"Era tanto che non mi pigliava così", ride. Lui ride ride e ridendo spezza la notte, il variopinto mondo di cuscini e lenzuola. Io riesco a vederlo così nitido che sembra ci siano le luci accese: a volte entra la luna dalla finestra e gli fa brillare un occhio. Una perla dentro una cozza, il suo occhio rilucente immerso nel nero della sera. Quando ride diventa un'altra persona, è lì che lo vedi davvero. Carbone che diventa oro, quando è bagnato dal sole mostra le sue screziature iridescenti.
E mi dice "era da tanto", ed io riesco quasi a sentirmi speciale. Salgo un gradino.
Dal basso guardo ansiosa il prossimo.
domenica 26 marzo 2017
Strumenti
lunedì 2 gennaio 2017
Triangolo.
Uscire dalle abitudini, forzata da mancanza di dimostrazione. Dimostrare chi sono, dimostrare un cuore, dimostrare l'affetto. C'è sempre stata una lacuna nella mia anima, morbo che affligge i miei modi di fare, che non mi lascia mai lasciarmi andare. Una miniera colma d'oro, abbandonata anche dall'ultimo dei briganti, perché troppo pericolosa per continuare a picconare. Avrei voluto tu mi lucidassi, forchetta d'argento, con l'aceto del tuo cuore immenso, il bicarbonato della tua testa di nuvola. Mi hai fatto pensare per un momento di esistere, di essere un po' più di un utensile.
Pensile in cucina, oggi appendo i coperchi al loro posto e aspetto un soffio di libeccio a farli tintinnare: un suono che mi fa tremare le vene.
Ho pensato che avrei voluto farti entrare dentro di me e lasciarmi pervadere, tu il gas perfetto ed io recipiente da riempire. Pressione normale, temperatura normale, atmosfera stabile.
Ma la realtà non è un esperimento da scienziati; essa è più sconfinata del mare, più sconfinata di tutto ciò che mi hai saputo dare. Anche qui, io ho fallito nel sapermi dimostrare.
Ho un gusto per l'esagerazione che mi annichilisce sempre, illudendomi di essere grande, mi ritrovo sempre ad essere niente più che polvere. Forse ti ho ferito senza neanche saperlo, forse ho sopravvalutato tutto quanto: le parole, le somiglianze, la nostra perfetta sintonia.
Alla fin fine, sono solo nero spruzzato sullo schermo del tuo cellulare. Posso smettere di esistere in qualsiasi momento: il problema è che tu sei una persona che io vorrei saper amare, senza saperlo fare davvero. Vorrei sapermi innamorare di te, valicando sti chilometri mandarti il mio cuore in una busta della spesa.
Forse avrei dovuto tenere per me tutte le mie idee: essere un taglio superficiale, acqua ossigenata e via.
Eppure ho provato stupidamente ad essere una sutura grande e profonda: stracciata la pelle, penetrata l'anima, ci sarebbe stato poco da riparare.
Il vizio di vivere e sbagliare, il mio.
La forma asimettrica in un mondo puramente triangolare, la mia.
venerdì 30 dicembre 2016
Il mio amico di penna.
C'è un luogo, un posto speciale, una scatola nel mio cervello dove metto tutti i dettagli delle cose che perdo. Accumulatrice seriale di eventi che non riesco a cogliere, a vivere, ad assaporare.
Ti perdo ogni volta che ti scrivo, ogni volta che non posso stare là davanti a te a discutere. Che poi cosa avremo tanto da parlare?!
Ti perdo quando non posso invitarti il pomeriggio, da me, a sprecare il nostro tempo. Ad impegnarci in attività che son semplici elucubrazioni: limare i cervelli con fiato di vento. In silenzio, poi, avremmo tutto il mondo da osservare.
Ti perdo quando ti incastro tra i miei impegni: il volante freddo della macchina, un giro attorno al lago, la pagina sospesa di un libro.
Oggi ho i panni da piegare. Nell'organizzazione, in fondo, non ho mai trovato niente di speciale.
Perderti è cercarti tutti i giorni e, trovandoti, riporre in bianco e nero tutti i miei fiumi di parole, che fluiscono via veloci e schietti verso un mare che li vuole inglobare, che sembra quasi un po' volerli anche quando portano i detriti.
