lunedì 21 novembre 2016

Roma.

Trovarsi.
Cosa significa "trovarsi"?
Trovarsi è uno sguardo complice; trovarsi è stare insieme ridendo; trovarsi è non dare nulla per scontato.
Trovarsi è capirsi. Al volo e senza indugi. Trovarsi è non mentire, mai. Trovarsi è essere te stesso.
Trovarsi è non avere paura di essere indecisi. E non avere paura di essere decisi.
Trovarsi è baciarsi come se ci si fosse sempre baciati. Trovarsi è familiarità, anche quando non ci si conosce: baciarsi come se non fosse nulla, quando quel nulla è tutto.
Trovarsi è guardarti e capirti. E capirti perché tu sei me. E tu sei me perché si ha la stessa testa.
Trovarsi è far commuovere una sconosciuta in treno, dopo esserci salutati.
E le sue lacrime siamo noi.

giovedì 28 aprile 2016

Giorno 8.

Ottava notte con questa idea pazza in mente.
Sempre te, sempre io con te e sempre noi sotto i lampioni e sempre noi che ci leghiamo per sempre l'uno all'altra, prendendoci l'eternità a cui abbiamo sempre aspirato.
Due illusi, io e te.
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Prologo:


Ieri, plin, è arrivato un tuo messaggio. Dal modo in cui mi avevi risposto quando ti avevo chiesto udienza non mi aspettavo mi avresti scritto. Mi eri sembrato forse un po' slegato ed io mi sono sentita una burattinaia con le marionette ma senza i fili per farle muovere.
Invece alla fine mi hai scritto:
"Non posso gestire questa attesa,
dimmi qualcosa",
mi hai scritto.
Allora mangio e ti chiamo e inizio a darti indizi. Ti dico "Fermami se le mie parole ti stuprano. Non voglio. Non ti voglio spezzare di nuovo."
Tu non lo sai che mentre lo dico lo penso, e penso al nostro primo abbraccio nella tua macchina-topolino e vorrei solo tornare là: una tenerezza infinita fra due persone che si volevano bene ma che non osavano mai toccarsi.
Vorrei tornare là e parlo, parlo. Madonna, quanto parlo.
Tu invece farfugli, cerchi di spiegare ma non dici nulla.
Confusione totale.
"Frequento qualcuno, ma sto chiudendo: stiamo male",
mi dici.
Riagganciamo.
"Non so cosa dire, ma il 3 ci vediamo. Voglio ascoltare".


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Giorno 8. La mia idea mi scivola tra le mani.
Mi è bastato risentire la tua voce per far scendere meteoriti, ma stavolta non son lumi nel cielo che ci augurano sventura.
Stavolta arriva l'estinzione.

sabato 23 aprile 2016

Giorno 1.

Il giorno 1 è stato 3 giorni fa: il giorno in cui mi è venuta questa idea.
Forse sarebbe più accurato dire che il giorno 1 è stato 4 notti fa, ma comunque è stato. Pensavo sarebbe passata veloce come era venuta, invece è ancora qua, si è fatta spazio nella mia testa e non riesco a farla andare via. E la rielaboro e rielaboro ogni minuto in cui la mia testa riesce a pensare.
E questa idea fallisce sin dal principio. Fallisce perchè, semplicemente, io non merito di vederla realizzare.


L'idea è nata, all'improvviso, dopo qualche birra, quelle che bevo ogni sera, e qualche contatto di troppo con il mio telefono.
L'idea è realizzare l'impossibile.
L'idea è la redenzione.
L'idea è crescere tornando bambina.
L'idea è così grande che riesco solamente a sussurarla tra me e me, per ora.
Nel frattempo vorrei lasciare qui impressa un'immagine:

Il parcheggio in quel Borgo, io so che tu lo vedi già mentre inizio ad immaginarlo. E' quel parcheggio sempre vuoto dove spesso andavamo a chiacchierare, 20 minuti lontani da casa, ed era illuminato da dei lampioni tristi e dalla luna e basta. Nel silenzio ci sentivamo noi, una volta è passato un riccio, ogni tanto una macchina a tenerci aggrappati al mondo passava di là a riportare dolci damigelle nelle loro case di campagna. Una volta abbiamo visto una volpe, proprio lì?! Non ne sono sicura, sinceramente. Forse il ricordo di quella coda rossiccia, vista altrove, si è insinuata in questo ricordo che avevo con te.
Ma non è importante.
L'immagine deve essere di quel triste parcheggio costruito a nuovo, con le sue panchine di finto design e le strisce blu freschissime, dove andavamo a chiacchierare e bere birra, a qualche tempo lontani da casa, per fare finta di essere in vacanza. Il nostro posto nuovo.
E' stato il nostro posto nuovo per anni e per me lo è ancora.

