Beatrice, non aver paura.
Battezzata sotto un nome di cui mi vergogno: Maria. Prima Maria, solamente poi Beatrice.
Come si può vivere bene nascendo nella vergogna? Io mi sono vergognata davanti a Dio, mentre mi veniva bagnata la testa con l'acqua Santa e mi facevo la pipì addosso.
Beatrice, esponiti.
Sabbia incandescente. Quattordici del pomeriggio intasate, oberate. Ascelle, tette, cosce sudate. Onde calme accolgono questo corpo che si ostina a non cambiare. Lo smalto rovinato sulle unghie dei miei piedi affoga nella sabbia del bagno asciuga, mi vergogno di quelle crepe negligenti.
Ogni volta che infilo la testa sott'acqua mi sembra di compiere un nuovo Battesimo. Ogni volta.
Mi vergogno e al mare ci vado. Alzo la testa, il sole mi scotta la frangia e mi dice che tanto a lui di me non importa. Ed è di questo che a me importa. Cinquantasette chili abbondanti, parte della natura: perfetti proprio per questo. Una semplicità che non accetto e che accetto.
Beatrice, sfogati.
Pompa manuale bianca di plastica. Sta maledetta ruota che non vuole saperne di gonfiarsi. Mi basta alzare il telefono: papà è ancora qui per me. Prende, ribalta, sbatacchia la bici. La bici torna viva. Viva e pronta a regalarmi l'aria calda delle sette di sera sulla pista ciclabile. Un'amica che mi chiama per un giro in pattini. I libri che restano chiusi. Sesso soddisfacente dopo mesi. E una litigata furiosa che mi fa sentire Dio.
E una nuova canzone da scrivere. L'ennesimo esperimento per la mia BIC.
Beatrice, vestiti.
Bisogna uscire di nuovo. Bisogna di nuovo mangiare fuori. Friggiamo i pesci e le piante e la frutta. Tutto ciò che non viene fritto è inevitabilmente annegato, cosparso, imbevuto in extra vergine d'oliva uscito direttamente dai frantoi di Dio. Di birra non ce n'è mai abbastanza e si mangia e si beve. Il vinsanto lo vuoi? Che domande mi fai. Di vinsanto non ce n'è mai abbastanza.
E prima di tutto questo.
Sventrare la valigia senza ritegno cercando qualcosa che si abbini ad un azzardato smalto arancione. Ad una collana mai messa. Alle scarpe nuove. Tacchi o ciabatte? Gonna o pantaloni? O pantaloncini? Reggiseno normale o a fascia o body o corpetto? Ma che ne so.
Vestito marrone reinventato che tira fuori tutti i tatuaggi, tranne il più prezioso: le poche cose interessanti di me. Rossetto arancione, tanto un pagliaccio già mi ci sento.
Ma poi scendo sotto casa. Lui mi guarda e mi dice: "Se ti presenti vestita così allora dobbiamo prima scopare".
Scopare è l'unica cosa che mi può rincuorare.
Beatrice, sfidati.
Un ragazzo mi guarda e penso mi trovi ridicola. Eppure io lo guardo ancora e faccio l'indifferente stronza ammaliante puttana con cocktail in mano e quelle tette che tanto mi bastano per scopare con chi cazzo mi pare. Una ragazza mi guarda storto ed io penso che mi trovi ridicola. Eppure le passo davanti e alzo il mento e mentre me ne vado mi giro; lei abbassa la testa e io sono la solita tossica trasformata in tizia in gonnella che tanto lo sanno tutti che è una puttana, ma la mia testa è alta e lei ha la coda tra le gambe: lo sa che potrei sbranarla con mezza parola e denti affilati in anni di lotte.
Un nuovo alcolico, troppo dolce ed io lo bevo lo stesso. E abbracciare il barista al suo compleanno. Il solito pazzo che mi urla in faccia per strada e la polizia che non arriva mai ed io penso che prima o poi mi ucciderà: lo guardo un secondo e si dilegua.
Bar della bella gente, unico aperto ed io ho bisogno di cartine. Due tre quattro tutte le persone mi guardano. Non muovo lo sguardo dalla vetrata della porta. Non ho paura. Beatrice, tu non hai paura. Stupido mantra che mi porta dentro a calpestare il marmo con le mie ciabatte di plastica dura e la mia puzza di cloro e sudore e cani dopo una giornata in campagna.
"Rizla argento corte".
E sangue.
Grazie.
Beatrice, ammazzati.
Sogno o son desta? Ogni cartone animato, telefilm, film. Ogni ragazzo, ragazza, trans. Ogni fidanzato, fidanzata, migliore amico o amica. Ogni cazzo, ogni fica, ogni tetta. Ogni fottuto pelo, capello, pelle strappati. Ogni buco inflittomi o inflitto ad altri.
Ogni parola, canzone, sogno o son desta.
La notte accoglie il mio cervello macero d'avvenire e di passato, di vorrei/ho voluto/vorrò. La notte accoglie le mie dita sporche d'ogni cosa al mondo, i miei piedi resistenti e i gomiti spigolosi. La notte accoglie le mie tette un po' calate. La cicatrice che i cani mi hanno lasciato sulla coscia. I capelli tagliati controvoglia. La bocca troppo piccola. Le sopracciglia troppo basse. La stupida testa grossa e rotonda. La notte accoglie le mie dita corte ingiallite dalla mia morte ideale. Gli occhi truccati male. La mancanza di femminilità in ogni mio gesto. Quel filo di cellulite che inizia a comparire sotto il culo.
La notte non riesce ad inghiottirmi tanto son grossa.
E così la inghiotto io e la sputo su un foglio virtuale che non leggerà un cazzo di nessuno.
Perchè quando scrivi "Beatrice" scrivi "Nessuno".
lunedì 25 giugno 2012
giovedì 14 giugno 2012
La colpa è sempre mia: facile!
Stamattina esco con il cane, verso le 9. Mi ferma per strada il benzinaio e mi chiede se ho visto che la mia macchina è stata rimossa. Gli chiedo che macchina era e dove stava parcheggiata. "Audi A2, davanti al negozio di giocattoli", la macchina del mio ragazzo. Perfetto.
Nel momento stesso in cui il benzinaio me l'ha detto avevo già iniziato a sentire le urla che mi sarei dovuta sorbire.
Rientro a casa e aspetto che si svegli GM; ci manca solo che lo faccio alzare per dargli questa notizia...
Si sveglia da solo, fa colazione e glielo dico.
Ed ecco le urla.
Perché io nella vita non faccio un cazzo e avrei dovuto prestarci attenzione io; perché dato che me l'ha prestata due volte dovevo farci attenzione io; perché non me ne frega un cazzo che i soldi ora li spende lui. E quante altre cazzate ha sputato da quella stupidissima testa di cazzo che ha.
Allora io gli vorrei dire che non ha mai fatto la spesa da quando sta qua, che ho appena cacciato 70€ per la SUA parte di bolletta, che non paga l'affitto, che ho appena cacciato 400€ per aiutarlo a comprarsi quel maledetto campionatore che tanto desiderava.
VORREI DIRGLI CHE LA MALEDETTA MACCHINA È SUA E SONO CAZZI SUOI.
CHE OGNI GIORNO CHE USCIVA DI CASA POTEVA LEGGERE GLI AVVISI CHE AVEVANO AFFISSO DAPPERTUTTO.
CHE NON È COLPA MIA.
Invece sto zitta, ancora.
Perché non voglio farlo arrabbiare di più.
Perché di una cosa la colpa è mia: sono una sottomessa del cazzo con lui.
Che vergogna. E che rabbia.
Nel momento stesso in cui il benzinaio me l'ha detto avevo già iniziato a sentire le urla che mi sarei dovuta sorbire.
Rientro a casa e aspetto che si svegli GM; ci manca solo che lo faccio alzare per dargli questa notizia...