Perderti è conoscerti ogni minuto un po' di più e, riconoscendo un ritmo familiare, sentirsi sempre giusti: i più forti tra i potenti, i più splendidi diamanti. Orecchio assoluto col quale ascoltare. Il funerale più triste tra i funerali più contriti.
Ogni volta che ti perdo, ogni volta che vieni smarrito casualmente, bagaglio in un aeroporto straniero, io sento il bisogno di cercarti per riuscire finalmente a custodirti.
Io ti perdo ogni secondo, ed ogni volta che ti perdo riesco ad afferrarti ancora un po'. Allungo un braccio ad accarezzare il niente, ingoio aria di serpente che mi si incastra nella gola.
Perderti dentro ogni tua parola, ogni volta diventando meno sola.
lunedì 21 novembre 2016
Roma.
Trovarsi.
Cosa significa "trovarsi"?
Trovarsi è uno sguardo complice; trovarsi è stare insieme ridendo; trovarsi è non dare nulla per scontato.
Trovarsi è capirsi. Al volo e senza indugi. Trovarsi è non mentire, mai. Trovarsi è essere te stesso.
Trovarsi è non avere paura di essere indecisi. E non avere paura di essere decisi.
Trovarsi è baciarsi come se ci si fosse sempre baciati. Trovarsi è familiarità, anche quando non ci si conosce: baciarsi come se non fosse nulla, quando quel nulla è tutto.
Trovarsi è guardarti e capirti. E capirti perché tu sei me. E tu sei me perché si ha la stessa testa.
Trovarsi è far commuovere una sconosciuta in treno, dopo esserci salutati.
E le sue lacrime siamo noi.
giovedì 28 aprile 2016
Giorno 8.
Sempre te, sempre io con te e sempre noi sotto i lampioni e sempre noi che ci leghiamo per sempre l'uno all'altra, prendendoci l'eternità a cui abbiamo sempre aspirato.
Due illusi, io e te.
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Prologo:
Ieri, plin, è arrivato un tuo messaggio. Dal modo in cui mi avevi risposto quando ti avevo chiesto udienza non mi aspettavo mi avresti scritto. Mi eri sembrato forse un po' slegato ed io mi sono sentita una burattinaia con le marionette ma senza i fili per farle muovere.
Invece alla fine mi hai scritto:
"Non posso gestire questa attesa,
dimmi qualcosa",
mi hai scritto.
Allora mangio e ti chiamo e inizio a darti indizi. Ti dico "Fermami se le mie parole ti stuprano. Non voglio. Non ti voglio spezzare di nuovo."
Tu non lo sai che mentre lo dico lo penso, e penso al nostro primo abbraccio nella tua macchina-topolino e vorrei solo tornare là: una tenerezza infinita fra due persone che si volevano bene ma che non osavano mai toccarsi.
Vorrei tornare là e parlo, parlo. Madonna, quanto parlo.
Tu invece farfugli, cerchi di spiegare ma non dici nulla.
Confusione totale.
"Frequento qualcuno, ma sto chiudendo: stiamo male",
mi dici.
Riagganciamo.
"Non so cosa dire, ma il 3 ci vediamo. Voglio ascoltare".
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Giorno 8. La mia idea mi scivola tra le mani.
Mi è bastato risentire la tua voce per far scendere meteoriti, ma stavolta non son lumi nel cielo che ci augurano sventura.
Stavolta arriva l'estinzione.
sabato 23 aprile 2016
Giorno 1.
Forse sarebbe più accurato dire che il giorno 1 è stato 4 notti fa, ma comunque è stato. Pensavo sarebbe passata veloce come era venuta, invece è ancora qua, si è fatta spazio nella mia testa e non riesco a farla andare via. E la rielaboro e rielaboro ogni minuto in cui la mia testa riesce a pensare.
E questa idea fallisce sin dal principio. Fallisce perchè, semplicemente, io non merito di vederla realizzare.
L'idea è nata, all'improvviso, dopo qualche birra, quelle che bevo ogni sera, e qualche contatto di troppo con il mio telefono.
L'idea è realizzare l'impossibile.
L'idea è la redenzione.
L'idea è crescere tornando bambina.
L'idea è così grande che riesco solamente a sussurarla tra me e me, per ora.
