duri, poi escono di nuovo le foglie, poi i fiori, poi i frutti. Ma io sento come di essere ferma a vivere solamente queste mezze stagioni che non ci sono più, si dice. Sento sempre i miei rami spogli e nudi, poi arriva qualcuno che li fa fiorire. Io do il meglio di me, ogni volta. E ogni volta torna l'inverno, me lo ributtano sui rami, ed io non lo voglio esattamente come non vorrei una maglia troppo stretta.
Mi sento stuprata, nell'anima. E l'unica cosa che so è che, per una volta, mi piacerebbe far assaggiare a qualcuno i miei frutti.
È che non c'è mai abbastanza sole che li faccia maturare. È che, probabilmente, sono una pianta infestante che puntualmente viene strappata da vasi.
E nessuno mi dà la possibilità di fiorire e far vedere al mondo quanto sono bella.

È che non interessa mai a nessuno.
Ma ormai mi sta bene così.

Che squallore questa vita da gramigna a cui mi sono arresa. Eppur mi sono arresa.

martedì 19 maggio 2015

Esattamente come due bambini, noi siamo adulti.

Caro Matteo,
iniziavano così le letterine d'amore che tu dici di non aver mai ricevuto. Allora stasera voglio scrivertela io, una lettera d'amore, e voglio scriverla come scrivevo alle elementari: un linguaggio semplice e sbrigativo, tutto scopo e niente preliminari.
Mi piaci, Matteo. La prima volta che ti ho guardato negli occhi non mi sono neanche ricordata di ricordarmi di che colore erano. Mi hai chiesto se avevo il cane giusto per te, io ho risposto. Così, in mezzo alla strada, come due macchine arenate in una piazzola di sosta: non riuscivamo più ad andarcene via. Non mi è mai servito sapere il colore dei tuoi occhi, su cui naturalmente sono passata oltre, piuttosto mi è stato utile sapere come ti chiamavi. Non mi sei sfuggito via da questa memoria a brandelli che ho, ti ci sei impresso dentro a fuoco: un marchio di fabbrica tutto nuovo, che se fosse un tatuaggio sarebbe tutto nero e sfumature, con le linee spesse, che sta sempre là a ricordarti che ti sei fatto male. Non ho saputo evitarti, tra una parola e l'altra sempre tu a bucarmi i pensieri, gli impegni, le mie giornate. Eri sempre là, tra un salto e l'altro.
Non sono mai stata capace di non pensarti, anche solo per un momento: per trovare un attimo tutto per me. Portavo i cani e, plin, mi sta scrivendo. Ero a casa a lavare i piatti e, plin, di nuovo lui.
Sento come di essermi accanita su di te, ma in un modo dolce: tipo che volevo sapere come mai un ragazzo con la barba mi scrivesse e volesse sapere come sono, ero e sarò.
Quindi, eccomi qua a scriverti sta lettera, senza nemmeno sapere cosa dire, perchè chi sei tu vive in un sospiro, in una carezza, in una strizzata di naso. Sei semplicemente altro.
Sei tutt'altro.
Dici di essere un ragazzo normale, ma non lo sei, sei solo travestito da normale. Perchè quelli come te quelle come me le guardano in cerca di sveltine. Perchè quelli come te boccheggiano dopo ogni singola frase, boccheggiano dopo il sesso, boccheggiano come pesci tirati via dall'acqua.
Dentro di te io vedo delle cose che forse tu stesso stenteresti a riconoscere.
Voglio fermarmi un attimo, un anno, una vita a macerare il mio cuore marcio in quello che sai darmi tu, chè non è solo amore: è certezza, è àncora, è un “come stai”.
E ci hai messo un secondo e mezzo a diventare tutto.
E ci metteresti meno di mezzo secondo a strapparmi via tutto, da dentro, dal profondo.
Voglio scriverti una letterina d'amore perchè ho tutte queste cose, indescrivibili, da dirti.
Voglio scriverti una letterina d'amore perchè mi fai sentire bambina e donna, tutto insieme.
Vglio scriverti una letterina d'amore per iniziare a trovare le parole giuste. Perchè ti sussurrerò sempre le poesie alle orecchie. Perchè ti voglio far battere il cuore che mi hai rubato per mettertelo nel petto.
Matteo, voglio scriverti una lettera d'amore così quando inizi a lavorare, che ti fai la colazione, almeno intanto hai qualcosa da fare. Allora leggi queste due parole messe in fila, leggi me
Voglio scriverti una lettera d'amore per chiederti se puoi donarmi tutte queste cose per sempre. O almeno fino a che non ti accorgi che non sono mai niente. O almeno fino a che non capisci che sei sempre troppo, per una come me. O anche fino a che non capirai che sì, io so di pane, ma ci sono mille altre che sanno di grano.
Nel frattempo, stai con me? Sì o no?
Così, tanto perchè io ti amo.
Tanto perchè non esisterei mai fuori dalla tua mano.