Allora arriviamo, il 4 Maggio, di sera. C'è la luce che spacca il travertino e le nostre macchine ammaccate, che il 2016 è stato sfigato per entrambi.
Ci sediamo e chiacchieriamo e c'è sempre la stessa luna di 5 anni fa ed io ho lo stesso sorriso timido e sbilenco, e tu mi guardi dritto negli occhi. Poi io parlo, dico quello che devo dire.
Ti dico: "Ora ti dico un po' di cose, poi. Poi farò la cosa più pazza che mi sia mai venuta in mente in tutta la mia vita". Tu sgrani gli occhi, mentre io ingoio un sorso grande di saliva: nuova vita.

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Preludio:

Ti ho scritto facendo finta non mi importasse, cercavo un contatto, e mi hai ignorata. Non esattamente ignorata. Semplicemente mi hai risposto in modo cortese e distaccato, che alla fine è quello che mi merito. Dopo tutti questi anni di tira e molla, magari sei andato avanti, mentre io no. Io sto sempre qua, che muovo le braccia in modo forsennato mentre ho i piedi nelle tue sabbie mobili. Sono anni che vorrei uscirne e sono anni che sono qua.
E tu mi rispondi in modo cortese e distaccato. Non so come prenderla, ma la prendo.
E via per la mia strada.
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La mia idea è dirti tutta la verità. Dirti la mia verità. Dirti che mi hai fatto paura, una paura matta perchè eri matto; una paura matta perchè avevo dato il mio cuore ad un matto; una paura matta perchè stavo diventando matta.
Dirti che i tuoi sono gli unici occhi azzurri che non mi spaventano.
Dirti "Io ti vedo mentre mi vedi".

Poi c'è una scatolina, devo ancora scegliere quale, e dentro la scatolina una pianta grassa con tante spine. Un cactus? Ti troverò il più raro e lo coltiverò dentro quella scatolina.

Ti dirò, nella luce triste del parcheggio, "Perdonami".
Poi, "Sposami".
Ed aspetterò i meteoriti scendere dal cielo.

lunedì 14 marzo 2016

Hi, I'm Nancy.

C'è una cosa che mi piace, che mi piace da morire, ed è il legno sbreccato del tavolo che ho in cucina, in questa casa che è mia da due anni e che sarà mia per qualche altro momento. Finchè non volerò di nuovo via.
Ogni crepa, ogni salto di vernice, si ferma a dirmi chi c'è stato, qui, a rimestare il pane, a fare le fettuccine, che abbiamo anche la macchina di acciaio con la manovella per farle chiusa nella dispensa, ma non le abbiam mai fatte perchè io stendo col mattarello.
Mi piace contrastare quelle crepe, fenditure nelle anime degli altri, appoggiandoci su una birra dozzinale. Le fermo con pochi spiccioli io, mentre magari a qualcuno stanno ancora vangando il cuore con la zappa.
Oggi è successa una cosa bellissima, anzi due: oggi ho visto un riccio attraversare allegro una strada di città per tuffarsi in un grande prato, con un filare di viti e una casina immersi dentro; e oggi una signora ha fatto qualcosa di gentile, spontaneo, stupido ed inaspettato per me.
Forse credeva io fossi una bambina e, credendolo, ha gettato i miei 26 anni nell'oblio che solo la gentilezza sa donare.

Io oggi ho tredici anni, e domani tredici ed un giorno.
Ed è, proprio questa, l'età giusta per attraversare di corsa la strada e trovare il prato giusto.

martedì 17 novembre 2015

La mia felpa Pelle Pelle.

Tanto tempo fa ero una bambina dai riccioli biondi: era la mia terza media.
E poi, avevo fatto amicizia con tutti al liceo.

Ok, ricomincio.

Alle medie ero una bambina con i riccioli biondi. Sono stata etichettata, additata e, in conseguenza, emarginata.
Poi è arrivato il liceo ed io ho una memoria un po' dimmerda, ma la prima cosa che ricordo è che volevo stare insieme a sto tizio. E la seconda cosa che ricordo è che lui era un piccolo, cucciolo figlio di papà.
Ma il Figlio di Papà era amico di un mio compagno di classe.
Ed io, speranzosa fino alla morte, chiesi al mio compagno di presentarmelo.
Il mio Compagno di Classe era un fascista, come ne sfornava "puri" la mia scuola media e la scuola media italiana. Ho tante foto, nei miei cassetti, che ritraggono "zecche rosse sinistroidi" fare il saluto romano. Consapevoli, leali, ottuse.
Il giorno in cui mi sarei dovuta presentare a questo Figlio di Papà.

Io ero una cicciottella senza macchia nè paura. Ho sempre sfondato le porte grazie al mio saper parlar.
Quel giorno mi presento al riccone, lui mi dice che non gli piacevo. E va benissimo.