Nel frattempo vorrei lasciare qui impressa un'immagine:
Il parcheggio in quel Borgo, io so che tu lo vedi già mentre inizio ad immaginarlo. E' quel parcheggio sempre vuoto dove spesso andavamo a chiacchierare, 20 minuti lontani da casa, ed era illuminato da dei lampioni tristi e dalla luna e basta. Nel silenzio ci sentivamo noi, una volta è passato un riccio, ogni tanto una macchina a tenerci aggrappati al mondo passava di là a riportare dolci damigelle nelle loro case di campagna. Una volta abbiamo visto una volpe, proprio lì?! Non ne sono sicura, sinceramente. Forse il ricordo di quella coda rossiccia, vista altrove, si è insinuata in questo ricordo che avevo con te.
Ma non è importante.
L'immagine deve essere di quel triste parcheggio costruito a nuovo, con le sue panchine di finto design e le strisce blu freschissime, dove andavamo a chiacchierare e bere birra, a qualche tempo lontani da casa, per fare finta di essere in vacanza. Il nostro posto nuovo.
E' stato il nostro posto nuovo per anni e per me lo è ancora.
Allora arriviamo, il 4 Maggio, di sera. C'è la luce che spacca il travertino e le nostre macchine ammaccate, che il 2016 è stato sfigato per entrambi.
Ci sediamo e chiacchieriamo e c'è sempre la stessa luna di 5 anni fa ed io ho lo stesso sorriso timido e sbilenco, e tu mi guardi dritto negli occhi. Poi io parlo, dico quello che devo dire.
Ti dico: "Ora ti dico un po' di cose, poi. Poi farò la cosa più pazza che mi sia mai venuta in mente in tutta la mia vita". Tu sgrani gli occhi, mentre io ingoio un sorso grande di saliva: nuova vita.
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Preludio:
Ti ho scritto facendo finta non mi importasse, cercavo un contatto, e mi hai ignorata. Non esattamente ignorata. Semplicemente mi hai risposto in modo cortese e distaccato, che alla fine è quello che mi merito. Dopo tutti questi anni di tira e molla, magari sei andato avanti, mentre io no. Io sto sempre qua, che muovo le braccia in modo forsennato mentre ho i piedi nelle tue sabbie mobili. Sono anni che vorrei uscirne e sono anni che sono qua.
E tu mi rispondi in modo cortese e distaccato. Non so come prenderla, ma la prendo.
E via per la mia strada.
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La mia idea è dirti tutta la verità. Dirti la mia verità. Dirti che mi hai fatto paura, una paura matta perchè eri matto; una paura matta perchè avevo dato il mio cuore ad un matto; una paura matta perchè stavo diventando matta.
Dirti che i tuoi sono gli unici occhi azzurri che non mi spaventano.
Dirti "Io ti vedo mentre mi vedi".
Poi c'è una scatolina, devo ancora scegliere quale, e dentro la scatolina una pianta grassa con tante spine. Un cactus? Ti troverò il più raro e lo coltiverò dentro quella scatolina.
Ti dirò, nella luce triste del parcheggio, "Perdonami".
Poi, "Sposami".
Ed aspetterò i meteoriti scendere dal cielo.
lunedì 14 marzo 2016
Hi, I'm Nancy.
Ogni crepa, ogni salto di vernice, si ferma a dirmi chi c'è stato, qui, a rimestare il pane, a fare le fettuccine, che abbiamo anche la macchina di acciaio con la manovella per farle chiusa nella dispensa, ma non le abbiam mai fatte perchè io stendo col mattarello.
Mi piace contrastare quelle crepe, fenditure nelle anime degli altri, appoggiandoci su una birra dozzinale. Le fermo con pochi spiccioli io, mentre magari a qualcuno stanno ancora vangando il cuore con la zappa.
Oggi è successa una cosa bellissima, anzi due: oggi ho visto un riccio attraversare allegro una strada di città per tuffarsi in un grande prato, con un filare di viti e una casina immersi dentro; e oggi una signora ha fatto qualcosa di gentile, spontaneo, stupido ed inaspettato per me.
Forse credeva io fossi una bambina e, credendolo, ha gettato i miei 26 anni nell'oblio che solo la gentilezza sa donare.