Si sveglia da solo, fa colazione e glielo dico.
Ed ecco le urla.
Perché io nella vita non faccio un cazzo e avrei dovuto prestarci attenzione io; perché dato che me l'ha prestata due volte dovevo farci attenzione io; perché non me ne frega un cazzo che i soldi ora li spende lui. E quante altre cazzate ha sputato da quella stupidissima testa di cazzo che ha.
Allora io gli vorrei dire che non ha mai fatto la spesa da quando sta qua, che ho appena cacciato 70€ per la SUA parte di bolletta, che non paga l'affitto, che ho appena cacciato 400€ per aiutarlo a comprarsi quel maledetto campionatore che tanto desiderava.
VORREI DIRGLI CHE LA MALEDETTA MACCHINA È SUA E SONO CAZZI SUOI.
CHE OGNI GIORNO CHE USCIVA DI CASA POTEVA LEGGERE GLI AVVISI CHE AVEVANO AFFISSO DAPPERTUTTO.
CHE NON È COLPA MIA.
Invece sto zitta, ancora.
Perché non voglio farlo arrabbiare di più.
Perché di una cosa la colpa è mia: sono una sottomessa del cazzo con lui.
Che vergogna. E che rabbia.
lunedì 11 giugno 2012
This must be the place.
Ogni volta che qualcuno usa l'espressione "è come parlare ad un muro" per indicare una persona che non riesce ad ascoltare, blindata in se stessa e nelle sue idee, a me riviene in mente questa stanza:
"Ciao, vengo a Roma domani", avevo telefonato per avvertire con la paura che mi chiedesse perché volessi andarmene via dalla mia città nel bel mezzo dell'estate. Il terrore di dover dire ad alta voce ed ad una persona-muro quelle parole e con loro una lacrima per ogni lettera che le componeva.
Arrivo e mi accoglie il casino di qualcun altro ed io mi ci adagio, come se fosse il mio.
Ammucchio i vestiti sparsi dappertutto sulla porzione di letto che decido di non occupare. Le due piazze con me non attaccano, mi viene naturale dormire solo da una parte. Ho provato mille volte a spostarmi pochi centimetri in più verso il centro, ma niente. Stare là in mezzo a quel morbido nulla mi fa sentire troppo insicura, troppo sul punto di cadere, troppo tutto e troppo niente. Non si può fare.
Spalanco la finestra e tiro la tenda bianca quasi trasparente e mi spoglio. Maledetta esibizionista.
Tutto il palazzo davanti a me mi guarda con i suoi occhi di vetro. Magari non c'è nessuno che poserà gli occhi sui capezzoli mediocolore e sul culo nè su nè giù.
Magari una signora o un vecchietto o un bambino o una madre o un ragazzo o una ventenne passerà per caso davanti ad una finestra e, guardando giù di sfuggita, vedrà una macchia bianca ferma in una stanza piena di roba dai colori scuri: grigioneri che possono raccontarti la vita di chi li possiede.
"Ti va il caffè?"
Il caffè mi va sempre e lei me ne porta sempre un po' del suo e mi fa sentire incredibilmente amata ogni volta.
Così, con un gesto semplice, una tazza piena di altro nero, io mi sento amata.
Da quando ho messo piede in questa stanza mi sono accampata sul letto, tutt'ora non trovo ragionevole stare da nessun'altra parte.
Da quando ho messo piede in questa stanza ho pianto già ottomila volte.
Sì, piango perché sto soffrendo. Ma piango anche perché qui sento di poter piangere.
Il lampadario Ikea di carta a forma di pallone gigante mi guarda col suo monocolo di luce gialla. Asciuga le mie lacrime.
Quattro pareti bianche.
Il mio corpo nudo e bianco.
Un armadio bianco che copre metà dello spazio vivibile.
Scrivania bianca.
Letto bianco.
Penso che la vera proprietaria della camera sia una persona strana. Indossa solo vestiti neri, lo capisco spostando tutta questa roba lanciata in aria, esplosa da mani che non vogliono riordinare proprio un bel niente. Eppure, quando torna a casa, sono sicura che anche lei si spoglia come faccio io, per annegare in tutto il bianco che lei ha desiderato in questa stanza.
Apro il quaderno, macchia rossa persa in uno spazio ameba agli occhi di un ipotetico e casuale osservatore. Rileggo tutte quelle parole buttate sui fogli dalle mie scritture sempre diverse.
Non ricordo mai in quale stato d'animo scrivo le cose e, se non lo appuntassi in testa alla pagina, non ricorderei nemmeno perché ho scritto questo o quello. Le mie emozioni me le racconta la mia calligrafia. Polivalente pure lei, vecchia mia.
Lei sorride se sorridevo mentre incidevo il foglio, lei piange se piangevo e lei è euforica se io lo ero. Ci sono alcune pagine in cui lei è calma: tento di imitarla spudoratamente mentre mi cimento nello scrivere l'ennesimo delirio.
Il palazzone mi deride spudoratamente, lui lo sa che non riuscirò mai a stendere con calma questo dolore.
Scrivo comunque, non mi interessa.
Entro nella mia trance in cui sono Zeus, la penna il mio fulmine, il quaderno il misero mondo mortale.
Che dolce illusione, dolce illusione che mi permette di continuare per pagine e pagine.
Sbarro la porta della camera dopo aver ricevuto l'ennesima interruzione caffeina da parte dell'altra ospite di questa casa.
Nessuno può permettersi di vedere le mie calligrafie non ufficiali.
Scrivo in ogni posizione, sul letto è difficile.
E sto sdraiata finchè i gomiti non fanno male e in ginocchio finchè le ginocchia non fanno male.
Rileggo piano piano ai muri quello che ho scritto e finalmente mi sdraio a parlare con loro.
Mi ascoltano, mi guardano pallidi e annuiscono se dico qualcosa di giusto e scuotono la testa se inizio a dire le mie solite cazzate.
"Sapete, non sono mai stata ascoltata così da nessuno. Ascoltata in silenzio, da qualcuno privo del bisogno di porgermi domande comode o scomode, privo della necessità di scavare dietro ad una mia frase".
Col senno di poi, quelle pagine si presentano in un modo nevrotico sin dalla data scritta in alto a destra.
Pagine fitte fitte di parole che non lasciano lo spazio nemmeno ad un quadretto.
Eppure, per una volta mi sembra di essermi tolta tutto di dosso. Non ho gli strascichi classici del mio scrivere maniaco. Sarà che ho scritto per degli amici che mi hanno aiutata, accolta e che saranno sempre pronti a farlo.
Questi muri e questo lampadario da quattro soldi.
Non esisterà mai una persona che sappia ascoltare meglio di come sappia farlo un muro. Non esisterà mai al mondo qualcuno in grado di aprire le orecchie e leggere tutto ciò che hai da dire dietro le parole che dici senza chiedere spiegazioni.
Quel muro che t'osserva sempre, nel tuo luogo sicuro, è te stessa. Come questi muri rispecchiano la mia immagine ogni giorno, meglio di qualunque specchio che possiedo.
Se mi metto sdraiata a pancia in su sul letto, sul soffitto riesco a vedere il perfetto ritratto che ho di me stessa nella testa, quell'immagine fissa che si ha di se stessi, e sti cazzi se non sono davvero così.
Si fottano tutti gli specchi del mondo. Qua dentro alla mia testa c'è la bellezza spaventosa e abissale di tutto l'universo.
"Ciao, vengo a Roma domani", avevo telefonato per avvertire con la paura che mi chiedesse perché volessi andarmene via dalla mia città nel bel mezzo dell'estate. Il terrore di dover dire ad alta voce ed ad una persona-muro quelle parole e con loro una lacrima per ogni lettera che le componeva.