Torno in classe ed il mio compagno mi dà un calcio dritto nella coscia sinistra.

E là mi ci hanno morso i cani e finchè mi sfiori non sento niente. Ma se premi troppo forte sento una sensazione strana. E, se poi mi ci meni, è come battere sopra un tamburo. Ed IO sono il tamburo.

Il mio compagno, Fabrizio, lo sapeva e mi dà un calcio proprio nell'interno coscia sinistro che avrei preferito me lo desse alla fica.

Io cado.

Io cado e basta. Cado davanti a lui e cado davanti alla mia cotta.
E mi rialzo, però.
E gli alzo le mani.
Ed a questo punto,è caduto lui e non si è più rialzato.


La mia felpa Pelle Pelle l'ho comprata tanti anni dopo, dopo un'altra persona, dopo altre storie.
Ma la questione è la stessa:
Ho sempre avuto l'etichetta della grassa disperata puttana.
La mia felpa Pelle Pelle, dove per la prima volta sono stata lasciata davvero.


Dopo tanti anni ho scoperto che, in quell'occasione, sono stata lasciata dal mio "bimbo" perchè ero "troppo grassa". E di questo lo convinse il mio Game Master.

E tutto lì inizia:
Una felpa color dei pulcini
e la mia testa che non si alza dai cuscini.

giovedì 27 agosto 2015

Bozze ancora vive. (12/12/2013)

Io mi cerco con forza disperatamente smisurata in tutte le mie vecchie poesie, in tutte le parole che ho perso.
Mi cerco tra i fogli dei quaderni, tra i pixel intagliati a forma di sonetti. Io non so più trovarmi.
Apro il frigo, tutto ciò che vedo è verde: il mio secondo ripiano delle birre, il mio terzo ripiano delle verdure che tanto non mangio, il latte delle coinquiline, il burro lasciato intatto che ci siamo sempre chieste perchè cazzo lo abbiamo comprato.
Accendo il telefono e tu non mi hai cercata davvero, come se avessi davvero creduto che non ti volessi sentire per tre giorni. Avrei solo voluto che tu per una volta mi scrivessi un sms dolce e stupido da adolescente. E lo so, siamo grandi oramai, abbiamo trent'anni tutti e due, ma un "Sto male se non mi accompagni nelle mie giornate tutte uguali"

mercoledì 26 agosto 2015

Stappo l'amaro.

Ho il pavimento di cotto ed il suo freddo mi anestetizza i calli sotto i piedi da zingara.
Tre settimane: ho coperto tutta l'Italia.
L'hai coperta anche tu.
La vedo colorata come un mandala dipinto a pennarelli: i colori degli stolti.
Ho coperto tutta l'Italia. L'hai coperta anche tu.
Laggiù ci sei, quassù io.
Siamo così lontane che ti porto sempre in giro con me a guardare l'Arno gonfiarsi e riempire questa mia seconda palude. Il fiume di nessuno e di tutti, chissà quanti sospiri ha annusato: e fiati d'alcool "Oddio amore mio", una mano a sfiorar da fuori le mutande; e fiati d'erba "Oh Madonna", una mano a stringere il collo.
Un bacio così grande.
Mi fermo sul fiume, sempre quelle maledette luci gialle, e per una volta, questa volta, vorrei appoggiarmi sul ponte assieme a te.
Dire: "Guarda, laggiù c'è casa mia", "Guarda quei ragazzi come ridono".
Guardare il nostro riflesso nell'acqua torbida e vedere più  chiaro che mai.
Come specchiarsi in un lago dimenticato da Dio, che non ha nemmeno il nome e vive di pellegrini come me, come noi, che andiamo a bagnarci i piedi nella sabbia fine e ocra soffocando piano piano.
 Il pizzico di una zanzara poi un altro, io stappo l'amaro almeno non mi gratto più.
Oggi mi sono svegliata presto e fatto le mie cose, vivendo ogni secondo nell'attesa di qualcosa, ma non c'era ansia in questa sospensione: era come una certezza che qualcosa dovesse arrivare.
Forse ho vissuto appesa tutta la mia vita.
Arriverà arriverà.
Ma m'è sempre scivolato tutto tra le dita.
"M'ama, non m'ama": io che deturpo una povera margherita.
La mia faccia nera ricoperta dalla tua matita.
Forse sono nata col cappio al collo, in punta di piedi su una sedia e gli occhi stretti mentre cerco aria.
Morir lenti aspettando solo di poter amare.
E aspettavo il calcio sulle gambe di quella sedia o aspettavo qualcuno che mi prendesse in braccio.
Le mani strette sotto al culo:
Sollevami un centimetro, ti prego.

E poi tu mi fai volare.