Io oggi ho tredici anni, e domani tredici ed un giorno.
Ed è, proprio questa, l'età giusta per attraversare di corsa la strada e trovare il prato giusto.
martedì 17 novembre 2015
La mia felpa Pelle Pelle.
E poi, avevo fatto amicizia con tutti al liceo.
Ok, ricomincio.
Alle medie ero una bambina con i riccioli biondi. Sono stata etichettata, additata e, in conseguenza, emarginata.
Poi è arrivato il liceo ed io ho una memoria un po' dimmerda, ma la prima cosa che ricordo è che volevo stare insieme a sto tizio. E la seconda cosa che ricordo è che lui era un piccolo, cucciolo figlio di papà.
Ma il Figlio di Papà era amico di un mio compagno di classe.
Ed io, speranzosa fino alla morte, chiesi al mio compagno di presentarmelo.
Il mio Compagno di Classe era un fascista, come ne sfornava "puri" la mia scuola media e la scuola media italiana. Ho tante foto, nei miei cassetti, che ritraggono "zecche rosse sinistroidi" fare il saluto romano. Consapevoli, leali, ottuse.
Il giorno in cui mi sarei dovuta presentare a questo Figlio di Papà.
Io ero una cicciottella senza macchia nè paura. Ho sempre sfondato le porte grazie al mio saper parlar.
Quel giorno mi presento al riccone, lui mi dice che non gli piacevo. E va benissimo.
Torno in classe ed il mio compagno mi dà un calcio dritto nella coscia sinistra.
E là mi ci hanno morso i cani e finchè mi sfiori non sento niente. Ma se premi troppo forte sento una sensazione strana. E, se poi mi ci meni, è come battere sopra un tamburo. Ed IO sono il tamburo.
Il mio compagno, Fabrizio, lo sapeva e mi dà un calcio proprio nell'interno coscia sinistro che avrei preferito me lo desse alla fica.
Io cado.
Io cado e basta. Cado davanti a lui e cado davanti alla mia cotta.
E mi rialzo, però.
E gli alzo le mani.
Ed a questo punto,è caduto lui e non si è più rialzato.
La mia felpa Pelle Pelle l'ho comprata tanti anni dopo, dopo un'altra persona, dopo altre storie.
Ma la questione è la stessa:
Ho sempre avuto l'etichetta della grassa disperata puttana.
La mia felpa Pelle Pelle, dove per la prima volta sono stata lasciata davvero.
Dopo tanti anni ho scoperto che, in quell'occasione, sono stata lasciata dal mio "bimbo" perchè ero "troppo grassa". E di questo lo convinse il mio Game Master.
E tutto lì inizia:
Una felpa color dei pulcini
e la mia testa che non si alza dai cuscini.
giovedì 27 agosto 2015
Bozze ancora vive. (12/12/2013)
Mi cerco tra i fogli dei quaderni, tra i pixel intagliati a forma di sonetti. Io non so più trovarmi.
Apro il frigo, tutto ciò che vedo è verde: il mio secondo ripiano delle birre, il mio terzo ripiano delle verdure che tanto non mangio, il latte delle coinquiline, il burro lasciato intatto che ci siamo sempre chieste perchè cazzo lo abbiamo comprato.
Accendo il telefono e tu non mi hai cercata davvero, come se avessi davvero creduto che non ti volessi sentire per tre giorni. Avrei solo voluto che tu per una volta mi scrivessi un sms dolce e stupido da adolescente. E lo so, siamo grandi oramai, abbiamo trent'anni tutti e due, ma un "Sto male se non mi accompagni nelle mie giornate tutte uguali"
mercoledì 26 agosto 2015
Stappo l'amaro.
Tre settimane: ho coperto tutta l'Italia.
L'hai coperta anche tu.
La vedo colorata come un mandala dipinto a pennarelli: i colori degli stolti.
Ho coperto tutta l'Italia. L'hai coperta anche tu.
Laggiù ci sei, quassù io.
Siamo così lontane che ti porto sempre in giro con me a guardare l'Arno gonfiarsi e riempire questa mia seconda palude. Il fiume di nessuno e di tutti, chissà quanti sospiri ha annusato: e fiati d'alcool "Oddio amore mio", una mano a sfiorar da fuori le mutande; e fiati d'erba "Oh Madonna", una mano a stringere il collo.