Arrivo e mi accoglie il casino di qualcun altro ed io mi ci adagio, come se fosse il mio.
Ammucchio i vestiti sparsi dappertutto sulla porzione di letto che decido di non occupare. Le due piazze con me non attaccano, mi viene naturale dormire solo da una parte. Ho provato mille volte a spostarmi pochi centimetri in più verso il centro, ma niente. Stare là in mezzo a quel morbido nulla mi fa sentire troppo insicura, troppo sul punto di cadere, troppo tutto e troppo niente. Non si può fare.
Spalanco la finestra e tiro la tenda bianca quasi trasparente e mi spoglio. Maledetta esibizionista.
Tutto il palazzo davanti a me mi guarda con i suoi occhi di vetro. Magari non c'è nessuno che poserà gli occhi sui capezzoli mediocolore e sul culo nè su nè giù.
Magari una signora o un vecchietto o un bambino o una madre o un ragazzo o una ventenne passerà per caso davanti ad una finestra e, guardando giù di sfuggita, vedrà una macchia bianca ferma in una stanza piena di roba dai colori scuri: grigioneri che possono raccontarti la vita di chi li possiede.
"Ti va il caffè?"
Il caffè mi va sempre e lei me ne porta sempre un po' del suo e mi fa sentire incredibilmente amata ogni volta.
Così, con un gesto semplice, una tazza piena di altro nero, io mi sento amata.
Da quando ho messo piede in questa stanza mi sono accampata sul letto, tutt'ora non trovo ragionevole stare da nessun'altra parte.
Da quando ho messo piede in questa stanza ho pianto già ottomila volte.
Sì, piango perché sto soffrendo. Ma piango anche perché qui sento di poter piangere.
Il lampadario Ikea di carta a forma di pallone gigante mi guarda col suo monocolo di luce gialla. Asciuga le mie lacrime.
Quattro pareti bianche.
Il mio corpo nudo e bianco.
Un armadio bianco che copre metà dello spazio vivibile.
Scrivania bianca.
Letto bianco.
Penso che la vera proprietaria della camera sia una persona strana. Indossa solo vestiti neri, lo capisco spostando tutta questa roba lanciata in aria, esplosa da mani che non vogliono riordinare proprio un bel niente. Eppure, quando torna a casa, sono sicura che anche lei si spoglia come faccio io, per annegare in tutto il bianco che lei ha desiderato in questa stanza.
Apro il quaderno, macchia rossa persa in uno spazio ameba agli occhi di un ipotetico e casuale osservatore. Rileggo tutte quelle parole buttate sui fogli dalle mie scritture sempre diverse.
Non ricordo mai in quale stato d'animo scrivo le cose e, se non lo appuntassi in testa alla pagina, non ricorderei nemmeno perché ho scritto questo o quello. Le mie emozioni me le racconta la mia calligrafia. Polivalente pure lei, vecchia mia.
Lei sorride se sorridevo mentre incidevo il foglio, lei piange se piangevo e lei è euforica se io lo ero. Ci sono alcune pagine in cui lei è calma: tento di imitarla spudoratamente mentre mi cimento nello scrivere l'ennesimo delirio.
Il palazzone mi deride spudoratamente, lui lo sa che non riuscirò mai a stendere con calma questo dolore.
Scrivo comunque, non mi interessa.
Entro nella mia trance in cui sono Zeus, la penna il mio fulmine, il quaderno il misero mondo mortale.
Che dolce illusione, dolce illusione che mi permette di continuare per pagine e pagine.
Sbarro la porta della camera dopo aver ricevuto l'ennesima interruzione caffeina da parte dell'altra ospite di questa casa.
Nessuno può permettersi di vedere le mie calligrafie non ufficiali.
Scrivo in ogni posizione, sul letto è difficile.
E sto sdraiata finchè i gomiti non fanno male e in ginocchio finchè le ginocchia non fanno male.
Rileggo piano piano ai muri quello che ho scritto e finalmente mi sdraio a parlare con loro.
Mi ascoltano, mi guardano pallidi e annuiscono se dico qualcosa di giusto e scuotono la testa se inizio a dire le mie solite cazzate.
"Sapete, non sono mai stata ascoltata così da nessuno. Ascoltata in silenzio, da qualcuno privo del bisogno di porgermi domande comode o scomode, privo della necessità di scavare dietro ad una mia frase".
Col senno di poi, quelle pagine si presentano in un modo nevrotico sin dalla data scritta in alto a destra.
Pagine fitte fitte di parole che non lasciano lo spazio nemmeno ad un quadretto.
Eppure, per una volta mi sembra di essermi tolta tutto di dosso. Non ho gli strascichi classici del mio scrivere maniaco. Sarà che ho scritto per degli amici che mi hanno aiutata, accolta e che saranno sempre pronti a farlo.
Questi muri e questo lampadario da quattro soldi.Non esisterà mai una persona che sappia ascoltare meglio di come sappia farlo un muro. Non esisterà mai al mondo qualcuno in grado di aprire le orecchie e leggere tutto ciò che hai da dire dietro le parole che dici senza chiedere spiegazioni.
Quel muro che t'osserva sempre, nel tuo luogo sicuro, è te stessa. Come questi muri rispecchiano la mia immagine ogni giorno, meglio di qualunque specchio che possiedo.
Se mi metto sdraiata a pancia in su sul letto, sul soffitto riesco a vedere il perfetto ritratto che ho di me stessa nella testa, quell'immagine fissa che si ha di se stessi, e sti cazzi se non sono davvero così.
Si fottano tutti gli specchi del mondo. Qua dentro alla mia testa c'è la bellezza spaventosa e abissale di tutto l'universo.
domenica 10 giugno 2012
Che ci posso fare, sono fatta così.
Titolo del post dovuto alla mia interminabile assenza. Ogni giorno mi sono seduta al pc con l'intenzione di comparire di nuovo qui, almeno con qualche parola. E invece niente: ho tenuto le dita al loro posto.
Quindi ora mi scuso con voi, perchè non sono stata pronta a darvi man forte nei vostri problemi, nonostante siate state tutte adorabili sempre quando ho esposto i miei. Ho tentato di recuperare commentando quanto più ho potuto nei post degli ultimi giorni. Scusatemi davvero.
Purtroppo ogni volta che mi capita un episodio "Simone" (vd. post prima di questo) ci metto una marea a riprendermi. Mi scendono nel cuore un'angoscia e un'apatia che resto a casa spaventata, aggrappata al divano e a stupide commedie americane che mi spengono il cervello e placano la voglia di mettermi alla gogna da sola.
La mia vita al momento è vuota, nessuna novità, nessun avvenimento.
Avrei una voglia matta di un'estate da single, come tanti anni fa quando prendevo il treno da sola e partivo per Torino/Milano/Firenze/Roma senza nessun appoggio e nessun amico. Esploravo l'Italia da sola e mi fermavo a parlare al bar del treno per sei ore con un ragazzo conosciuto davanti al bagno, anche lui tabagista incallito.
O ballavo con un francese in mezzo alla strada. O urlavo di notte in mezzo a Piazza Navona. O mi stupivo perchè nessuno mi guardava mai, nonostante l'aria da barbona e gli occhi da tossica.
Mi mancano queste cose.
Mi manca la mia spontaneità nel fare tutte queste cose senza fregarmene di nulla, senza aver paura del mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Lasciamo perdere, che mi riprende a male.
Tutte queste cose sono uscite fuori qualche giorno fa, ma le voglio accantonare subito.
Al momento non ho nessun altro al mondo se non proprio il mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Il mio migliore amico me lo sono giocato.
Il gruppo di tossici con cui sono uscita per tre anni sono troppo tossici per capire la parola "amicizia".
La bella signorina è troppo piccola e troppo legata alle regole di sua madre.
Le mie due amiche di scuola, due ragazze matte e intelligenti, sono troppo poco avventuriere e troppo impegnate con i loro fidanzati per curarsi di me.