mercoledì 4 marzo 2015

2014

Bei tempi... Te li ricordi? Cazzo se faceva caldo, estate inoltrata, la prima estate libere, sempre coi capelli bagnati, e stavamo sempre nude e quando pioveva lasciavamo che la pioggia lavasse i nostri panni per la seconda volta. C'erano animali strani che giravano per casa e accudivamo anche quelli degli altri e i nostri erano felici. Andavamo in bicicletta ed io cantavo "Loveboat" di Bugo, e tu dietro sulla tua Graziella ridevi e un po' ti imbarazzavi, lo so perché anche io mi imbarazzavo un po' di me stessa. Ma alla fine "sticazzi", ero felice: sentivo sotto i piedi pizzicarmi la cima del mondo, quello sperone di roccia appuntita dal quale ci tuffavamo gridando di paura, non eravamo innocenti per niente. Che bei tempi, davvero. In casa c'erano sempre persone, perché noi eravamo coraggiose e sfidavamo il mondo e volevamo girarlo tutto: quanti volti escono dal vapore di quella estate, tantissimi nomi, tantissime storie.
Cosa si può scrivere di quest'ultimo anno senza di te.
Chissà dove ti ho perduta? In quale preciso istante ho capito che non ci saremmo più scambiate i vestiti, non ci saremmo pettinate più a vicenda. Niente in comune, ci conoscevamo una volta: lo dico alle persone che ancora mi chiedono di te. I nostri nomi sempre in coppia, anche se non è più così. A volte vorrei tornare indietro e, col senno di poi, cambiare tutte le serate in cui non siamo uscite, in cui non c'è stata avventura emozioni grida birra. Il mio rhum, che sapeva alla lontana di cioccolato fondente e aveva il tappo di sughero che strideva, che bello, quando lo svitavi via dalla bottiglia, perché non ne avevamo di forza per tirarlo come le persone normali fanno. Pigre, fino a sera, e col fresco si ballava e abbiamo rincorso tutti i tipi di musicisti pur di cantargli dietro anche se con alcuni mi arrabbiavo parecchio, alla fine dentro canticchiavo anche io. Perché se lo facevi tu era figo.
Ti ricordi quei due che ci hanno fatto quella specie di serenata jazz, solo voce e basso?
Cosa si può scrivere di questo ultimo anno senza di te.
Ti ho vista crescere, diventare forte e tirare fuori la faccia tosta di dire a chiunque "io sono così". Mi piace pensare che ci sia anche il mio zampino in questa trasformazione, anche se a te non fa piacere questo mio pensiero e una volta abbiamo litigato e quella volta peró non ho pianto. Ci sono solo rimasta male, tranquilla. Poi ho capito, che non avevi mai avuto bisogno di me, ero solo io ad averne di te. È la verità.
Ti vedo adesso come ridi, ridi più spesso. E magari ci sono meno drammi, meno casini, meno incontri. E ci sono anche io di meno. Ma ridi più spesso. Allora tutte quelle cose sono state divertenti e ne parleremo quando ci ricorderemo degli anni dell'università, quando non ci saremmo più viste per anni. Non ora. Ora la nostalgia non è concessa, anche se è evidente che ne soffriamo tutte e due. Forse ne soffro solo io. Va a capire.
Bei tempi, te li ricordi?!
E quindi, cosa scrivere di questo ultimo anno senza di te?
Ho vissuto, sono cresciuta anche io, ho trovato le mie ancore. E qua sono arrivata.
Però se ci arrivavo insieme a te, come in un'eterna estate 2013, era meglio.

lunedì 3 novembre 2014

L'inutilità.