Un bacio così grande.
Mi fermo sul fiume, sempre quelle maledette luci gialle, e per una volta, questa volta, vorrei appoggiarmi sul ponte assieme a te.
Dire: "Guarda, laggiù c'è casa mia", "Guarda quei ragazzi come ridono".
Guardare il nostro riflesso nell'acqua torbida e vedere più chiaro che mai.
Come specchiarsi in un lago dimenticato da Dio, che non ha nemmeno il nome e vive di pellegrini come me, come noi, che andiamo a bagnarci i piedi nella sabbia fine e ocra soffocando piano piano.
Il pizzico di una zanzara poi un altro, io stappo l'amaro almeno non mi gratto più.
Oggi mi sono svegliata presto e fatto le mie cose, vivendo ogni secondo nell'attesa di qualcosa, ma non c'era ansia in questa sospensione: era come una certezza che qualcosa dovesse arrivare.
Forse ho vissuto appesa tutta la mia vita.
Arriverà arriverà.
Ma m'è sempre scivolato tutto tra le dita.
"M'ama, non m'ama": io che deturpo una povera margherita.
La mia faccia nera ricoperta dalla tua matita.
Forse sono nata col cappio al collo, in punta di piedi su una sedia e gli occhi stretti mentre cerco aria.
Morir lenti aspettando solo di poter amare.
E aspettavo il calcio sulle gambe di quella sedia o aspettavo qualcuno che mi prendesse in braccio.
Le mani strette sotto al culo:
Sollevami un centimetro, ti prego.
E poi tu mi fai volare.
mercoledì 8 luglio 2015
La speranza è sempre l'ultima a morire, dicono.
E' estate. E l'estate, la mia, ha questa particolarità qui: l'estate, ogni estate, arriva qualcosa che mi toglie qualunque voglia di vivere.
Sono ubriaca da due mesi, ininterrottamente: da quando ho visto i primi 40° C; da quando, di nuovo, mi sono presa l'ennesima bastonata in testa. Un altro ragazzo, sempre la stessa storia: mi manca qualche pezzo fondamentale che spinga le persone a legarsi totalmente a me.
Nessuno capisce che sono un essere umano?! Anche io soffro, anche io spero, anche io posso essere felice.
L'ho conosciuto di notte, dopo qualche birra e un po' di rum. L'ho rintracciato, ho iniziato a parlarci. Era carino, educato e scemo almeno quanto me. Bello, ma di quelle bellezze particolari, non era bello e basta come alcuni pupazzetti che mi sono passati per le mani. Era bello in un modo che ti affascina. Il ritmo della sua camminata mi faceva impazzire, sembrava a tratti un po' zoppo e camminava lentissimo. Il primo ragazzo che non si affretta a stare quattro passi davanti a me. Quando camminava mi dava la mano, spesso, e mi abbracciava anche, a volte addirittura risultando un po' fuori luogo. Mi voleva toccare e a me piaceva, anche quando per toccarci stavamo scomodi.
Un giorno è sbucato nell'erba alta del campo dove portavo i miei cani, tutti i giorni. E' semplicemente apparso, mi ha salutata e si è sdraiato affianco a me: "Sei tu quel puntino rosso in mezza all'erba?". Ero io.
Regnava e ha sempre regnato uno stato di pace assoluta, lui parlava con la voce bassa: io non ci sono abituata. Abbiamo sempre dormito abbracciati, nudi, belli cazzo. Cazzo, se eravamo belli messi vicini. Quando non mi andava di cucinare lo faceva lui, in silenzio, ed in cucina si sentiva un po' di tensione. Lo voleva fare bene, si vedeva. E scopavamo con una foga strana, che era violenta e dolce. Carezze e morsi. Baci e schiaffoni. Sempre pieni di lividi e col cuore gonfio ne uscivamo.
Mi fidavo.
Sono così dispiaciuta che sia andata come ogni volta. Non so, era tanto che non ci credevo così tanto. Non ci voleva. Cazzo se non ci voleva.