Il mio (primo) migliore amico è in esilio a Firenze.
Non c'è proprio nessuno.
Solo questo figlio/fidanzato che mi ritrovo.
Mi sento davvero sola. Fottutamente, maledettamente sola.
Appesa alla mia gogna: la mia vita, anzi, la mia vita passata.
E di questo passo io quest'estate crepo di dolore.
Scrivevo tempo fa:
"Sto seduta in una stanza arancione, qualcosa ride.
Ho ritrovato dei vecchi ricordi e li sto spolverando soffiandoci sopra il fumo; ho l'anima così densa e pesante.
Stacco e attacco carte su carte, leccate carte.
Questo colore mi accieca, immagino di girarmi e rigirarmi nel letto: non mi piace il seguito.
Ho bisogno di un secondo per pensare e vengo a sedermi qui dove tutto è più morbido e tutto più caldo.
Ho freddo. Questo colore mi accieca.
Spesso si pensa e si è convinti di poter venire capiti dalle persone che si hanno affianco.
Pallide illusioni.
Questo suono di trombe mi appesantisce il cuore, continuo a spolverare ma non riesco a respirare.
Se siete qui è perchè credete, è perchè avete un'equivocabile fede nel lavoro di gruppo.
Questa è la vita, ci si prende a braccetto e si va: pallida illusione.
Illeso non se ne esce mai.
Qualcuno cade e si trascina via quello alla sua destra e quello alla sua sinistra.
Continuo a cercare aria, boccheggio.
Piccolo pesce in un grande mare.
L'immaginazione mi è finita, resta solo il lacerato strascico dei brutti momenti.
Sei nato forgiato per me, sei stato incastonato su di me.
Maledetta mente, maledetto te.
Aah, dieci "anni"."
Quindi ora mi scuso con voi, perchè non sono stata pronta a darvi man forte nei vostri problemi, nonostante siate state tutte adorabili sempre quando ho esposto i miei. Ho tentato di recuperare commentando quanto più ho potuto nei post degli ultimi giorni. Scusatemi davvero.
Purtroppo ogni volta che mi capita un episodio "Simone" (vd. post prima di questo) ci metto una marea a riprendermi. Mi scendono nel cuore un'angoscia e un'apatia che resto a casa spaventata, aggrappata al divano e a stupide commedie americane che mi spengono il cervello e placano la voglia di mettermi alla gogna da sola.
La mia vita al momento è vuota, nessuna novità, nessun avvenimento.
Avrei una voglia matta di un'estate da single, come tanti anni fa quando prendevo il treno da sola e partivo per Torino/Milano/Firenze/Roma senza nessun appoggio e nessun amico. Esploravo l'Italia da sola e mi fermavo a parlare al bar del treno per sei ore con un ragazzo conosciuto davanti al bagno, anche lui tabagista incallito.
O ballavo con un francese in mezzo alla strada. O urlavo di notte in mezzo a Piazza Navona. O mi stupivo perchè nessuno mi guardava mai, nonostante l'aria da barbona e gli occhi da tossica.
Mi mancano queste cose.
Mi manca la mia spontaneità nel fare tutte queste cose senza fregarmene di nulla, senza aver paura del mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Lasciamo perdere, che mi riprende a male.
Tutte queste cose sono uscite fuori qualche giorno fa, ma le voglio accantonare subito.
Al momento non ho nessun altro al mondo se non proprio il mio stupido e gelosissimo ragazzo.
Il mio migliore amico me lo sono giocato.
Il gruppo di tossici con cui sono uscita per tre anni sono troppo tossici per capire la parola "amicizia".
La bella signorina è troppo piccola e troppo legata alle regole di sua madre.
Le mie due amiche di scuola, due ragazze matte e intelligenti, sono troppo poco avventuriere e troppo impegnate con i loro fidanzati per curarsi di me.
Il mio (primo) migliore amico è in esilio a Firenze.
Non c'è proprio nessuno.
Solo questo figlio/fidanzato che mi ritrovo.
Mi sento davvero sola. Fottutamente, maledettamente sola.
Appesa alla mia gogna: la mia vita, anzi, la mia vita passata.
E di questo passo io quest'estate crepo di dolore.
Scrivevo tempo fa:
"Sto seduta in una stanza arancione, qualcosa ride.
Ho ritrovato dei vecchi ricordi e li sto spolverando soffiandoci sopra il fumo; ho l'anima così densa e pesante.
Stacco e attacco carte su carte, leccate carte.
Questo colore mi accieca, immagino di girarmi e rigirarmi nel letto: non mi piace il seguito.
Ho bisogno di un secondo per pensare e vengo a sedermi qui dove tutto è più morbido e tutto più caldo.
Ho freddo. Questo colore mi accieca.
Spesso si pensa e si è convinti di poter venire capiti dalle persone che si hanno affianco.
Pallide illusioni.
Questo suono di trombe mi appesantisce il cuore, continuo a spolverare ma non riesco a respirare.
Se siete qui è perchè credete, è perchè avete un'equivocabile fede nel lavoro di gruppo.
Questa è la vita, ci si prende a braccetto e si va: pallida illusione.
Illeso non se ne esce mai.
Qualcuno cade e si trascina via quello alla sua destra e quello alla sua sinistra.
Continuo a cercare aria, boccheggio.
Piccolo pesce in un grande mare.
L'immaginazione mi è finita, resta solo il lacerato strascico dei brutti momenti.
Sei nato forgiato per me, sei stato incastonato su di me.
Maledetta mente, maledetto te.
Aah, dieci "anni"."
![]() |
| Questa foto viene dall'estate del 2007. |
domenica 3 giugno 2012
Simone: l'errore più grande della mia vita.
Questo sarà un post lungo e, probabilmente, noioso per la maggior parte di voi. Ma stanotte è di questo che ho bisogno di sfogarmi, di parlare. Vorrei salire sul tetto e urlare, urlare a tutti questa storia.
Una storia che invece racconto adesso a voi.
Non siete le uniche persone a conoscerla. Purtroppo ha fatto il giro di tantissime bocche. Il gioco del telefono spietato di questa città.
Tanto tempo fa, nel 2008, avevo una specie di migliore amico. Per "migliore amico" intendo un tizio con cui mi vedevo spesso e con cui potevo parlare di ciò che volevo.
Moro col ciuffo, parecchio stempiato per il suoi 19 anni. Un paio di jeans, una maglietta nera, un soprannome che lo rendeva riconoscibile a chiunque uscisse nella mia cricca: un bar pieno di ragazzi della mia età che erano diventati il surrogato della mia famiglia.
Lo chiamavamo "Drugo". Un soprannomeclassico che adesso va di moda, ma che prima (qui) aveva solamente lui e lo possedeva da anni.
Con Drugo ci promettevamo da anni che avremmo scopato, da secoli. E' un ragazzo non troppo bello, ma affiscinante. Affascinante perchè cinico e spietato. Un animale.
Non lo avevo mai toccato nonostante la mia ninfomania dilagante dell'epoca. Questo perchè piaceva ad una tizia che (col senno di poi) definirei una "ragazza con cui prendevo piacevoli caffè lunghi un'ora precisa il sabato pomeriggio". Niente di più, a pensarci ora; eppure prima le volevo bene. Io che mi affeziono subito e do tutto subito. Io che avevo dato tutto pure a lei.
[
Non dico queste cose per lavarmi le macchie che ho addosso, delle quali Simone è solo la più grande. Le mie macchie me le tengo e sono felice di tentare di grattarle via ogni mattina. Felice, certo, nel modo felice in cui lo sono i muratori sottopagati e stranieri. Dico che a lei avevo dato tutto perchè odio le donne, ci avevo scritto su poco tempo fa, ed in quel periodo ancora di più. E lei la adoravo, davvero. Per me questo era un miracolo, un miracolo di quelli fatti da Gesù nei Vangeli, un miracolo di quelli veri: io volevo bene ad una ragazza, dopo quell'inferno di Francesca finito l'anno prima. Quindi, le avevo dato tutto quello che potevo darle. Come è mio solito fare con i ragazzi.
