Mia madre mi dice che le manco, ultimamente mi manda sms dolci come caramelle Mou. Le voglio bene, la odio, sempre la solita storia. E quindi oggi è ora di tornare a casa per darle un abbraccione e poi prenderla per il culo.
Ogni volta che torno nella mia città prego Dio che sia l'ultima volta che mi tocca metterci di nuovo piede. Prego Dio di non avere un'altra domenica mattina post-alcolica/post-atomica seduta a quel cazzo di bar e dover vedere quelle facce ipocrite, gente vestita bene di ritorno dalla chiesa che beve caffè sfoggiando sorrisi sopra la cravatta blu o sopra una scollatura appena incisa tra la pelle rosa e l'abitino bianco. Persone che mi guardano, io impudentemente sola, in una città in cui la solitudine non è mai contemplata; io, ubriaca ancora, esattamente come loro, ma senza la decenza di nasconderlo; io che parlo della mia ultima scopata con G. con il mio migliore amico, che non mi premuro di abbassare la voce. E loro, loro ipocriti, che ci guardano schifati e che intanto parlano di cazzi in culo e sborra in gola, piano piano, a bassa voce. Perché?
Perché l'amata sensazione del vomito altrui, che ti sfiora le dita dei piedi attraverso décolleté aperti, mentre godi di un fiato alcolico sconosciuto dietro le orecchie ed vai in orgasmo nel sentire le sue anche ossute di tossico dipendente sbatterti sulle chiappe sudate dalla disco-dance, è una sensazione che va raccontata con vergogna, con pudore maniacale. Non importa quanto spudoratamente puttana tu sia nè quanto palesemente tu ti sia lasciata andare all'abuso, e non importa nemmeno quanto ti sia piaciuta quella sveltina così cruentemente squallida. Importa solo che tutto sia velatamente nascosto. Mille persone, mentre racconti la storia all'orecchio della tua amichetta, già hanno sentito che ti sei inginocchiata per succhiare il cazzo di vodka dello sconosciuto. Eppure bisogna dirlo piano.
Così io risulto la nota stonata in questa bella sonata, aria post-moderna Che sa solo di marcio nel fondo di un cassonetto: verde come i prati fuori, maledettamente sporco e infetto una volta aperto.
Io che urlo la parola "scopare" al bar sotto casa la domenica mattina.
Io che quando mi guardano brutto mi sento stranamente fiera di me stessa.
Io che ogni volta che devo tornare nella mia città prego Dio perché sia l'ultima volta.
Cazzo.

Insomma, la gente si deve fare i cazzi propri. Questo è quanto.
RispondiEliminaBacio. :)
Capisco la situazione, i miei vivono in un microscopico paesino di campagna, la cui attrazione principale è la messa della domenica mattina. E no, decisamente non è il mio ambiente. Ogni tanto arriva qualche brava persona di quelle lì, che mi chiede di partecipare al catechismo per adulti, o agli incontri sullo smarrimento della fede o a parlare di quanto sia orribile il sesso prematrimoniale o qualcosa del genere. Fanno sempre quella faccia un po' schifata, un po' offesa, un po' incredula quando gli rispondo di NO. Come se non esistesse nient'altro fuori dall'oratorio, come se io fossi il diavolo in terra. Sono sicura che una volta o l'altra organizzano un rogo e mi ci buttano dentro.
RispondiEliminaBaci.
Mi ha colpito un sacco questo post. Si è così che si fa. Si è così che ci si sente.
RispondiEliminaEd è così che non vogliamo diventare.
Adoro il to modo di essere te stessa. Gli altri provano vergogna di tutto, come se tutto fosse contaminato. Tu invece non provi imbarazzo per ciò che sei e ciò che fai. Sei più "vera" rispetto alle persone che ti circondano.
RispondiEliminaQuesta cosa ti fa onore, in una società in cui tutti portano la maschera.
Un bacio
Già, guai a raccontare le cose così come stanno, guai ad alzare la voce quando si parla di "certe cose", guai mostrarsi per ciò che si è veramente...
RispondiEliminaTi stimo un casino per la tua decisione di non nasconderti, pur ricevendo così tante occhiatacce...
Ti stringo,
Vic