La mia estate ha questa particolarità qui: soffro d'estate, soffro un male di vivere e di essere che farebbe invidia a Pessoa. Sono ubriaca da due mesi, ininterrottamente: non mangio, non esco. Sudo e soffro: estate di merda. Quando esco esagero sempre e finisco con lo scopare con qualcuno a caso, mi infilo in situazioni strane: perchè tutti questi scemi che scopo e basta si innamorano e quelli di cui mi innamoro mi scopano e basta?!
Soffro, scopo e sudo.
La mia estate ha questa particolarità qui: mi sento un animale da circo e non faccio mai nulla per smentire questa sensazione.
E quindi, forse, sono davvero solo un animale.
Sono un cagnaccio randagio. Io.
sabato 6 giugno 2015
Gramigna.
Altro giro, altra corsa, si dice. Io piuttosto dire altro giro, stessa corsa. Nella mia vita si ripetono eventi tutti uguali, come le stagioni dell'anno: gli alberi buttano via le foglie, arriva il freddo e i rami sono duri, poi escono di nuovo le foglie, poi i fiori, poi i frutti. Ma io sento come di essere ferma a vivere solamente queste mezze stagioni che non ci sono più, si dice. Sento sempre i miei rami spogli e nudi, poi arriva qualcuno che li fa fiorire. Io do il meglio di me, ogni volta. E ogni volta torna l'inverno, me lo ributtano sui rami, ed io non lo voglio esattamente come non vorrei una maglia troppo stretta.
Mi sento stuprata, nell'anima. E l'unica cosa che so è che, per una volta, mi piacerebbe far assaggiare a qualcuno i miei frutti.
È che non c'è mai abbastanza sole che li faccia maturare. È che, probabilmente, sono una pianta infestante che puntualmente viene strappata da vasi.
E nessuno mi dà la possibilità di fiorire e far vedere al mondo quanto sono bella.
È che non interessa mai a nessuno.
Ma ormai mi sta bene così.
Che squallore questa vita da gramigna a cui mi sono arresa. Eppur mi sono arresa.
martedì 19 maggio 2015
Esattamente come due bambini, noi siamo adulti.
mercoledì 4 marzo 2015
2014
Cosa si può scrivere di quest'ultimo anno senza di te.
Chissà dove ti ho perduta? In quale preciso istante ho capito che non ci saremmo più scambiate i vestiti, non ci saremmo pettinate più a vicenda. Niente in comune, ci conoscevamo una volta: lo dico alle persone che ancora mi chiedono di te. I nostri nomi sempre in coppia, anche se non è più così. A volte vorrei tornare indietro e, col senno di poi, cambiare tutte le serate in cui non siamo uscite, in cui non c'è stata avventura emozioni grida birra. Il mio rhum, che sapeva alla lontana di cioccolato fondente e aveva il tappo di sughero che strideva, che bello, quando lo svitavi via dalla bottiglia, perché non ne avevamo di forza per tirarlo come le persone normali fanno. Pigre, fino a sera, e col fresco si ballava e abbiamo rincorso tutti i tipi di musicisti pur di cantargli dietro anche se con alcuni mi arrabbiavo parecchio, alla fine dentro canticchiavo anche io. Perché se lo facevi tu era figo.
Ti ricordi quei due che ci hanno fatto quella specie di serenata jazz, solo voce e basso?
Cosa si può scrivere di questo ultimo anno senza di te.
Ti ho vista crescere, diventare forte e tirare fuori la faccia tosta di dire a chiunque "io sono così". Mi piace pensare che ci sia anche il mio zampino in questa trasformazione, anche se a te non fa piacere questo mio pensiero e una volta abbiamo litigato e quella volta peró non ho pianto. Ci sono solo rimasta male, tranquilla. Poi ho capito, che non avevi mai avuto bisogno di me, ero solo io ad averne di te. È la verità.
Ti vedo adesso come ridi, ridi più spesso. E magari ci sono meno drammi, meno casini, meno incontri. E ci sono anche io di meno. Ma ridi più spesso. Allora tutte quelle cose sono state divertenti e ne parleremo quando ci ricorderemo degli anni dell'università, quando non ci saremmo più viste per anni. Non ora. Ora la nostalgia non è concessa, anche se è evidente che ne soffriamo tutte e due. Forse ne soffro solo io. Va a capire.
Bei tempi, te li ricordi?!