]
Lei stava dietro a questo mio migliore amico da tanto ed io ho sempre sottovalutato le cotte, sempre.
Lui la chiamava per farsi succhiare il cazzo una volta al mese. Un pompino senza ingoio e senza amore: rubato da labbra che avrebbero voluto incontrare labbra e collo e capezzoli e peli e pancia e ombelico e chissà quante altre cose prima di incotrare una cappella gonfia. Io non capivo questa dinamica, come non la capisco neanche ora. Io sono una che quello che vuole se lo prende. Subito. E mi vergogno dell'aria da sbruffona che aleggia sopra queste parole, addirittura quando le scrivo: mi vergogno infinitamente. Ma quella è la verità. Sono un toro: abbasso la testa e corro incontro a ciò che mi ha fatto perdere la ragione. Che fosse per rabbia, per amore, per attrazione o per curiosità poco importava all'epoca. Quindi non comprendevo il fatto che dopo cinque anni di pompini ancora lei non riuscesse a farsi dare neanche un bacio. Non lo capivo e non lo accettavo. Ripeto: la mia regola era "tutto e subito". Non c'è stata una volta in cui non la seguii, questa regola del cazzo.
Dopo tanti anni, quando lei conubbe me, era arrivata al punto di svolta: aveva detto basta a Drugo. Mai più, mai più Drugo. Io iniziavo proprio in quel periodo a prendere con lei "caffè piacevoli della durata di un'ora il sabato pomeriggio", ecc ecc.
Credevo a lei non interessasse più e quindi, dopo secoli che ce lo promettevamo, alla fine scopammo.
Una sera che ero a casa, d'estate, mi venne a trovare. Scesi e aveva due birre e andammo a berle in un parcheggio che è qui dietro casa mia.
Su una panchina, in mezzo alla strada e alla svelta, scopammo. L'apoteosi del termine "scopare" fu quell'esperienza. Nulla di più secco e asettico. Dicevo in un altro post "seriale" e non c'è nessun altro termine che si addica di più a quella... Non saprei come definirla.
Mi portò, pochi giorni dopo, ad una festa di compleanno di un suo compagno di classe. Io imbucata in prima linea in mezzo ad un gruppo di gente amica da dieci anni, ero come una balena nel lago di Como: impossibile non notarla.
Lì incontrai Simone. Non lo sapevo ancora, ma avrei rimpianto per tutta la vita quella notte.
Questa parte, davvero, non l'ho mai raccontata a nessuno.
Ci rinchiudemmo in camera dei genitori del festeggiato: io e Drugo, Simone e la ragazza che stava frequentando.
Con due fustini di birra il risultato era ovvio.
Scopai di nuovo con Drugo, nel lettone, affianco a Simone che tentava di (almeno) toccare la sua tizia.
Lui non riuscì a concludere niente e lo sentivamo sbuffare incazzato ogni secondo e lei "No-no-no" e io che tentavo di tenere la bocca chiusa e Drugo di muoversi il meno evidentemente possibile.
Due giorni dopo da quella festa facemmo sega da scuola io, Drugo e Simone.
Vedemmo un film, "Funny games" (ma non quello nuovo, quello vero), alla fine del quale era già passata una mezz'ora da quando Simone mi aveva preso la mano, stringedola e accarezzandola piano piano, per non farci vedere da Drugo a fare i tredicenni.
Simone: altezza nella media, magromagromagromagro ed un gran pisello; Simone era ed è il mio tipo ideale: con la faccia da tossico (che era) e solo la carne sulle ossa, le labbra morbide e sode, la lingua veloce ed impalpabile, quelle anche che mi facevano male. I capelli e gl'occhi neri da siciliano. Mi piaceva da morire.
Nel giro di una settimana stavamo insieme, avevamo scopato e quant'altro.
Dopo poco mi disse che mi amava.
Io la solita crocerossina. Suo padre in depressione da anni e sua madre ossessiva compulsiva. Mi odiavano tutti in quella casa e chi non mi odiava mi ignorava. Eppure, passando per il nero salotto davanti a sua madre, trovavo tutta la luce nella camera e nei baci di Simone.
Mi piaceva da morire x2.
Facevamo un sesso pieno di affetto, di affetto che si prova verso chi salva la vita o la rende giusto un poco meno peggio.
E un giorno quel sesso fu "troppo rumoroso". "Così rumoroso" che l'orecchio della madre, sempre attaccato alla porta della camera di Simone, riuscì a sentire: praticamente stavamo solo respirando tentando di tenere un ritmo normale.
Fummo interrotti da sua madre e sua sorella: la prima piangeva a dirotto urlando, la seconda cercava di capire e chiamava Simone per chiarimenti.
Fui sbattuta fuori a calci e ci tornai solo poche volte.
Mai più un'umiliazione del genere mi è capitata fino ad ora.
Lui si trasferì a casa mia, chiedendo il permesso a mia madre, con tutte le premure del mondo.
Stette da me un solo mese ed in quel mese la sua pazzesca madre chiamava la mia ogni giorno per dire traviavo suo figlio: "Sua figlia è una puttana senza scrupoli. Mi ha rubato mio figlio! Sua figlia "di qua e di là" ".
Noi facevamo finta di niente, ci amavamo e passavamo il capodanno insieme da soli a casa mia in montagna. Scopammo e fumammo e poi lui bevve e mi scopò e fumammo e così via.
Quando lui tornò a casa sua la situazione degenerò. Sua madre chiamava me per insultarmi e, nel frattempo, lui si ubriacava di peroni versate su flaconi sani di antidepressivi di suo padre.
Non avevo ancora la macchina e dovevo andarlo a cercare per la città a piedi, a Luglio, a qualunque ora. Perchè antidepressivi e alcool non sono una miscela poco rischiosa. Avrebbe potuto morire. Ed io mi preoccupavo e sua madre in lacrime al telefono che mi pregava di cercarlo.
Lo trovavo sempre. Che sbiascicava da solo in qualche bar.
Iniziammo a spacciare fumo e erba. Due tette ed una canna e guadagnavamo soldi mai visti senza far nulla. Facevo tutto io, ovvio, le tette lui mica ce le aveva. Lui stava meglio: aveva smesso con gli antidepressivi, con l'md, con la cocaina, con tanta altra merda.
Il fumo veniva sempre a chiedercelo un suo amico di scuola: il famigerato (col senno di poi) Pazzo Maniaco.
Anche lui la solita faccia da tossico, il solito corpo magrissimo.
La mia ninfomania venne a salvarmi dal disastro familiare in cui mi aveva tirata Simone.
Il ragionamento animalesco: "Ti piace?" - "Scopaci".
Con sotterfugi di varia natura riuscii a vederlo più volte da sola.
Alla fine, una sera, ci scopai.
E stavo ancora con Simone.
Con Simone che mi vedeva come un'ancora di salvezza.
Ed io l'ho tradito così.
L'ho illuso e tradito.
Lo lascia il giorno dopo. Senza scrupoli.
Con un sms.
E quando si presentò sotto casa mia a chiedermi spiegazioni io lo baciai.
Senza scrupoli e con affetto.
E quando mi riportò le mie cose avrei voluto baciarlo ancora.
Senza scrupoli e con rimorso.
Sono stata una merda. Una vera merda.
E la parola "puttana" me la meriterò per tutta la vita, sempre e solo per questo.
Tra i miei sogni ricorrenti ce n'è uno in cui sto insieme a Simone ed un altro in cui per tutta la notte gli chiedo in ginocchio di perdonarmi, ma non per riconquistarlo. Semplicemente per chiedergli scusa.