Ormai scrivo solamente  quando bevo. Il problema è che non bevo più.
Sapete, tutte quelle cose che si fanno per il proprio bene, che ti dici da domani basta, da domani mai più, da domani.
Per una volta questo domani non l'ho rimandato, ho smesso di bere.
Ho smesso di scrivere.
Il benessere che ricavo dal non bere più lo ri-guadagno perchè non scrivo più.
E mi sento inetta a scrivere.
Cazzo, l'ho fatto per anni, cazzo, e ora non so più farlo.Fino a poco tempo fa ero in grado, me lo ricordo. Aprivo una pagina bianca e la riempivo: tutte le mie belle parole, nere su bianco, che sembravano tutte poesie.
Riapro il blog, lo rileggo tutto e mi chiedo dove cazzo sono finita. Mi chiedo se questa mancanza di parole adeguate sia un buon segno od un cattivo segno. Io so che mi manca. Mi manca avere la mia frase ad effetto alla quale attaccare un nuovo delirio, che sarà pure un foglio ripieno di follia ma suona sempre bene.
E lo leggo e lo leggo e lo rileggo e lo analizzo di nuovo, a mente fredda.
E scopro nuovi meandri in cui si rifugia la mia anima.
Non so cosa abbia rubato la mia scrittura, se è stato il pc o semplicemente il degrado lento della mia vita.
Dalla padella alla brace.

Tante volte mi guardo indietro e penso di non aver fatto nulla, come essere neonata.

lunedì 11 agosto 2014

Religione.

Io ho il battesimo, la confessione, la comunione, la cresima e sono salva agli occhi del Signore.
E camminerò sui suoi prati d'erba, tra alberi d'ebano, e mi scotterò nel sole di crema che illumina i paradisi di tutte le religioni.

E giocherò a scacchi con tutti gli dei del mondo
E mi hanno detto che Zeus è un iracondo
Con la risata profonda delle onde
E le mani dure da agricoltore
Con le quali dà carezze alle suore
Anche se non sono le sue signore.
E mi hanno detto che Apollo sa amare come ama un gatto
E fuma sigari d'Andorra, tra un arrocco e un altro.

Io ho tutto quello che chiunque desidera: una famiglia onesta e benestante, un futuro sicuro, amici affidabili e presenti. Eppure ho comunque il cuore a pezzi, che qualcuno si è divertito a metterlo in una scatola grande, lui e le mie mutande, perché i bambini potessero divertirsi.
Un passatempo gradevole, puzzle difficile che potrebbe partire dalla base di un Monet per poi fondersi in Picasso, glicine, lo svenimento di un ragazzo alto come un pinnacolo, i fanoni di una balena.

E continuo a scrivere anche se non so più farlo, che con tutte le mie lacrime zitte ci ho caricato una Bic. La mia penna a sfera, con i segni dei denti sul tappo.

Ma non voglio raccontarti questa storia oggi. Io voglio parlarti del mio legame con le divinità, che ci credo e non ci credo, che le temo e amo, che non esistono ma vengono la sera a rimboccarmi le coperte. E fischiare con la civetta che dorme sui miei cipressi, che sta ferma lì ad accompagnare Minerva, ma la notte strilla mentre caccia e mi spaventa i cani. E le grida dei gabbiani sulle discariche che gentili li ospitano e il loro urlare sa di sporco nella bocca di un animale che era il re del mare. Le rondini in quell'armoniosa picchiata che le accompagna sul pelo dell'acqua della mia piscina. E al tramonto puoi fare il morto a galla e vederle planare e bere. Prima una, poi due, poi cento e tu ti senti un dio dei turbini di piume.

E quando mi sdraierò sotto quei rami dorati, su nel paradiso, dopo l'estrema coatta unzione che mi darà un prete grasso, con la sua giovialità che sa di lumache dopo la pioggia, io sarò Dio in mezzo agli altri dèi e lo sarò per grazia del Signore.
Perché il mio peccato è il vergognarmi di me stessa e, quando me ne pentirò, dalla vergogna verrò lavata.
Questo mi eleverà a divinità.

Sgrassatore universale del Signore, che è una spugna che fa invidia a qualunque casalinga.

martedì 29 luglio 2014

"...that I have heard about."