E quindi, cosa scrivere di questo ultimo anno senza di te?
Ho vissuto, sono cresciuta anche io, ho trovato le mie ancore. E qua sono arrivata.
Però se ci arrivavo insieme a te, come in un'eterna estate 2013, era meglio.
lunedì 3 novembre 2014
L'inutilità.
Sapete, tutte quelle cose che si fanno per il proprio bene, che ti dici da domani basta, da domani mai più, da domani.
Per una volta questo domani non l'ho rimandato, ho smesso di bere.
Ho smesso di scrivere.
Il benessere che ricavo dal non bere più lo ri-guadagno perchè non scrivo più.
E mi sento inetta a scrivere.
Cazzo, l'ho fatto per anni, cazzo, e ora non so più farlo.Fino a poco tempo fa ero in grado, me lo ricordo. Aprivo una pagina bianca e la riempivo: tutte le mie belle parole, nere su bianco, che sembravano tutte poesie.
Riapro il blog, lo rileggo tutto e mi chiedo dove cazzo sono finita. Mi chiedo se questa mancanza di parole adeguate sia un buon segno od un cattivo segno. Io so che mi manca. Mi manca avere la mia frase ad effetto alla quale attaccare un nuovo delirio, che sarà pure un foglio ripieno di follia ma suona sempre bene.
E lo leggo e lo leggo e lo rileggo e lo analizzo di nuovo, a mente fredda.
E scopro nuovi meandri in cui si rifugia la mia anima.
Non so cosa abbia rubato la mia scrittura, se è stato il pc o semplicemente il degrado lento della mia vita.
Dalla padella alla brace.
Tante volte mi guardo indietro e penso di non aver fatto nulla, come essere neonata.
lunedì 11 agosto 2014
Religione.
Io ho il battesimo, la confessione, la comunione, la cresima e sono salva agli occhi del Signore.
E camminerò sui suoi prati d'erba, tra alberi d'ebano, e mi scotterò nel sole di crema che illumina i paradisi di tutte le religioni.
E giocherò a scacchi con tutti gli dei del mondo
E mi hanno detto che Zeus è un iracondo
Con la risata profonda delle onde
E le mani dure da agricoltore
Con le quali dà carezze alle suore
Anche se non sono le sue signore.
E mi hanno detto che Apollo sa amare come ama un gatto
E fuma sigari d'Andorra, tra un arrocco e un altro.
Io ho tutto quello che chiunque desidera: una famiglia onesta e benestante, un futuro sicuro, amici affidabili e presenti. Eppure ho comunque il cuore a pezzi, che qualcuno si è divertito a metterlo in una scatola grande, lui e le mie mutande, perché i bambini potessero divertirsi.
Un passatempo gradevole, puzzle difficile che potrebbe partire dalla base di un Monet per poi fondersi in Picasso, glicine, lo svenimento di un ragazzo alto come un pinnacolo, i fanoni di una balena.
E continuo a scrivere anche se non so più farlo, che con tutte le mie lacrime zitte ci ho caricato una Bic. La mia penna a sfera, con i segni dei denti sul tappo.
Ma non voglio raccontarti questa storia oggi. Io voglio parlarti del mio legame con le divinità, che ci credo e non ci credo, che le temo e amo, che non esistono ma vengono la sera a rimboccarmi le coperte. E fischiare con la civetta che dorme sui miei cipressi, che sta ferma lì ad accompagnare Minerva, ma la notte strilla mentre caccia e mi spaventa i cani. E le grida dei gabbiani sulle discariche che gentili li ospitano e il loro urlare sa di sporco nella bocca di un animale che era il re del mare. Le rondini in quell'armoniosa picchiata che le accompagna sul pelo dell'acqua della mia piscina. E al tramonto puoi fare il morto a galla e vederle planare e bere. Prima una, poi due, poi cento e tu ti senti un dio dei turbini di piume.
E quando mi sdraierò sotto quei rami dorati, su nel paradiso, dopo l'estrema coatta unzione che mi darà un prete grasso, con la sua giovialità che sa di lumache dopo la pioggia, io sarò Dio in mezzo agli altri dèi e lo sarò per grazia del Signore.
Perché il mio peccato è il vergognarmi di me stessa e, quando me ne pentirò, dalla vergogna verrò lavata.