E sogno anche ad occhi aperti di incontrarlo e baciare il suolo su cui cammina pur di allieviargli un po' il male che gli ho fatto e che altri mi hanno riferito.
Dopo di me ha iniziato a prendere tutti i tipi di droghe di cui si faceva prima, in aggiunta i trip: prima uno ogni due mesi, poi uno a settimana, poi uno al giorno, poi ancora di più.
Quando lo incontro mi guarda ancora sofferente ed una volta si fermò a salutare il mio attuale ragazzo e scappò guardandomi e dicendo a lui: "Scusa, ma soffro troppo".
Non mi perdonerò mai per il male che gli ho fatto.
Dopo averlo lasciato venne a sapersi il perchè, non so come, dato che io ed il PazzoManiaco vivevamo in segreto assoluto.
Il P.M. si prese uno schiaffo da Simone.
A me Drugo disse: "A me e tutti quelli che conosco fai schifo".
Loro dissero alla signorina dei piacevoli caffè che avevo scopato con Drugo.
In un lampo avevo litigato con una città intera. Qui funziona così.
Litigo con te?
Gli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici degli amici dei tuoi amici litigheranno con me.
Ero da sola col Pazzo Maniazo e con l'orrore di essere venuta meno ai miei impegni da crocerossina, per la prima volta.
E con il peso di sapere di aver lasciato l'unica creatura che davvero mi amava, che davvero aveva bisogno di me.
Stasera ho incontrato Drugo.
Dal 2009 non mi salutava.
Mi ha guardata ed io ho distolto lo sguardo, l'attacco di ansia/panico iniziava a brulicarmi nello stomaco e negli occhi.
Mi ha detto: "Che fai, mi guardi e non mi saluti?".
Mi ha dato due baci sulle guance, aggiungendo: "Sei dimagrita tantissimo".
"Non è vero cazzo!"
Io in questa città non ci devo più tornare.
So che ora anche voi mi "penserete" con occhi diversi.
Da mesi scrivo di essere una persona di merda.
Lo sono.
Ed ora sapete il mio più grande errore.
Il marchio a fuoco, incisomi in fronte come ad una strega nel Medioevo.
E di questo marchio mi vergogno.
E per questo marchio non cammino più a testa alta.
E grazie a questo marchio sono cresciuta.
E per colpa di questo marchio sono morta.
Una storia che invece racconto adesso a voi.
Non siete le uniche persone a conoscerla. Purtroppo ha fatto il giro di tantissime bocche. Il gioco del telefono spietato di questa città.
Tanto tempo fa, nel 2008, avevo una specie di migliore amico. Per "migliore amico" intendo un tizio con cui mi vedevo spesso e con cui potevo parlare di ciò che volevo.
Moro col ciuffo, parecchio stempiato per il suoi 19 anni. Un paio di jeans, una maglietta nera, un soprannome che lo rendeva riconoscibile a chiunque uscisse nella mia cricca: un bar pieno di ragazzi della mia età che erano diventati il surrogato della mia famiglia.
Lo chiamavamo "Drugo". Un soprannome
Con Drugo ci promettevamo da anni che avremmo scopato, da secoli. E' un ragazzo non troppo bello, ma affiscinante. Affascinante perchè cinico e spietato. Un animale.
Non lo avevo mai toccato nonostante la mia ninfomania dilagante dell'epoca. Questo perchè piaceva ad una tizia che (col senno di poi) definirei una "ragazza con cui prendevo piacevoli caffè lunghi un'ora precisa il sabato pomeriggio". Niente di più, a pensarci ora; eppure prima le volevo bene. Io che mi affeziono subito e do tutto subito. Io che avevo dato tutto pure a lei.
[
Non dico queste cose per lavarmi le macchie che ho addosso, delle quali Simone è solo la più grande. Le mie macchie me le tengo e sono felice di tentare di grattarle via ogni mattina. Felice, certo, nel modo felice in cui lo sono i muratori sottopagati e stranieri. Dico che a lei avevo dato tutto perchè odio le donne, ci avevo scritto su poco tempo fa, ed in quel periodo ancora di più. E lei la adoravo, davvero. Per me questo era un miracolo, un miracolo di quelli fatti da Gesù nei Vangeli, un miracolo di quelli veri: io volevo bene ad una ragazza, dopo quell'inferno di Francesca finito l'anno prima. Quindi, le avevo dato tutto quello che potevo darle. Come è mio solito fare con i ragazzi.
]
Lei stava dietro a questo mio migliore amico da tanto ed io ho sempre sottovalutato le cotte, sempre.
Lui la chiamava per farsi succhiare il cazzo una volta al mese. Un pompino senza ingoio e senza amore: rubato da labbra che avrebbero voluto incontrare labbra e collo e capezzoli e peli e pancia e ombelico e chissà quante altre cose prima di incotrare una cappella gonfia. Io non capivo questa dinamica, come non la capisco neanche ora. Io sono una che quello che vuole se lo prende. Subito. E mi vergogno dell'aria da sbruffona che aleggia sopra queste parole, addirittura quando le scrivo: mi vergogno infinitamente. Ma quella è la verità. Sono un toro: abbasso la testa e corro incontro a ciò che mi ha fatto perdere la ragione. Che fosse per rabbia, per amore, per attrazione o per curiosità poco importava all'epoca. Quindi non comprendevo il fatto che dopo cinque anni di pompini ancora lei non riuscesse a farsi dare neanche un bacio. Non lo capivo e non lo accettavo. Ripeto: la mia regola era "tutto e subito". Non c'è stata una volta in cui non la seguii, questa regola del cazzo.
Dopo tanti anni, quando lei conubbe me, era arrivata al punto di svolta: aveva detto basta a Drugo. Mai più, mai più Drugo. Io iniziavo proprio in quel periodo a prendere con lei "caffè piacevoli della durata di un'ora il sabato pomeriggio", ecc ecc.
Credevo a lei non interessasse più e quindi, dopo secoli che ce lo promettevamo, alla fine scopammo.
Una sera che ero a casa, d'estate, mi venne a trovare. Scesi e aveva due birre e andammo a berle in un parcheggio che è qui dietro casa mia.
Su una panchina, in mezzo alla strada e alla svelta, scopammo. L'apoteosi del termine "scopare" fu quell'esperienza. Nulla di più secco e asettico. Dicevo in un altro post "seriale" e non c'è nessun altro termine che si addica di più a quella... Non saprei come definirla.
Mi portò, pochi giorni dopo, ad una festa di compleanno di un suo compagno di classe. Io imbucata in prima linea in mezzo ad un gruppo di gente amica da dieci anni, ero come una balena nel lago di Como: impossibile non notarla.
Lì incontrai Simone. Non lo sapevo ancora, ma avrei rimpianto per tutta la vita quella notte.
Questa parte, davvero, non l'ho mai raccontata a nessuno.
Ci rinchiudemmo in camera dei genitori del festeggiato: io e Drugo, Simone e la ragazza che stava frequentando.
Con due fustini di birra il risultato era ovvio.
Scopai di nuovo con Drugo, nel lettone, affianco a Simone che tentava di (almeno) toccare la sua tizia.
Lui non riuscì a concludere niente e lo sentivamo sbuffare incazzato ogni secondo e lei "No-no-no" e io che tentavo di tenere la bocca chiusa e Drugo di muoversi il meno evidentemente possibile.
Due giorni dopo da quella festa facemmo sega da scuola io, Drugo e Simone.
Vedemmo un film, "Funny games" (ma non quello nuovo, quello vero), alla fine del quale era già passata una mezz'ora da quando Simone mi aveva preso la mano, stringedola e accarezzandola piano piano, per non farci vedere da Drugo a fare i tredicenni.