E me ne tornerò a casa, piena di nostalgia, in una processione di cani e valigie e zaini e le mie scarpe nuove: col tacco, che non le metterò mai. Tornerò, ripensando a Pisa, a casa mia: la mia città che è una palude ricolma di sanguisughe col rossetto e zanzare col ciuffo. Sanguisughe senza tette e zanzare col pisello piccolo, tutti atrofizzati dalla droga dei più belli. Cocaina cocaina, quanto mi sei sempre sembrata una droga inutile: la vita è già un casino, perché dovrei assumere qualcosa che mi fa correre ancora più di quanto già non faccia. Datemi la ketamina, grazie. Voglio ballare con le onde e sentirmi come loro, fluttuante creatura senza scopo nè radici. 
Invece mi tocca l'estate più piovosa della mia vita, il fumo nella gola, i ragazzi da nutrire, i cani devono uscire. Io devo tornare. 
Mi ricordo che quando ero piccola la cosa più bella dell'estate erano i temporali di fine agosto. Andavamo al mare in bici e ci ricacciavano a casa solamente le prime gocce. Ed eravamo pulcini che scappavano via veloci sotto l'acquazzone, rincorsi da mamme e papà vari, in ritardo perché loro avevano raccattato i palloni, i secchielli, il gommone, i nostri giochi. Le carte da uno. Noi invece pensavamo solo a inseguire l'ebrezza della fuga ed ogni semaforo rosso che ci separava dalla zona pedonale-ciclabile era una punizione di Dio. Ma papà ci urlava dietro "Fermi" e guai a disubbidire. 
Che belle estati che erano. 
Ora invece gli sgrulloni sono diventati estivi, ovvero che ti scacciano a casa da giugno a settembre. Prima solamente Agosto aveva questo privilegio, che a sua volta dava a noi il nostro: le ginocchia sbucciate ogni volta che cadevamo, che quelle sono le uniche cicatrici che vorrei vedermi infliggere di nuovo.
Ora mi sento vecchia, sepolta sotto anni di caccia alle zanzare, anche se non mi pungono: io le uccido per solidarietà. L'estate non c'è più il mare, la casa in montagna, le follie. Ora d'estate si sta solo fermi, come alberi millenari piantati sul divano. La più grande follia di questa estate è essere tornata a casa, inseguendo l'uomo più bello che abbia mai conosciuto. Re-immergermi nella mia famiglia, nei miei giri vecchi di amicizie, nei battiti di ciglia che mi separano da Settembre: questa sarà la mia fuga. Il mio temporale di agosto me lo donerà Pisa, sconvolgendo di nuovo tutto, obbligandomi a scappare e scappare ridendo come una matta, iniziando a piangere solamente arrivata a casa: quando la svanita adrenalina mi ricorderà che sono scappata dal mare.
E lui è il mio mare, la mia infanzia felice e spericolata, il mio sorriso sbilenco. 
Mi sembra di aver iniziato a raccontarmi con più scioltezza, senza nascondere cose e fare intrighi. Cazzo, se sono cresciuta.
Avete presente quando, per la prima volta nella vita, affronti le cose senza la paura di essere rifiutata, emarginata o trattata con sufficienza? Mi sta succedendo ora, mi vedo con occhi più realistici. 
Il mio autoritratto su tela non è più quel variegato impressionista di un tempo, ma si avvicina agli affreschi religiosi: dove ogni minimo dettaglio è perfetto e armonioso, mentre l'insieme risulta inquietante e troppo grande da poter sostenere sopra la propria testa quando si percorre la navata principale. 

Qualche tempo fa, in una vetrina, ho scorto quella figura familiare ma così diversa che ero io riflessa sul vetro a guardarmi di sfuggita. E mi sono fermata. Di scatto. L'asfalto bagnato sotto i piedi, cappello in testa da generale dell'armata dei fiori. Ero proprio io. E sono rimasta a guardarmi, l'immagine estranea di me non svaniva. Mi guardava anche lei e mi ha sussurrato: "così è come qualcuno potrebbe vederti". 
La verità pirandelliana mi ha tagliato la testa. Sono coraggiosa adesso, non ho più paura. Se posso cambiare così tanto ai miei stessi occhi, chissà quali cose strane e belle e brutte vedono gli altri quando mi guardano. 
Chissà chi sono per un signore che ho incrociato mentre attraversavo la strada. 
Che faccia ho io.
Chissà cosa vedono i suoi occhi meravigliati quando, scansandomi i capelli dalle guance, dice: "quanto sei bella, amore mio".