Questo mi eleverà a divinità.
Sgrassatore universale del Signore, che è una spugna che fa invidia a qualunque casalinga.
martedì 29 luglio 2014
"...that I have heard about."
giovedì 10 luglio 2014
E remando troverai la felicità. [ tatuaggio n. 8 ]
Il primo volto, la prima volta, nel caldo di un Agosto che ha piantato i semi della follia. Il rumore di una chiave che chiude la serratura: i miei occhi sbarrati mentre lui penetrava i fumi della mia prima sbornia, la prima volta. Chissà che faccia ha il primo ragazzo che m'ha avuta.
Ricordo l'umiliazione che ha abbracciato quella manciata di volte dopo la prima. Un'orda d'uomini bambini che si lanciavano su di noi, nascosti in letti sconosciuti. O quella volta che ho capito che lui non mi avrebbe amata mai e quindi mi sono lasciata andare, mi sono fatta scopare. Ricordo il letto di mia madre in una mattinata piovosa, con il copriletto a roselline, un giorno in cui sarei dovuta essere a scuola.
Un ragazzo ubriaco e stanco, il suo cazzo informe che cerca vita, la cerca sul mio corpo, nella mia bocca, sul mio seno. Alla fine mi gira e mi scopa il culo. La mia prima volta, ancora, la vita gliel'ha data. Quanto ero innamorata.
Ricordo il primo "ti amo" detto a quello con la faccia di un purosangue inglese. E il cavallo il giorno dopo m'ha lasciata. Non mi ero fatta scopare ancora. A quindici anni non si può aspettare un mese.
Ricordo quello che non voleva rischiare, che me lo disse specificando che soprattutto non voleva farlo con me. Quante cose ci fanno male, tutte le cotte dei ragazzini che sembra che pongano fine alle terre ed al mare.
Mi ricordo lei, i suoi baci speziati sotto il nostro salice piangente. Ricordo quand'è scappata con un'altra, quando poi è tornata a chiedermi scusa e a fumare l'ultima canna insieme. Lei: il mio primo e più dolce attacco di panico. Il primo urlo che m'ha tolto il respiro. E gli ultimi tre, gl'errori più grossi. Uno, il rimpianto sempreverde. Due, il segreto accecante. Tre, la malattia della speranza.
Io mi ricordo i flutti. Io me li ricordo tutti.
E mi fan pianger tutti. Ho avuto più falsi amori che anni sopra al mondo. Eppur non uno s'è fermato a dirmi quanto oro gl'avessi offerto. Il petrolio inquina oceani in cui i cavallucci marini non vivono più. Io speravo d'esser Musa di quegli altri. Alla fine son loro ispirazione mia.
Gli antichi Greci pensavano che gli ippocampi fossero creature che gli dei avevano mandato per salvare i Naufraghi.
Dolce illusione d'un popolo che forse credeva di conoscere le divinità.
E c'ho creduto anch'io, che un esserino arancione e duro comparisse tra le onde, me ne tirasse via. Asciugasse i miei capelli e mi donasse l'aria che il mar m'aveva tolto.
Lui: l'attacco di panico ultimo, l'unica parola che vorrei sentirmi dire. Mitologica creatura che, quando apparirà, sorgerà con una daga fatta apposta per tagliare la mia gola. E neanche lui m'amerà mai.
E da morta, chi potrebbe?!
martedì 3 giugno 2014
Non mi basta mai.
"Abbastanza: a sufficienza; quanto basta (per, da)."
Voglio una ricetta che mi dica quanto dovrebbe bastarmi di ciò che mi danno le persone. Perché io voglio sempre, sempre, sempre di più.
giovedì 6 febbraio 2014
L'ultima.
"Bimbs, ehi! È una giornata importantissima per me e ho sbrigato tutte le mie faccende, non ho nessun cane da portare, nessuna spesa da fare e non devo pulire casa oggi. Prendi le tue cose che fuori c'è il sole, andiamo in un prato, a parlare di alberi rari e fiori crudeli. Voglio vedere te oggi, il prima possibile.
Perché, perché oggi divento un uomo e per questo ho bisogno di averti con me. A condividere tutta l'euforia che ho dentro."
Questo è quello che avresti dovuto dire.