Simone: altezza nella media, magromagromagromagro ed un gran pisello; Simone era ed è il mio tipo ideale: con la faccia da tossico (che era) e solo la carne sulle ossa, le labbra morbide e sode, la lingua veloce ed impalpabile, quelle anche che mi facevano male. I capelli e gl'occhi neri da siciliano. Mi piaceva da morire.
Nel giro di una settimana stavamo insieme, avevamo scopato e quant'altro.
Dopo poco mi disse che mi amava.
Io la solita crocerossina. Suo padre in depressione da anni e sua madre ossessiva compulsiva. Mi odiavano tutti in quella casa e chi non mi odiava mi ignorava. Eppure, passando per il nero salotto davanti a sua madre, trovavo tutta la luce nella camera e nei baci di Simone.
Mi piaceva da morire x2.
Facevamo un sesso pieno di affetto, di affetto che si prova verso chi salva la vita o la rende giusto un poco meno peggio.
E un giorno quel sesso fu "troppo rumoroso". "Così rumoroso" che l'orecchio della madre, sempre attaccato alla porta della camera di Simone, riuscì a sentire: praticamente stavamo solo respirando tentando di tenere un ritmo normale.
Fummo interrotti da sua madre e sua sorella: la prima piangeva a dirotto urlando, la seconda cercava di capire e chiamava Simone per chiarimenti.
Fui sbattuta fuori a calci e ci tornai solo poche volte.
Mai più un'umiliazione del genere mi è capitata fino ad ora.
Lui si trasferì a casa mia, chiedendo il permesso a mia madre, con tutte le premure del mondo.
Stette da me un solo mese ed in quel mese la sua pazzesca madre chiamava la mia ogni giorno per dire traviavo suo figlio: "Sua figlia è una puttana senza scrupoli. Mi ha rubato mio figlio! Sua figlia "di qua e di là" ".
Noi facevamo finta di niente, ci amavamo e passavamo il capodanno insieme da soli a casa mia in montagna. Scopammo e fumammo e poi lui bevve e mi scopò e fumammo e così via.
Quando lui tornò a casa sua la situazione degenerò. Sua madre chiamava me per insultarmi e, nel frattempo, lui si ubriacava di peroni versate su flaconi sani di antidepressivi di suo padre.
Non avevo ancora la macchina e dovevo andarlo a cercare per la città a piedi, a Luglio, a qualunque ora. Perchè antidepressivi e alcool non sono una miscela poco rischiosa. Avrebbe potuto morire. Ed io mi preoccupavo e sua madre in lacrime al telefono che mi pregava di cercarlo.
Lo trovavo sempre. Che sbiascicava da solo in qualche bar.
Iniziammo a spacciare fumo e erba. Due tette ed una canna e guadagnavamo soldi mai visti senza far nulla. Facevo tutto io, ovvio, le tette lui mica ce le aveva. Lui stava meglio: aveva smesso con gli antidepressivi, con l'md, con la cocaina, con tanta altra merda.
Il fumo veniva sempre a chiedercelo un suo amico di scuola: il famigerato (col senno di poi) Pazzo Maniaco.
Anche lui la solita faccia da tossico, il solito corpo magrissimo.
La mia ninfomania venne a salvarmi dal disastro familiare in cui mi aveva tirata Simone.
Il ragionamento animalesco: "Ti piace?" - "Scopaci".
Con sotterfugi di varia natura riuscii a vederlo più volte da sola.
Alla fine, una sera, ci scopai.
E stavo ancora con Simone.
Con Simone che mi vedeva come un'ancora di salvezza.
Ed io l'ho tradito così.
L'ho illuso e tradito.
Lo lascia il giorno dopo. Senza scrupoli.
Con un sms.
E quando si presentò sotto casa mia a chiedermi spiegazioni io lo baciai.
Senza scrupoli e con affetto.
E quando mi riportò le mie cose avrei voluto baciarlo ancora.
Senza scrupoli e con rimorso.
Sono stata una merda. Una vera merda.
E la parola "puttana" me la meriterò per tutta la vita, sempre e solo per questo.
Tra i miei sogni ricorrenti ce n'è uno in cui sto insieme a Simone ed un altro in cui per tutta la notte gli chiedo in ginocchio di perdonarmi, ma non per riconquistarlo. Semplicemente per chiedergli scusa.
E sogno anche ad occhi aperti di incontrarlo e baciare il suolo su cui cammina pur di allieviargli un po' il male che gli ho fatto e che altri mi hanno riferito.
Dopo di me ha iniziato a prendere tutti i tipi di droghe di cui si faceva prima, in aggiunta i trip: prima uno ogni due mesi, poi uno a settimana, poi uno al giorno, poi ancora di più.
Quando lo incontro mi guarda ancora sofferente ed una volta si fermò a salutare il mio attuale ragazzo e scappò guardandomi e dicendo a lui: "Scusa, ma soffro troppo".
Non mi perdonerò mai per il male che gli ho fatto.
Dopo averlo lasciato venne a sapersi il perchè, non so come, dato che io ed il PazzoManiaco vivevamo in segreto assoluto.
Il P.M. si prese uno schiaffo da Simone.
A me Drugo disse: "A me e tutti quelli che conosco fai schifo".
Loro dissero alla signorina dei piacevoli caffè che avevo scopato con Drugo.
In un lampo avevo litigato con una città intera. Qui funziona così.
Litigo con te?
Gli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici e gli amici degli amici degli amici dei tuoi amici litigheranno con me.
Ero da sola col Pazzo Maniazo e con l'orrore di essere venuta meno ai miei impegni da crocerossina, per la prima volta.
E con il peso di sapere di aver lasciato l'unica creatura che davvero mi amava, che davvero aveva bisogno di me.
Stasera ho incontrato Drugo.
Dal 2009 non mi salutava.
Mi ha guardata ed io ho distolto lo sguardo, l'attacco di ansia/panico iniziava a brulicarmi nello stomaco e negli occhi.
Mi ha detto: "Che fai, mi guardi e non mi saluti?".
Mi ha dato due baci sulle guance, aggiungendo: "Sei dimagrita tantissimo".
"Non è vero cazzo!"
Io in questa città non ci devo più tornare.
So che ora anche voi mi "penserete" con occhi diversi.
Da mesi scrivo di essere una persona di merda.
Lo sono.
Ed ora sapete il mio più grande errore.
Il marchio a fuoco, incisomi in fronte come ad una strega nel Medioevo.
E di questo marchio mi vergogno.
E per questo marchio non cammino più a testa alta.
E grazie a questo marchio sono cresciuta.
E per colpa di questo marchio sono morta.
giovedì 31 maggio 2012
Ansia mattutina.
Non so perché stamattina mi sono svegliata con un'ansia spaventosa. Come se avessi l'acqua alla gola. Ho la sensazione di dover fare qualcosa di impossibile, ma in realtà non è così. Non ho niente da fare a parte studiare e studiare l'ansia non me la mette.
Boh, avrò fatto qualche sogno strano, che purtroppo non ricordo, ma che mi ha fatto svegliare così: col nodo in gola e lo stomaco duro dalla paura.
La mia serietà alimentare è andata a farsi fottere nella forma di un chilo di riso trasformato in insalata di riso, con la quale faccio anche colazione.
"Viva me!", diceva una ritardata giapponese in un telefilm per bambini.
E quindi "Viva me!" dico io: ritardata e bambina in una vita che potrebbe stare in tv.
Boh.
"Tanto sono grassa, tanto vale mangiare."
Bacioni a tutte voi.
Vi ringrazio per i vostri commenti e vi ringrazia anche Braciola per tutti i complimenti che gli avete fatto.
Per fare alcune precisazioni sull'ultimo post, lui non è di taglia grande, è un Cao de agua e loro sono di taglia media, poi con tutto il pelo sembrano grossi, ma poi in realtà sotto sono dei sorci!
Per quelle che mi hanno detto che mi faccio sottomettere dal mio ragazzo: è la pura verità, ma sono io che sono fatta così; dalle persone che amo mi faccio mettere i piedi in testa, anche a costo di rimetterci. Sono poche le persone che possono permettersi di farlo, ma quelle poche possono davvero manovrarmi come un burattino.
Ho l'ansia dell'abbandono come un cane preso al canile. E questa mi fotte.
Prima o poi cambierò, anche se non ne sono del tutto certa!
<3 vi amo tutte!
E buona giornata ragazzuole *
Boh, avrò fatto qualche sogno strano, che purtroppo non ricordo, ma che mi ha fatto svegliare così: col nodo in gola e lo stomaco duro dalla paura.
La mia serietà alimentare è andata a farsi fottere nella forma di un chilo di riso trasformato in insalata di riso, con la quale faccio anche colazione.
"Viva me!", diceva una ritardata giapponese in un telefilm per bambini.
E quindi "Viva me!" dico io: ritardata e bambina in una vita che potrebbe stare in tv.
Boh.
"Tanto sono grassa, tanto vale mangiare."
Bacioni a tutte voi.
Vi ringrazio per i vostri commenti e vi ringrazia anche Braciola per tutti i complimenti che gli avete fatto.
Per fare alcune precisazioni sull'ultimo post, lui non è di taglia grande, è un Cao de agua e loro sono di taglia media, poi con tutto il pelo sembrano grossi, ma poi in realtà sotto sono dei sorci!
Per quelle che mi hanno detto che mi faccio sottomettere dal mio ragazzo: è la pura verità, ma sono io che sono fatta così; dalle persone che amo mi faccio mettere i piedi in testa, anche a costo di rimetterci. Sono poche le persone che possono permettersi di farlo, ma quelle poche possono davvero manovrarmi come un burattino.
Ho l'ansia dell'abbandono come un cane preso al canile. E questa mi fotte.
Prima o poi cambierò, anche se non ne sono del tutto certa!
<3 vi amo tutte!
E buona giornata ragazzuole *
martedì 29 maggio 2012
Il mio cane e dintorni pt. 2
Oggi ci mettiamo in marcia e torniamo a Roma! Che gioia! Ogni volta che torno nella mia città, più che altro a casa mia, mi passa la voglia di vivere. Ed al mio cane pure.
Poverino, qui sono costretta a portarlo solo in passeggiata, dato che non ci sono aree cani e dato che ai giardinetti vicino casa non sai mai chi ci potrai incontrare. Qui c'è gente che scioglie pure cani assassini come se nulla fosse, infatti una volta siamo stati braccati (letteralmente) da un hamstaff e due cani corso. Gli intelligentissimi padroni di questi cani mi urlavano ridendo da lontano "Scusaciiii! Fanno brancoooo!", senza nemmeno degnarsi di richiamare le loro bestie che dopo dieci minuti si sono stancati di stare in cerchio attorno a noi, ringhiandoci, e se ne sono andati.
Vabbè, questo per dire che la mia povera bestia si deve accontentare della scarsa libertà di venire sciolto per le vie dei pub la sera, dove fa il diavolo a quattro ed è diventato la mascotte dei giovani ubriaconi. Ormai tutti quelli che non mi conoscono mi salutano usando il nome del mio cane: "Braciola". Figo eh?! ._.
In questi giorni, quindi, non ho fatto altro che vedere film grazie al magico servizio on demand di Alice ADSL, che almeno una cosa giusta la fa: fornirmi tutti i film di cui ho bisogno quando decido di ubriacarmi da sola.
Quest'estate vorrei andarmene in vacanza in un posto di mare, a fare proprio la turista, tipo: 8 giorni dentro un villaggio con spiaggia privata e piscine senza degnarmi minimamente di mettere piede fuori da questo. Già so che non accadrà e mi toccherà andare a Copenaghen con il mio ragazzo che, lo dico sempre, è una specie di zombie onnivoro e quindi odia il sole, il caldo, l'estate, il mare, la sabbia, la gente al mare, il costume, me in costume, i costumi degli altri. Insomma, lui odia praticamente tutto ciò che riguarda l'estate, tranne il gelato. E quindi mi toccherà farmi un'altra vacanza ad Agosto con la pioggia di un altro paese ed i fottuti gradi invernali di un altro paese. L'anno scorso siamo andati a Praga e per 7 giorni siamo stati a 10 gradi. I cechi andavano in giro in infradito ed io con le calzamaglie.
La nota positiva è che quest'estate progetterò il giardino (di due ettari) della nuova casa al mare di mio "suocero", che mi ha assunta in virtù del mio pollice verde! Questa sarà la cosa più divertente dell'estate 2012.
Ho sperato fino all'ultimo che qualcuno venisse a dirmi, con certezza, che a dicembre il mondo finirà. Almeno avrei potuto farmi un anno fottendomene di tutto e sperperando tutto in quello che c'è di bello nella vita e nel mondo.
Invece niente.
Mi toccherà morire di altre cose e tra tanti anni. La sola idea mi annoia.
Poverino, qui sono costretta a portarlo solo in passeggiata, dato che non ci sono aree cani e dato che ai giardinetti vicino casa non sai mai chi ci potrai incontrare. Qui c'è gente che scioglie pure cani assassini come se nulla fosse, infatti una volta siamo stati braccati (letteralmente) da un hamstaff e due cani corso. Gli intelligentissimi padroni di questi cani mi urlavano ridendo da lontano "Scusaciiii! Fanno brancoooo!", senza nemmeno degnarsi di richiamare le loro bestie che dopo dieci minuti si sono stancati di stare in cerchio attorno a noi, ringhiandoci, e se ne sono andati.
Vabbè, questo per dire che la mia povera bestia si deve accontentare della scarsa libertà di venire sciolto per le vie dei pub la sera, dove fa il diavolo a quattro ed è diventato la mascotte dei giovani ubriaconi. Ormai tutti quelli che non mi conoscono mi salutano usando il nome del mio cane: "Braciola". Figo eh?! ._.
In questi giorni, quindi, non ho fatto altro che vedere film grazie al magico servizio on demand di Alice ADSL, che almeno una cosa giusta la fa: fornirmi tutti i film di cui ho bisogno quando decido di ubriacarmi da sola.
Quest'estate vorrei andarmene in vacanza in un posto di mare, a fare proprio la turista, tipo: 8 giorni dentro un villaggio con spiaggia privata e piscine senza degnarmi minimamente di mettere piede fuori da questo. Già so che non accadrà e mi toccherà andare a Copenaghen con il mio ragazzo che, lo dico sempre, è una specie di zombie onnivoro e quindi odia il sole, il caldo, l'estate, il mare, la sabbia, la gente al mare, il costume, me in costume, i costumi degli altri. Insomma, lui odia praticamente tutto ciò che riguarda l'estate, tranne il gelato. E quindi mi toccherà farmi un'altra vacanza ad Agosto con la pioggia di un altro paese ed i fottuti gradi invernali di un altro paese. L'anno scorso siamo andati a Praga e per 7 giorni siamo stati a 10 gradi. I cechi andavano in giro in infradito ed io con le calzamaglie.
La nota positiva è che quest'estate progetterò il giardino (di due ettari) della nuova casa al mare di mio "suocero", che mi ha assunta in virtù del mio pollice verde! Questa sarà la cosa più divertente dell'estate 2012.
Ho sperato fino all'ultimo che qualcuno venisse a dirmi, con certezza, che a dicembre il mondo finirà. Almeno avrei potuto farmi un anno fottendomene di tutto e sperperando tutto in quello che c'è di bello nella vita e nel mondo.
Invece niente.
Mi toccherà morire di altre cose e tra tanti anni. La sola idea mi annoia.
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